ILSOLE24ORE
L’intervista. Franz Di Bella. Per il vice presidente vicario di Confindustria Catania è urgente aumentare i fondi e passare ora alla fase 2»«Danni enormi alle imprese, i ristori per ora inadeguati»
«La mobilitazione delle istituzioni ha consentito una gestione rapida dell’emergenza, mettendo in sicurezza i cittadini e limitando i danni. È stato un segnale importante di attenzione. Ma ora bisogna fare il resto e farlo in fretta». A parlare è Franz Di Bella, vicepresidente vicario di Confindustria Catania, che poi è l’area più colpita dalla violenza del ciclone Harry. Di Bella sgombera subito il capo: «Voglio dire che i soldi del Ponte sullo Strettonon si toccano, lo voglio dire chiaro. Le soluzioni vanno
trovate ma con altre risorse: per noi il Ponte rappresenta una prospettiva di sviluppo».
La fase emergenziale può dirsi conclusa?
È indispensabile passare alla fase più delicata: quella della ricostruzione. È qui che emergono le criticità più complesse, soprattutto per le lungaggini burocratiche e le difficoltà operative che rischiano di rallentare la ripartenza
delle imprese.
I ristori previsti sono sufficienti?
Purtroppo no. Le misure adottate fino ad oggi sono tutt’altro che incisive. Parliamo di ristori strutturati con il 40% a fondo perduto e il 60% a tasso zero: una formula che non è adeguata rispetto ai danni ingentissimi subiti da tante aziende. Questi aiuti non coprono neppure una parte significativa dei costi necessari alla ricostruzione.
Quali realtà stanno pagando il prezzo più alto?
Non parliamo solo di danni materiali, ma della sopravvivenza stessa di interi comparti. La maggior parte dei lidi balneari è stata completamente spazzata via. Molte piccole imprese che rappresentano il motore dell’economia locale, si trovano ad affrontare una situazione drammatica. Attendiamo anche il decreto nazionale e la ripartizione dei 33 milioni stanziati per la Sicilia, con l’auspicio che queste risorse possano essere incrementate nel tempo.
ILSOLE24ORE
In Italia l’Ai è matura: +50% nel corso di un anno Algoritmo. Per il PoliMi nel 2025 l’intelligenza artificiale ha accelerato a 1,8 miliardi: metà del valore è attribuito a Gen Ai e strumenti ibridi
I numeri dell’ultima ricerca dell’Osservatorio Artificial Intelligence del Politecnico di Milano, che il Sole 24 Ore ha avuto modo di visionare in anteprima, parlano chiaro: nel 2025 il giro d’affari dell’Ai ha raggiunto in Italia quota 1,8 miliardi di euro, con una crescita del 50% in un solo anno e un’accelerazione che non ha precedenti nel panorama digitale recente. Siamo dunque arrivati all’agognata fase di maturità? Probabilmente sì, in considerazione della nuova composizione delle voci di spesa, che vedono le soluzioni di Generative Ai e gli strumenti ibridi coprire ormai quasi la metà del valore degli investimenti (il 46% per la precisione), mentre la rimanente fetta resta legata alle applicazioni di machine learning tradizionali. Come conferma anche Giovanni Miragliotta, direttore dell’Osservatorio Ai, «l’analisi e l’elaborazione del testo e del linguaggio arrivano a toccare il 40% del valore di mercato, superando per la prima volta gli ambiti legati all’analisi dei dati: si tratta di una svolta quasi epocale, che ci dà una misura precisa dell’impatto dell’intelligenza artificiale generativa sullo sviluppo di questa tecnologia». Una svolta che riflette la capacità dell’AI di insinuarsi nei processi decisionali e cognitivi, oltre che in quelli industriali, ma che richiede, secondo l’esperto, «un rafforzamento importante delle abilità manageriali per navigare tra l’over-communication e le difficoltà di innovazione