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rassegna stampa del 24 dicembre 2025

libero consorzio di agrigento

Il presidente del Libero consorzio comunale di Agrigento Giuseppe Pendolino, ha ricevuto questa mattina, il giornalista agrigentino Domenico Vecchio che nei giorni scorsi, nel corso della quarta edizione del Premio giornalistico regionale “Pietro Anastasi”, ha ricevuto il premio nella sezione Giornalisti Sportivi. Un riconoscimento che arriva al termine di un percorso costruito sul campo, tra cronaca sportiva, comunicazione e attenzione costante al linguaggio e ai valori dello sport, inteso come racconto di comunità, sacrificio e appartenenza. Il presidente Pendolino, ha espresso a Domenico Vecchio il proprio plauso per il risultato raggiunto.

reportsicilia

Dalla candidatura a Capitale della Cultura alla paralisi: quando l’autonomia diventa un problema per il potere

C’è una linea di continuità che attraversa gli ultimi anni della vita istituzionale dell’Empedocle Consorzio Universitario di Agrigento (ECUA): è la linea che parte dalla candidatura di Agrigento a Capitale Italiana della Cultura 2025, passa dalla progressiva emarginazione di chi quella candidatura l’ha costruita, e arriva oggi a un rischio concreto di dissesto dell’ente universitario pur di impedire un ritorno scomodo ai vertici.Al centro di questa vicenda c’è Nenè Mangiacavallo, figura chiave nella fase iniziale del progetto culturale, e lo scontro con l’asse politico riconducibile al sindaco Francesco Miccichè e all’onorevole Roberto Di Mauro.Quando Mangiacavallo era “utile” al progettoÈ un dato storico difficilmente contestabile: la partecipazione di Agrigento al concorso per Capitale Italiana della Cultura porta anche la firma di Nenè Mangiacavallo.
Da presidente dell’ECUA, Mangiacavallo lavora alla costruzione del dossier, al coinvolgimento del mondo universitario, delle istituzioni culturali e delle competenze tecniche necessarie per sostenere una candidatura complessa e ambiziosa.In quella fase, il Consorzio universitario non è un semplice contenitore amministrativo, ma uno snodo strategico tra cultura, formazione e territorio. Una centralità che, col senno di poi, appare essere diventata scomoda.Lo strappo con il sindaco e la “defenestrazione”Il rapporto tra Mangiacavallo e il sindaco Miccichè entra in crisi già negli anni successivi alla candidatura.
Le divergenze non sono personali, ma politico-amministrative: gestione dell’ente, autonomia decisionale, tempi e modalità di costruzione del progetto Agrigento 2025.Secondo quanto ricostruito da diverse testate locali negli anni, Mangiacavallo non avrebbe accettato un ruolo notarile o subordinato, rivendicando l’autonomia dell’ECUA e criticando apertamente ritardi, improvvisazioni e mancanza di una governance chiara attorno al progetto Capitale della Cultura.È in questo contesto che matura la sua uscita forzata dalla presidenza, con il progressivo isolamento politico e l’arrivo di una gestione commissariale. Una “defenestrazione” che molti, oggi, leggono come il primo atto di una resa dei conti tutta interna al potere locale.La nomina regionale e il ritorno che non deve avvenireNegli ultimi mesi la Regione Siciliana ha indicato nuovamente Nenè Mangiacavallo come presidente dell’ECUA, aprendo formalmente la strada al suo ritorno.
Una nomina che avrebbe potuto segnare una ripartenza per un ente in forte difficoltà finanziaria e gestionale.Ed è qui che, secondo quanto denunciato anche da Report Sicilia, scatta il muro.Il Consiglio di amministrazione non si insedia.
Il Comune di Agrigento – socio di peso del Consorzio – non nomina il proprio rappresentante.
Le assemblee vanno deserte.
Il tempo scorre.Risultato: l’ECUA resta paralizzata, senza governance pienamente operativa, senza possibilità di assumere decisioni urgenti, con stipendi e servizi a rischio.Meglio il fallimento che un presidente non manovrabile?È la domanda che sempre più spesso circola negli ambienti universitari e cittadini.
Perché – ed è questo il punto politico centrale – Mangiacavallo non è considerato “gestibile”.Non lo sarebbe:dal sindaco Miccichè, con cui il conflitto è ormai strutturale;dalla componente politica riconducibile a Di Mauro;da chi, in questi anni, ha concepito Agrigento 2025 come un sistema chiuso di nomine, eventi e risorse.Un presidente autonomo, con esperienza, non disposto a farsi dettare l’agenda, rappresenta un rischio per equilibri consolidati.
E così, secondo una lettura sempre più diffusa, si preferisce lasciare l’ente sull’orlo del fallimento piuttosto che consentire un insediamento sgradito.Le ricadute reali: studenti, università, cittàIn questa guerra di potere, a pagare il prezzo più alto non sono i protagonisti politici, ma:gli studenti, che rischiano la sospensione dei servizi;i dipendenti, con stipendi e certezze sempre più fragili;la città di Agrigento, che perde un presidio universitario fondamentale proprio nell’anno in cui dovrebbe dimostrare di essere all’altezza del titolo di Capitale della Cultura.Senza ECUA funzionante, parlare di cultura, innovazione, accoglienza universitaria e sviluppo territoriale rischia di diventare pura retorica.Una vicenda simbolo del “Sistema Agrigento”Il caso ECUA–Mangiacavallo non è un episodio isolato.
È, piuttosto, un simbolo del metodo con cui, da anni, vengono gestiti enti, fondazioni e risorse pubbliche:
chi è funzionale resta, chi è autonomo viene messo ai margini.Oggi quel metodo rischia di produrre un danno irreversibile.
E la domanda finale non può che essere una:Agrigento può permettersi di sacrificare il proprio Consorzio universitario sull’altare degli equilibri politici?


