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rassegna stampa dal 20 al 22 dicembre 2025


LENTEPUBBLICA

La nota ANCI sulla legge di semplificazione 2025 per le attività produttive

Dall’autotutela amministrativa agli spettacoli dal vivo, passando per dehors, sicurezza pubblica e procedure digitali: la Legge n. 182/2025 ridisegna il rapporto tra pubblica amministrazione e attività economiche.
La semplificazione amministrativa torna al centro dell’agenda legislativa con un provvedimento destinato ad avere un impatto concreto sull’operatività quotidiana dei Comuni e sul lavoro di imprese e professionisti. La Legge 2 dicembre 2025, n. 182, entrata in vigore il 18 dicembre 2025, introduce un ampio pacchetto di misure finalizzate a rendere più snelli, rapidi e digitali i procedimenti che regolano le attività economiche e i servizi.
Il testo, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 3 dicembre, affronta nodi storici della burocrazia locale e interviene su settori molto diversi tra loro, ma accomunati dall’esigenza di ridurre incertezze, tempi morti e sovrapposizioni normative. L’ANCI ha accompagnato l’entrata in vigore della legge con una nota di lettura per supportare gli enti locali nella prima applicazione delle nuove disposizioni.
Autotutela amministrativa: tempi dimezzati e più certezza giuridica
Uno degli interventi più rilevanti riguarda l’autotutela della pubblica amministrazione, ovvero il potere di annullare d’ufficio i propri atti. Il legislatore ha scelto di ridurre ulteriormente i margini temporali entro cui le amministrazioni possono esercitare questa facoltà, fissando il limite massimo a sei mesi.
La scelta risponde a un obiettivo chiaro: rafforzare la stabilità degli atti amministrativi e tutelare l’affidamento di cittadini e imprese che hanno fatto legittimo affidamento su un provvedimento favorevole. Restano ferme, naturalmente, le eccezioni più gravi, come i casi in cui l’atto sia stato ottenuto sulla base di comportamenti penalmente rilevanti accertati con sentenza definitiva.
Attività economiche e comunicazioni più semplici
Nel solco della semplificazione si collocano anche gli interventi su specifiche attività produttive. Un esempio concreto riguarda il settore dell’autoriparazione, dove viene alleggerito l’iter successivo alla formazione professionale obbligatoria: una volta concluso il corso con esito positivo, è sufficiente una comunicazione alla Camera di Commercio, senza ulteriori passaggi ridondanti.
Una logica analoga ispira le modifiche al canone patrimoniale di concessione, con l’estensione delle esenzioni anche alle targhe identificative dei cantieri, purché entro determinati limiti dimensionali. Una misura che punta a ridurre oneri spesso percepiti come sproporzionati rispetto all’utilità pubblica.
Alberghi e parcheggi: più flessibilità, ma con regole chiare
La legge interviene anche sul fronte della mobilità urbana, introducendo nuove possibilità per le strutture ricettive. Gli alberghi potranno ottenere concessioni temporanee di suolo pubblico da destinare a parcheggio o alle operazioni di carico e scarico dei bagagli.
Si tratta di un’apertura significativa, soprattutto nei centri urbani a forte vocazione turistica, che tuttavia resta subordinata alle esigenze di sicurezza stradale e fluidità del traffico, con limiti precisi in base alla tipologia di strada e al contesto urbano.
Spettacoli dal vivo: la SCIA diventa la regola
Uno dei capitoli più attesi riguarda la disciplina degli spettacoli dal vivo e delle proiezioni cinematografiche. La legge consolida e chiarisce un modello già sperimentato negli anni precedenti, rendendo strutturale il ricorso alla Segnalazione certificata di inizio attività (SCIA) per eventi culturali entro determinati parametri.
Teatro, musica, danza e cinema, fino a un massimo di 2.000 partecipanti e in una fascia oraria prestabilita, potranno essere organizzati senza autorizzazioni preventive tradizionali, salvo la presenza di vincoli ambientali o culturali. L’attività può iniziare immediatamente, mentre l’amministrazione conserva un potere di controllo successivo, con termini e modalità ben definiti.
Dehors: proroghe, riordino e più tempo per adeguarsi
Il tema dei dehors continua a essere centrale nel dibattito tra Comuni ed esercenti. La nuova legge proroga i termini per il riordino complessivo della materia e allunga la validità delle autorizzazioni rilasciate in epoca emergenziale fino al 30 giugno 2027.
Viene inoltre riconosciuta la necessità di garantire alle imprese un periodo congruo per il ripristino dei luoghi, nel caso in cui non ottengano le autorizzazioni definitive. Un passaggio che mira a evitare effetti traumatici e a favorire una transizione ordinata verso il nuovo assetto normativo.
Pubblica sicurezza: competenze più vicine al territorio
Un’altra direttrice della riforma riguarda la riorganizzazione delle competenze in materia di pubblica sicurezza. Diverse funzioni autorizzatorie vengono trasferite dal Ministero dell’Interno ai prefetti, con l’obiettivo di avvicinare le decisioni al territorio e ridurre i tempi dei procedimenti.
Parallelamente, vengono riviste le regole sul silenzio assenso, chiarendo in modo netto i casi in cui questo istituto non può trovare applicazione, come per le attività che incidono sulla sicurezza pubblica o sull’incolumità delle persone.
Digitalizzazione: tempi realistici e regole condivise
La legge affronta anche un tema spesso trascurato: i tempi tecnici necessari allo sviluppo dei software richiesti per adempiere agli obblighi amministrativi. D’ora in avanti, le amministrazioni dovranno tener conto non solo delle scadenze formali, ma anche delle fasi di progettazione, test e collaudo dei sistemi informatici.
Inoltre, viene introdotto un obbligo di trasparenza preventiva, imponendo agli enti di mettere a disposizione con adeguato anticipo specifiche tecniche e ambienti di prova. Un passaggio cruciale per evitare ritardi e contenziosi.
Un nuovo equilibrio tra regole e operatività
Nel complesso, la Legge n. 182/2025 disegna un nuovo equilibrio tra controllo pubblico e libertà economica, puntando su responsabilizzazione, digitalizzazione e certezza dei tempi. Per i Comuni si apre una fase di adattamento importante, che richiederà competenze, coordinamento e capacità interpretativa.
La sfida sarà trasformare le semplificazioni normative in vantaggi concreti per cittadini e imprese, evitando che le nuove regole restino sulla carta. In questo senso, il ruolo di accompagnamento e supporto svolto dall’ANCI rappresenta un tassello fondamentale per tradurre la riforma in prassi amministrativa efficace.