del modello operativo».Allo stato attuale, sono ancora dominanti i progetti di applicazione “su misura” costruiti intorno alle specificità della singola azienda, che assorbono il 77% della spesa complessiva; per contro, sono servizi e licenze software a mostrare i tassi di crescita più elevati (l’84% delle grandi imprese ha acquistato strumenti di Gen Ai, con un incremento del 31% anno su anno), segno di una progressiva maturazione dell’offerta. Se guardiano ai livelli di adozione, la pervasività dell’Ai non è però così sostanziale: il 71% delle grandi aziende ha infatti avviato almeno un progetto (rispetto al 59% del 2024), ma solo una su cinque utilizza la tecnologia su più funzioni e solo una minoranza misura in modo strutturato i ritorni stimando ex ante il rapporto tra costi e benefici. Per non parlare dei tanto “osannati” sistemi di Process Orchestration e Agentic AI, che pesano solo per il 4% della spesa. La trasformazione organizzativa, stando agli indicatori appena citati, sembra procedere ancora lentamente, riflettendosi nel gap che riguarda le Pmi, dove la diffusione dell’Ai resta limitata (il comparto pesa per il 18% a valore e il tasso di sperimentazione è del 15% nelle medie imprese e del 7% nelle piccole) pur in presenza di un interesse crescente. «L’AI – ha concluso Miragliotta - ha di fronte a sé almeno tre grandi sfide. La prima è trovare un equilibrio tra aspettative e benefici reali dall’adozione; la seconda è proseguire con programmi di ricerca e formazione una volta esaurite le risorse del Pnrr e la terza, di portata globale, riguarda la sostenibilità finanziaria degli enormi investimenti in atto».
Uno scenario a luci e ombre è quello che fotografa anche l’ultima edizione della “CEO Survey” di PwC, studio che restituisce l’immagine di un management ottimista sulla crescita dell’economia globale ma consapevole di un pericoloso ritardo nell’adozione dell’intelligenza artificiale. Solo una minoranza delle imprese (il 12% a livello mondiale) che vi investe in modo strutturato riesce infatti a tradurre gli sforzi profusi in benefici tangibili su costi e ricavi: il nodo è tecnologico? No, è culturale e organizzativo, e lo si evince dalla mancanza di competenze dedicate (difetto che accomuna il 46% delle aziende) e da una governance che risulta ancora fragile. In Italia, nello specifico, il 68% delle imprese non integra l’AI nella definizione della propria strategia, il 40% non dispone di una roadmap chiara e il 34% non ha formalizzato regole per una sua adozione responsabile. L’intelligenza artificiale diventa così una linea di demarcazione tra chi elegge la trasformazione tecnologica a priorità strategica integrandola nei processi decisionali e nei modelli operativi e chi invece questo step non riesce a compierlo. Non è un caso, in tal senso, che metà delle imprese italiane (rispetto alla media globale del 42%) abbia già esplorato nuovi settori negli ultimi cinque anni in cerca di nuova competitività. Senza fondamenta solide (governance, visione sistemica, dati organizzati e competenze diffuse) il rischio che l’Ai rimanga un acceleratore potente ma incompiuto rimane assolutamente reale.
LENTEPUBBLICA
Definizione agevolata delle entrate locali: la nota di approfondimento.
La legge di Bilancio 2026 (legge 30 dicembre 2025, n. 199) apre un capitolo destinato a far discutere amministratori, responsabili finanziari e uffici tributi: Regioni ed enti locali possono disciplinare “a regime” forme di definizione agevolata delle proprie entrate, sia tributarie sia patrimoniali, costruendo regole su misura tramite atti adottati secondo l’ordinamento dell’ente.
