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rassegna stampa del 13 e 14 gennaio 2022

AGRIGENTONOTIZIE

Spese pazze al Consorzio universitario, l'ente si costituirà parte civile nel processo preliminare

A seguito della richiesta di rinvio a giudizio di tre ex dirigenti, tra cui il presidente Joseph Mifsud, il Consorzio Empedocle si ritiene danneggiato "moralmente e materialmente"
Redazione
La prima udienza del processo preliminare davanti al gup Francesco Provenzano è in programma il 10 febbraio prossimo al tribunale di Agrigento. In tale occasione il Consorzio universitario "Empedocle" si costituirà parte civile: si ritiene "danneggiato moralmente e materialmente" a seguito della richiesta di rinvio a giudizio nei confronti di 3 ex dirigenti coinvolti nella cosiddetta inchiesta delle "spese pazze".
A comunicare la decisione, attraverso una nota, è stato il Consiglio di amministrazione dell'ente.
La richiesta di rinvio a giudizio è stata firmata dal procuratore Luigi Patronaggio, dall'aggiunto Salvatore Vella e dal pm Chiara Bisso.
Le persone coinvolte sono l'ex presidente Joseph Mifsud, misteriosa figura al centro dell'intrigo mondiale "Russiagate" di cui si sono perse le tracce da anni e che - secondo molti - potrebbe essere morto. Il beneficiario delle somme prelevate sarebbe stato proprio lui.
Ad altri due soggetti, (Olga Matraxia, ex dirigente del settore Affari generali dell'ente e Andrea Occhipinti, dirigente del settore finanziario) si contesta il fatto di avere avallato i pagamenti.
I vertici del Consorzio universitario, in particolare, avrebbero consentito l'uso indebito delle carte di credito dell'ente destinandole a spese esclusivamente personali di Mifsud come trasferte con mezzi aerei, acquisti per biglietti di treno o soggiorni in hotel, anche per i suoi accompagnatori, giustificando le spese con inesistenti ragioni di rappresentanza istituzionale.

CANICATTIWEB

Covid19 e pubblica amministrazione, i sindacati chiedono proroga smart working

Scritto da Redazione Canicatti Web Notizie
La grave impennata dei casi Covid19 in Sicilia ha spinto ad un incontro in videoconferenza tra l'assessore regionale alla Funzione Pubblica Marco Zambuto e le organizzazioni sindacali sulle linee guida in materia di lavoro agile nelle pubbliche amministrazioni. Al meeting in streaming era presente anche il capo di Gabinetto Silvio Cuffaro.
Il Cobas/Codir ha chiesto con forza la proroga dello smart working emergenziale (senza accordo individuale) per tutto il personale del comparto e della dirigenza, fino al 31 marzo 2022. "In assenza di tale deroga - hanno avvertito Benedetto Mineo e Paolo Conti in rappresentanza del Cobas/Codir - si rischia di arrivare a fine marzo 2022 senza avere garantito quella rotazione del personale (settimanale, mensile o plurisettimanale) in un periodo in cui l'aumento esponenziale dei contagi rischia di mettere in quarantena interi dipartimenti regionali".
Il sindacato ha chiesto, inoltre, una tutela particolare e immediata per i lavoratori fragili che vanno collocati, da subito, in smart working a prescindere da qualsiasi percentuale e lo smart working per i dipendenti in isolamento fiduciario nonché per i genitori di figli minori ogni qualvolta venga attivata la Dad.
Problema della sicurezza nei posti di lavoro
Il Cobas/Codir ha, infine, "posto il problema della sicurezza nei luoghi di lavoro in quanto, da notizie assunte, sembrerebbe che alcuni dipartimenti non rispetterebbero la programmazione delle sanificazioni e la distribuzione di Dpi al personale".
L'assessore, dopo avere ascoltato gli interventi delle organizzazioni sindacali, ha comunicato che invierà una bozza per l'attuazione delle misure che dovrebbero derogare parzialmente alla normativa nazionale per una condivisione con le organizzazioni sindacali.

Italiaoggi

P.a., lavoro agile anche al 100%
Anche la totalità dei dipendenti potrebbe stare contemporaneamente in lavoro agile, per un certo periodo dell'anno, utilizzando accortamente la rotazione
di Luigi Oliveri