LENTEPUBBLICA

Trasferimenti nel pubblico impiego, per la Cassazione stop ai “benefici a vita”

Nel pubblico impiego, il passaggio di funzioni e personale da un’amministrazione a un’altra rappresenta una questione delicata, soprattutto quando viene in rilievo la tutela del trattamento economico dei lavoratori coinvolti.
Con una recente pronuncia, la Corte di Cassazione ha fatto chiarezza sul limite verso cui possono spingersi le Regioni, la contrattazione locale e le determinazioni delle singole amministrazioni nel garantire la continuità retributiva in caso di trasferimento di attività e personale ai sensi dell’art. 31 del d.lgs. n. 165/2001.
Il caso
La vicenda nasce dal ricorso di alcuni dipendenti transitati dalla Regione Lombardia alla Provincia di Milano, oggi Città Metropolitana, a seguito della riorganizzazione delle competenze in materia di formazione professionale. I lavoratori rivendicavano il diritto a conservare integralmente, senza alcun meccanismo di riassorbimento, alcune voci retributive percepite presso l’ente di provenienza, facendo leva su una norma regionale, su protocolli d’intesa e su accordi sindacali stipulati a livello locale. Tali emolumenti erano stati inizialmente riconosciuti anche dopo il trasferimento, ma successivamente eliminati quando erano cessate le funzioni che ne giustificavano l’attribuzione.
L’iter giuridico
La Corte d’Appello di Milano aveva respinto le domande, sottolineando come il fondamento della pretesa fosse rinvenibile in accordi sindacali locali non sottoscritti dall’ARAN e, dunque, privi di efficacia nel sistema della contrattazione del pubblico impiego. La controversia è così approdata in Cassazione.
Secondo la Suprema Corte, il passaggio di lavoratori da un’amministrazione a un’altra non può tradursi in un peggioramento complessivo della retribuzione, se si considerano tutte le voci corrisposte con carattere di stabilità dal precedente datore di lavoro. Questo principio, che trova fondamento sia nella giurisprudenza nazionale sia in quella europea, impone di eliminare eventuali effetti penalizzanti derivanti dal mutamento dell’ente di appartenenza.
Proprio per garantire l’equilibrio tra continuità economica e uguaglianza tra dipendenti, l’ordinamento prevede lo strumento dell’assegno ad personam, che consente di colmare eventuali differenze iniziali, ma resta soggetto a riassorbimento.
Disciplina economica dei rapporti di lavoro alle dipendenze delle PA
La disciplina economica dei rapporti di lavoro alle dipendenze delle pubbliche amministrazioni rientra nell’ordinamento civile ed è riservata allo Stato. Il d.lgs. n. 165/2001 affida in via esclusiva alla contrattazione collettiva nazionale e, nei limiti da essa fissati, a quella integrativa, la regolazione dei trattamenti economici. Ne consegue che né le Regioni né la contrattazione decentrata possono prevedere soluzioni difformi o benefici permanenti non contemplati dal sistema delle fonti.
Tanto premesso, anche la clausola di salvaguardia contenuta nell’art. 31 del Testo Unico sul pubblico impiego, che fa riferimento alla “diversa disciplina” dei trasferimenti, non può essere interpretata come un’apertura alla legislazione regionale, ma esclusivamente come un rinvio a eventuali disposizioni statali speciali. Attribuire alle Regioni il potere di incidere stabilmente sui trattamenti economici dei dipendenti pubblici significherebbe violare il riparto costituzionale delle competenze e mettere in discussione l’unitarietà del sistema.