La novità – contenuta nei commi 102-110 dell’articolo 1 – non è una “sanatoria” automatica né un condono generalizzato. È, piuttosto, uno strumento straordinario di gestione delle entrate, da usare con cautela e con un obiettivo preciso: favorire incassi realistici e ridurre sacche di arretrato, senza compromettere gli equilibri di bilancio. Sul punto, IFEL-ANCI ha già pubblicato una nota operativa con schema di regolamento modulare, pensato per essere “smontato e rimontato” in base alle scelte del singolo ente.
Uno strumento “a regime”, ma non per l’ordinaria amministrazione
Il dato politico-amministrativo più rilevante è la reintroduzione esplicita della facoltà regolamentare, dopo anni in cui il tema era stato segnato da letture diverse e contenziosi interpretativi (con richiami al precedente impianto del 2002). Stavolta, però, il legislatore delinea un perimetro più netto: la definizione agevolata può essere ripetibile nel tempo, ma deve essere ancorata a periodi delimitati e coerente con la situazione economico-finanziaria dell’ente.
In altre parole: la norma consente margini di manovra ampi, ma chiede che l’ente motivi e governi bene l’operazione, evitando di trasformarla in una scorciatoia “di routine”.
Principi costituzionali, Statuto del contribuente e… contabilità: il nodo degli equilibri
La legge richiama espressamente i principi costituzionali (legalità, capacità contributiva, autonomia finanziaria) e i principi generali dell’ordinamento tributario, inclusi quelli dello Statuto dei diritti del contribuente.
Ma la vera cartina di tornasole, per chi amministra, è un’altra: l’impatto sul bilancio. La definizione agevolata deve muoversi nel rispetto dell’equilibrio finanziario e viene collegata in modo significativo ai crediti di difficile esigibilità. Qui entra in gioco il tema, tecnico ma decisivo, del Fondo crediti di dubbia esigibilità (FCDE): più l’ente ha “coperto” correttamente i crediti vecchi con accantonamenti, più l’eventuale incasso derivante dalla definizione può tradursi in maggiori entrate effettivamente utilizzabili.
Al contrario, nei casi in cui residui attivi poco realistici siano rimasti a bilancio senza adeguata copertura, l’operazione rischia di comportare riduzioni di poste attive che vanno gestite con attenzione, perché possono riflettersi sugli equilibri. È anche per questo che, in ottica prudenziale, diventa strategica una relazione tecnica di accompagnamento con stime di adesione e simulazioni sugli effetti finanziari (oltre al passaggio obbligato: parere dell’organo di revisione).
Che cosa si può definire: interessi e sanzioni sì, “capitale” no
Il cuore della misura è semplice da enunciare: l’ente può prevedere esclusioni o riduzioni di interessi e/o sanzioni, a condizione che il contribuente/utente regolarizzi quanto dovuto entro un termine fissato dal regolamento, non inferiore a 60 giorni dalla pubblicazione dell’atto sul sito istituzionale.
Attenzione però: la definizione agevolata non consente – salvo specifiche ipotesi legate a norme statali – di “tagliare” la quota principale. Il pagamento del capitale resta il pilastro dell’operazione; lo sconto riguarda gli accessori (con modulazioni possibili).
Quanto all’oggetto, il perimetro è molto ampio: rientrano i tributi disciplinati e gestiti da regioni ed enti locali, con esclusioni esplicite (IRAP, compartecipazioni e addizionali a tributi erariali). E, elemento di forte interesse pratico, l’ente può estendere la misura anche a entrate patrimoniali.
Questo significa che, in linea di principio, lo strumento può coinvolgere una larga parte delle entrate comunali, incluse – nel campo patrimoniale di diritto pubblico – anche fattispecie come le sanzioni stradali, oltre a canoni e corrispettivi, con differenze da valutare caso per caso sulle componenti “riducibili”.
Non solo debiti “cristallizzati”: spazio anche per situazioni in fase di accertamento
Un altro passaggio rilevante riguarda la possibilità di prevedere definizioni agevolate anche quando sono già in corso procedure di accertamento. Questo apre scenari operativi interessanti, perché consente di intercettare posizioni prima che degenerino in atti esecutivi, con un possibile effetto di deflazione del contenzioso e accelerazione degli incassi.