ilsole24ore.it
Manovra, aumenti contrattuali detassati per 3,8 milioni di dipendenti
Beneficiano della detassazione gli incrementi retributivi ai dipendenti del privato nel 2026, in attuazione dei rinnovi contrattuali sottoscritti dal 1° gennaio 2024 al 31 dicembre 2026. Il tetto di reddito è fissato in 33mila euro

Circa 3,8 milioni di lavoratori beneficiano dell’imposta sostitutiva al 5% sugli incrementi retributivi corrisposti ai dipendenti del privato nel 2026, in attuazione dei rinnovi contrattuali sottoscritti dal 1° gennaio 2024 al 31 dicembre 2026.La stima è contenuta nella relazione tecnica alla manovra per la misura - modificata durante l’esame del Senato che ha ampliato platea di beneficiari-, che si applica ai lavoratori del privato con reddito da lavoro dipendente nel 2025 non superiore a 33mila euro (nel testo originario era 28mila euro). A fine giugno secondo l’Istat erano 5,7 milioni i lavoratori in attesa del rinnovo contrattuale, ma da questa platea è stata sottratta la quota di dipendenti pubblici e di soggetti con reddito di lavoro dipendente oltre 33mila euro. Si stima un minor gettito Irpef e addizionali di competenza per -781,8 milioni di euro e un’imposta sostitutiva pari a 138,9 milioni di euro. Il minor gettito complessivo di competenza ammonta a -642,9 milioni di euro.Detassazione all’1% su premi di risultato e distribuzione degli utili
Un’altra novità nel testo che ha avuto il primo via libera del Senato è rappresentata dalla riduzione dell’aliquota dal 5% all’1% e dall’incremento del limite massimo di importo che sale da 3mila a 5mila euro sia sui premi di risultato che sulle quote di partecipazione agli utili da parte dei dipendenti, in continuità con la disciplina prevista per il solo quest’anno dalla legge n.76 del 2025.
Come è noto l’attuale norma prevede per i soli lavoratori dipendenti del privato con redditi da lavoro fino a 80mila euro l’applicazione dell’imposta sostitutiva del 5% sui premi di risultato o sulle somme erogate per la partecipazione agli utili d’impresa entro 3 mila euro. Per l’anno d’imposta 2024, gli importi agevolati ammontavano a circa 2.973 milioni di euro, per il 2026 si stima un incremento dell’ammontare degli importi soggetti a tassazione agevolata di circa il 10% pari a 297,4 milioni di euro, per un totale di base imponibile di circa 3.271,1 milioni di euro. Si stima una potenziale platea di soggetti coinvolti dalla modifica normativa di circa 250mila lavoratori. L’effetto complessivo risulta di -170,8 milioni di euro in termini di competenza. La manovra conferma per il prossimo anno un’altra misura della legge 76, l’esenzione del 50% dell’ammontare dei dividendi corrisposti ai lavoratori e derivanti da azioni attribuite in sostituzione dei premi di risultato, per un importo non superiore a 1.500 euro annui, con oneri valutati in 21 milioni di euro per il 2026.
Cedolare secca del 15% sul lavoro notturno e festivi
Per il periodo di imposta 2026, inoltre, per i dipendenti privati con redditi inferiori a 40mila euro, sono assoggettate ad una cedolare secca al 15% le somme corrisposte a titolo di maggiorazioni e indennità per lavoro notturno, per lavoro festivo e nei giorni di riposo settimanale individuati dai Ccnl, indennità di turno e ulteriori emolumenti connessi al lavoro a turni previsti dai Ccnl, entro il limite annuo di 1.500 euro. Si stimano 2,3 milioni di lavoratori interessati, con minori entrate fiscali per l’anno 2026 valutate in 621 milioni di euro.