Trasferimenti nel pubblico impiego, per la Cassazione stop ai “benefici a vita”
La Cassazione ha quindi fornito una lettura costituzionalmente orientata della normativa lombarda richiamata dai ricorrenti. La previsione secondo cui il personale trasferito conserva la posizione giuridica ed economica in godimento al momento del passaggio va intesa come una garanzia contro la riduzione immediata della retribuzione complessiva, non come il riconoscimento di un diritto intangibile a conservare per sempre singole voci stipendiali. Il richiamo agli effetti del nuovo ordinamento professionale rende necessario riallineare progressivamente il trattamento del personale trasferito a quello dei dipendenti dell’ente di destinazione.
Analogo discorso vale per protocolli d’intesa, accordi sindacali locali e determinazioni unilaterali dell’amministrazione. Tali strumenti possono avere una funzione attuativa e perequativa nella fase iniziale del trasferimento, ma non sono idonei a creare diritti economici ulteriori o a sottrarre gli assegni ad personam alla regola del riassorbimento. Né rilevano eventuali dichiarazioni di dirigenti o prassi amministrative che prospettino benefici “a vita”, trattandosi di affermazioni prive di fondamento normativo.
Un ulteriore profilo sottolineato dalla Corte riguarda la funzione stessa degli assegni ad personam. Se tali emolumenti sono collegati allo svolgimento di specifiche funzioni, essi perdono fondamento nel momento in cui quelle funzioni cessano. In tal caso, viene meno anche la finalità perequativa che ne giustificava l’attribuzione, rendendo legittima la loro eliminazione.
Su queste basi, la Suprema Corte ha ritenuto infondate tutte le censure dei ricorrenti, sia quelle incentrate sulla presunta violazione della normativa regionale, sia quelle fondate sull’interpretazione degli accordi sindacali locali. L’unica lettura compatibile con l’assetto normativo vigente è quella che esclude la possibilità di riconoscere assegni aggiuntivi non riassorbibili e di consolidare nel tempo trattamenti economici di favore.



AGRIGENTOOGGI

Forza Italia: approvato il DUP, più ore ai dipendenti della ex Provincia

Il Gruppo di Forza Italia al Libero Consorzio Comunale di Agrigento esprime soddisfazione per l’approvazione del Documento Unico di Programmazione (DUP) che prevede l’incremento delle ore lavorative per i dipendenti part-time della ex Provincia.
In una nota stampa, il gruppo azzurro sottolinea l’importanza del provvedimento approvato nell’ultima seduta del Consiglio, definendolo un risultato atteso e significativo, capace di restituire dignità lavorativa e serenità economica ai dipendenti coinvolti e alle loro famiglie.
A firmare la nota sono i consiglieri Domenico Scicolone, vicepresidente con delega alle Risorse umane, Alessandro Grassadonio e Giovanni Cutrera, che parlano di un risultato storico, frutto di un percorso avviato da diversi anni, anche durante la fase commissariale dell’ente.
I tre consiglieri di Forza Italia rivolgono inoltre un ringraziamento al presidente Pendolino, per aver condiviso e sostenuto la questione del personale part-time, accompagnando l’iter che ha portato all’incremento dell’orario fino a 34 ore settimanali, al termine di un lungo e complesso lavoro tecnico sul bilancio dell’ente.
Un provvedimento fortemente sostenuto dal Gruppo di Forza Italia, che – si legge nella nota – contribuirà finalmente a garantire maggiore stabilità economica, tutele occupazionali e una condizione di lavoro più dignitosa per il personale interessato.