Anche il 100% dei dipendenti potrebbe stare contemporaneamente in lavoro agile, per un certo periodo dell'anno, utilizzando accortamente la rotazione. Per esempio, nell'attuale picco pandemico, un datore potrebbe gestire le attività in smart working fino a marzo, col 100% o comunque con percentuali molto elevate di dipendenti. Avendo, però, cura di far sì che nel resto dell'anno si assicuri la presenza in sede così da ottenere la prevalenza del lavoro in presenza. E' uno degli effetti della circolare sul lavoro agile che è stata portata il 5 gennaio scorso in consiglio dei ministri dal ministro per la p.a., Renato Brunetta, che l'ha adottata d'intesa con il ministro del lavoro e delle politiche sociali Andrea Orlando. Rivolta alle pubbliche amministrazioni e alle imprese private essa, spiega una nota di Palazzo Chigi, raccomanda il massimo utilizzo, nelle prossime settimane, della flessibilità prevista dagli accordi contrattuali in tema di lavoro agile. La circolare, abbinata col nuovo decreto sulle misure di contenimento della pandemia, non pare risolvere i problemi organizzativi nel lavoro pubblico. Innanzitutto va detto che essa non ha, e del resto non essendo una fonte di produzione del diritto, non poteva, introdotto modifiche sostanziali al contenuto del dm 8 ottobre 2021 ed alle linee guida attuative. L'atto si limita ad esplicitare sostanzialmente due concetti. In primo luogo, chiarisce cosa si intenda per «rotazione» dei dipendenti. Non si tratta, come naturale ritenere, della rotazione in giornate-postazioni di lavoro agile tra un numero di dipendenti superiore alle giornate-postazioni stesse, ma di una semplice turnazione. In sostanza, secondo la circolare, il dipendente «ruota» con se stesso tra giornate lavorative rese in sede e giornate lavorative svolte in lavoro agile. Dunque, lavoratore e datore pubblico di fatto sono messi nelle condizioni di concordare un calendario di smart working potenzialmente annuale, nel quale la prevalenza dell'attività lavorativa garantisca che su 220 giornate lavorative, se ne possano svolgere in smart working mai più di 109. In secondo luogo, la circolare evidenzia che la possibilità di concordare col singolo lavoratore un lavoro agile per periodi mensili o anche annuali, implica anche la contemporanea collocazione in lavoro agile del 100% (potenzialmente) dei dipendenti.
Se, da un lato, questa interpretazione rende «flessibile» la gestione nell'immediato, la complica non di poco in prospettiva annuale. Né il permanere del principio della prevalenza del lavoro in sede garantisce gli esiti di tale prevalenza: che accadrebbe, infatti, se nel corso dell'anno si ripresentasse un'altra ondata di contagi e una certa p.a., assentiti 3-4 mesi di lavoro agile, dovesse, per ragioni di interesse generale, garantirne altri 3-4, sforando il tetto massimo? In ogni caso, la circolare non si occupa dei due principali problemi operativi. Il primo è dato dalle pesanti condizioni poste dal dm 8/10/2021, che ammette il ricorso al lavoro agile solo se si garantisca di non pregiudicare i servizi, si dotino i dipendenti di strumenti e connessioni remote, si assicuri la sicurezza dei dati e l'accesso agli applicativi da cloud o Vpn o desktop remoti, si formi il personale, si adottino connessi piani di smaltimento dell'arretrato. La circolare non dà spazio alla possibilità di avvalersi dello smart working in assenza di tali condizioni: il rischio che molte p.a. estendano, quindi, il lavoro agile non curandosi delle condizioni disposte è molto elevato (ma, del resto, non è chiaro chi e come potrebbe controllare il corretto adempimento delle condizioni). Il secondo problema operativo è dato dalla necessità di sottoscrivere l'accordo individuale (anch'esso tra le condizioni imposte dal dm).
Nel lavoro agile «emergenziale» vigente fino al 14 ottobre 2021, l'accordo non era necessario (come non lo è nel settore privato, fino al 31 marzo). Il che consentiva al datore pubblico di far prevalere ragioni ed esigenze organizzative e, quindi di disporre unilateralmente quali e quanti dipendenti ritenesse in lavoro agile. Tale autonomia organizzativa è, invece, impossibile con la necessità dell'accordo. Il datore, anche se programmasse di disporre in lavoro agile il 100% dei dipendenti di un certo ufficio, per ragioni di cautela connesse all'insorgere di un cluster o per i troppi «contatti stretti», potrebbe non riuscire nell'intento, laddove non tutti i dipendenti fossero disponibili a sottoscrivere l'accordo. Per non parlare, poi, dei problemi operativi connessi alla necessità di singole e plurime trattative individuali e alle complesse modalità per sottoscrivere - magari d'urgenza - molteplici accordi. Ai nodi non risolti dalla circolare, si aggiungono altri problemi gestionali derivanti dal decreto, che impone il green pass «base» a tutti coloro che accedono agli uffici pubblici. La previsione, da un lato finalizzata ad estendere il più possibile le vaccinazioni, pone problemi organizzativi e logistici enormi, acuendo quelli già sorti ad ottobre, quando le p.a. dovettero controllare i green pass dei propri dipendenti e non erano ancora disponibili gli applicativi dell'Inps che consentivano di farlo in modo massivo. Adesso, ogni ufficio dovrà controllare i green pass di ogni singolo utente. La gran parte degli enti non ha portieri o uscieri, né risultano diffusi servizi esterni di portierato. Il rischio è di dover distogliere personale da dedicare alle verifiche.



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