ilmessaggero.it
Manovra, più soldi in busta paga: come cambiano gli stipendi? Via libera al Senato, il testo passa alla Camera
Palazzo Madama licenzia il testo che ora passa alla Camera. Tagli Irpef e flat tax sui rinnovi per aumentare le buste paga
Il primo via libera del Senato alla legge di Bilancio è arrivato: 113 voti favorevoli, 70 contrari e 2 astenuti. L'iter parlamentare è stato più lungo del previsto, con dibattiti notturni e confronti serrati in Commissione Bilancio a Palazzo Madama. La manovra — la quarta dell’esecutivo Meloni — è salita da 18,5 a 22 miliardi di euro, grazie a stanziamenti aggiuntivi destinati alle imprese: ampliamento di Transizione 4.0, finanziamento della Zes unica del Mezzogiorno e risorse per compensare l’aumento dei costi dei materiali per le aziende di costruzione.Le principali novità introdotteTutti gli interventi sono stati realizzati a saldi invariati, grazie alla rimodulazione di altri fondi, in modo da rispettare l’indirizzo del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti: «Non appesantire il deficit, per consentire l’uscita dell’Italia dalla procedura d’infrazione europea».L’ultimo maxi emendamento presentato dal governo ha stralciato cinque norme, tra cui lo scudo per gli imprenditori sconfitti in tribunale per salari troppo bassi. Come ha spiegato il viceministro dell’Economia Maurizio Leo, l’esclusione è stata motivata da «ragioni costituzionali».Buste paga e taglio delle tasse: il filo conduttore
Il testo della manovra è stato trasmesso alla Camera per l’approvazione definitiva (attesa entro il 30 dicembre). Non sono possibili ulteriori modifiche. Questa legge di Bilancio, la penultima della legislatura Meloni-Giorgetti, riprende un indirizzo già evidente nelle tre precedenti: priorità all’aumento dei salari netti tramite la riduzione della tassazione sul lavoro dipendente.
L’ultima finanziaria non solo taglia l’Irpef per la classe media — riducendo la seconda aliquota dal 35% al 33% (beneficio annuo pari a 440 euro) — ma introduce per la prima volta una flat tax al 5% sui rinnovi contrattuali fino a 32 mila euro di reddito. Una misura storica, richiesta a lungo dai sindacati. Esordisce inoltre la detassazione del salario accessorio dei dipendenti pubblici fino a 800 euro.Interventi che proseguono lungo il percorso già intrapreso: le precedenti manovre avevano ridotto le aliquote Irpef e ampliato la no tax area. Il taglio dei contributi, iniziato già col governo Draghi, è stato rafforzato e trasformato in una detrazione per lavoro dipendente, offrendo sollievo alle buste paga medio-basse. Secondo uno studio di 20 economisti del Be, negli ultimi anni il fiscal drag è stato più che compensato per questi redditi.
Controllo della spesa e riforme sulle pensioniAltro elemento costante riguarda il contenimento della spesa corrente, in particolare per le pensioni. È stato riattivato il meccanismo Fornero di adeguamento all’aspettativa di vita, che farà salire progressivamente l’età pensionabile, e sono stati chiusi praticamente tutti gli scivoli previdenziali, comprese Quota 102, Quota 103 e Opzione Donna. Decisioni che hanno generato discussioni nella maggioranza, ma sono state alla base della promozione delle agenzie di rating e della riduzione del debito pubblico, rendendo più sicuro il futuro dei conti italiani.









































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