AGRIGENTOOGGI.IT 

Alluvioni, parte il sistema di controllo: radar e sensori a guardia dei fiumi

Un nuovo passo avanti nella prevenzione del rischio idrogeologico arriva dal territorio agrigentino. È entrato infatti in funzione, presso la sede dell’ex Provincia regionale, un sistema innovativo di monitoraggio pensato per tenere sotto controllo i corsi d’acqua e intervenire in modo tempestivo in caso di criticità.Il progetto, realizzato dal Libero Consorzio comunale, si basa su una rete integrata di radar, sensori, telecamere e stazioni meteo in grado di rilevare in tempo reale il livello dell’acqua e le condizioni atmosferiche. I dati raccolti vengono trasmessi a una sala operativa centralizzata, dove personale specializzato può analizzarli costantemente.Cuore del sistema sono i sensori radar, alimentati da pannelli fotovoltaici, che misurano l’altezza dei fiumi e inviano automaticamente le informazioni ai pannelli semaforici installati nei punti sensibili. Al superamento delle soglie di sicurezza, scatta l’allerta: il semaforo cambia colore, vengono attivati messaggi di avviso e parte la segnalazione alla Protezione civile.A supporto, anche telecamere e stazioni meteo professionali, che consentono di incrociare i dati idrometrici con quelli meteorologici, offrendo una visione completa della situazione. Tutte le informazioni sono consultabili tramite piattaforma digitale, accessibile sia da browser sia da app, così da garantire aggiornamenti rapidi anche sul campo.La rete copre diverse aree strategiche della provincia, tra cui Cammarata, Licata, Sciacca e Agrigento, permettendo un monitoraggio esteso del territorio e una localizzazione precisa delle criticità. L’obiettivo è ridurre i tempi di intervento e migliorare la gestione delle emergenze, puntando su tecnologia e prevenzione.Secondo il Libero Consorzio, l’iniziativa rappresenta un salto di qualità nella sicurezza del territorio, grazie anche al finanziamento regionale che ha reso possibile l’adozione di strumenti tecnologici avanzati. Sono già previsti ulteriori sviluppi, con nuovi investimenti e programmi di formazione dedicati agli operatori del sistema di protezione civile.





LENTEPUBBLICA

Arriva la proroga al 2026 per i bilanci degli enti locali: più tempo per programmare 

Gli enti locali avranno più tempo per mettere a punto i propri strumenti finanziari: la Conferenza Stato-Città ed autonomie locali ha infatti approvato la proroga del termine per l’adozione dei bilanci di previsione relativi al triennio 2026-2028, fissando una nuova scadenza.Una decisione attesa da amministratori e tecnici, che arriva in un momento particolarmente delicato per la finanza pubblica territoriale.I motivi della prorogaLa proroga è il risultato di una richiesta congiunta avanzata dall’Associazione nazionale dei Comuni italiani (Anci) e dall’Unione delle Province d’Italia (Upi), che da settimane segnalavano le difficoltà operative riscontrate da numerose amministrazioni locali. Alla base della richiesta vi è soprattutto il quadro di incertezza legato alla prossima legge di bilancio dello Stato, ancora in fase di definizione al momento della decisione. Senza conoscere in modo puntuale le misure contenute nella manovra, risulta complesso per Comuni e Province stimare entrate, spese e margini di manovra per gli anni successivi.La nuova scadenza per i bilanci degli enti locali
Tradizionalmente, i bilanci di previsione devono essere approvati entro la fine dell’anno precedente a quello di riferimento. In questo caso, la data ordinaria sarebbe stata il 31 dicembre 2025. Tuttavia, il contesto attuale ha reso evidente come il rispetto di tale scadenza avrebbe potuto compromettere la qualità della programmazione finanziaria, costringendo gli enti a operare su ipotesi incomplete o provvisorie. Il rinvio di due mesi consente invece di lavorare su basi più solide, una volta chiariti gli indirizzi definitivi della politica economica nazionale.
Pertanto la nuova scadenza fissata è quella del 28 febbraio 2026.Che cosa rappresenta il bilancio di previsione?Il bilancio di previsione non è un semplice adempimento formale. Si tratta dello strumento attraverso il quale le amministrazioni locali pianificano le proprie attività, stabiliscono le priorità di spesa e decidono come impiegare le risorse a disposizione per garantire servizi essenziali come trasporti, assistenza sociale, istruzione, manutenzione urbana e sicurezza del territorio. Una programmazione affrettata o basata su dati incompleti rischia di tradursi in scelte poco efficaci o, nel peggiore dei casi, in squilibri finanziari difficili da correggere in corso d’anno.Un ulteriore elemento che ha inciso sulla decisione riguarda la complessità tecnica legata alla gestione di alcuni strumenti di perequazione finanziaria. In particolare, lo slittamento del termine permetterà agli enti di analizzare con maggiore attenzione i meccanismi di determinazione e distribuzione del Fondo di solidarietà comunale e del Fondo sperimentale di riequilibrio. Si tratta di risorse fondamentali per garantire una distribuzione più equa dei finanziamenti tra territori con capacità fiscali differenti, riducendo i divari tra aree più forti e zone strutturalmente svantaggiate.Il calcolo e il riparto di questi fondi richiedono dati aggiornati, criteri definiti e un’attenta valutazione degli impatti sui singoli bilanci locali. Avere più tempo a disposizione consente agli uffici finanziari di svolgere le necessarie simulazioni, verificare la coerenza delle previsioni e predisporre documenti contabili più accurati. Questo aspetto è particolarmente rilevante per i Comuni di dimensioni medio-piccole, che spesso dispongono di risorse umane limitate e devono affrontare carichi amministrativi sempre più onerosi.



LENTEPUBBLICA

Ferie non godute e festività soppresse: vanno pagate ai dipendenti pubblici 

La Corte d’Appello di Milano mette un punto fermo su una questione che da anni alimenta contenziosi e incertezze: le ferie non godute e le festività soppresse dei lavoratori pubblici a tempo determinato devono essere pagate, se l’Amministrazione non ha invitato in modo chiaro e formale alla loro fruizione.Una pronuncia che nasce nel mondo della scuola, ma che estende i suoi effetti ben oltre, configurandosi come un precedente destinato a incidere su tutto il pubblico impiego, diventando un riferimento per tutti i dipendenti pubblici: dagli enti locali alla sanità, passando per ogni settore della PA.Con la sentenza n. 1013/2025, la Sezione Lavoro della Corte milanese ha accolto il ricorso di un precario, ribaltando completamente l’esito del primo grado e condannando il Ministero dell’Istruzione e del Merito al pagamento di oltre 5.200 euro, più interessi e spese legali. Un verdetto che rafforza un orientamento giurisprudenziale ormai solido e che ridisegna i confini della responsabilità datoriale nella gestione delle ferie.
Il caso: un docente precario e anni di ferie mai utilizzate
Al centro della vicenda c’è un insegnante con contratto a tempo determinato, iscritto al sindacato Anief, che nel corso di diversi anni scolastici aveva maturato ferie e festività soppresse senza riuscire a usufruirne. Alla scadenza dei contratti, però, nessuna indennità sostitutiva gli era stata riconosciuta, sulla base dell’assunto che quei giorni avrebbero potuto essere fruiti durante le sospensioni delle lezioni.Un’interpretazione che, secondo la Corte d’Appello, non regge alla prova del diritto. I giudici hanno infatti chiarito che la semplice possibilità astratta di fruire delle ferie non equivale a una rinuncia automatica. Perché il diritto possa dirsi perso, serve qualcosa di più: un comportamento attivo e verificabile dell’Amministrazione.L’obbligo dell’Amministrazione: informare e avvertireIl cuore della sentenza ruota attorno a un principio tanto semplice quanto spesso disatteso: è il datore di lavoro pubblico a dover dimostrare di aver messo il lavoratore nelle condizioni di esercitare il proprio diritto alle ferie. Questo significa fornire un invito esplicito, tempestivo e inequivocabile, accompagnato da un chiaro avvertimento sulle conseguenze della mancata fruizione.In assenza di una comunicazione formale che informi il dipendente del rischio di perdere sia le ferie sia la relativa monetizzazione, il diritto all’indennità sostitutiva resta intatto. Non basta, dunque, fare affidamento su prassi consolidate o su interpretazioni implicite: la tutela del lavoratore passa attraverso atti concreti e documentabili.La Corte ha sottolineato come questo obbligo informativo sia coerente con i principi del diritto europeo e nazionale, che pongono il riposo annuale retribuito tra i diritti fondamentali del lavoratore, non comprimibili per effetto di automatismi o presunzioni.
Festività soppresse: stesso trattamento, stessa tutelaUn altro passaggio rilevante della decisione riguarda le festività soppresse, spesso considerate un istituto “minore” rispetto alle ferie ordinarie. I giudici milanesi hanno invece ribadito che anche queste seguono il medesimo regime di protezione.
In altre parole, se l’Amministrazione non invita formalmente il dipendente a usufruirne e non lo avverte delle conseguenze della mancata richiesta, scatta l’obbligo di corrispondere l’indennità sostitutiva. Un chiarimento che amplia ulteriormente la portata della pronuncia e che potrebbe aprire la strada a numerosi ricorsi analoghi.









































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