Sul piano concreto, alcune entrate si prestano più di altre (ad esempio, la gestione di omissioni o versamenti incompleti su tributi con importi determinabili in modo relativamente lineare). Altre, invece, pongono complessità applicative che richiedono un regolamento scritto bene e una macchina amministrativa pronta a gestire comunicazioni, calcoli, rateazioni e controlli.
Liti pendenti: opportunità e cautele procedurali
La legge consente di estendere l’agevolazione anche alle controversie tributarie pendenti in cui l’ente è parte. Qui, però, si entra in una materia delicata: i termini e le regole del processo non sono “manovrabili” dall’ente tramite regolamento.
In pratica, l’agevolazione può diventare un incentivo alla chiusura delle liti, ma serve una gestione accurata: coordinamento con l’avvocatura/ufficio legale, modulistica chiara, indicazioni operative su istanze e pagamenti, e – soprattutto – un impianto che riduca il rischio di creare contenzioso “nel contenzioso”.
Riscossione esterna e limiti con AdER: cosa può fare davvero il Comune
Molti enti non riscuotono tutto “in casa”: concessionari, società in house, gestioni integrate e affidamenti esterni rendono la realtà molto più articolata. La norma contempla questi scenari, ma resta un confine particolarmente sensibile: i carichi affidati all’Agente nazionale della riscossione (AdER) non sono liberamente “governabili” da un regolamento locale, perché l’ente non può imporre obblighi operativi a un soggetto che agisce su base legislativa statale.
In sintesi: l’ente può disegnare definizioni agevolate sulle entrate di propria competenza e sulla propria filiera di gestione (interna o tramite concessionari), ma quando la riscossione coattiva è incardinata su circuiti nazionali, lo spazio d’azione dipende da previsioni statali espresse.
Regolamento comunale: efficacia, pubblicazione e digitalizzazione
Per i Comuni, lo strumento passa da un atto regolamentare consiliare. Un punto operativo importante: il regolamento acquista efficacia con la pubblicazione sul sito istituzionale dell’ente creditore e viene trasmesso al MEF-Dipartimento delle Finanze ai soli fini statistici entro 60 giorni dalla pubblicazione (secondo quanto evidenziato anche da IFEL).
In più, la legge chiede che la definizione sia costruita su periodi circoscritti e favorisca anche l’uso di tecnologie digitali per presentare istanze e completare gli adempimenti: un’indicazione che, se presa sul serio, può ridurre costi di front-office e aumentare la platea raggiungibile.
Una check-list pratica per gli enti: quando conviene e come impostarla
Prima di deliberare, vale la pena seguire una scaletta essenziale:
Mappare il magazzino crediti (anzianità, tasso di riscossione, contenzioso, FCDE, stralci già effettuati).
Definire l’obiettivo: incasso rapido? pulizia residui? riduzione liti? miglioramento del rapporto con i contribuenti?
Scegliere quali entrate includere e quali escludere (anche per capacità amministrativa).
Stabilire riduzioni sostenibili su interessi/sanzioni, senza generare squilibri.
Pianificare comunicazione e canali: non solo sito, ma campagne informative coerenti e misurabili.
Predisporre una relazione tecnico-finanziaria e coinvolgere per tempo revisori e uffici legali.
La definizione agevolata, insomma, non è un “pulsante” da premere: è un intervento che funziona solo se progettato come misura di gestione, con regole chiare e una stima realistica dell’adesione.
GRANDANGOLO
Rotatorie pericolose e mancati interventi
Necessaria di modifica della segnaletica stradale a Porta Aurea e viale Cannatello
Il 21 agosto scorso avevamo pubblicato una breve nota – a firma dell’ing. Antonio Vita, che si definiva “utente della strada” – inviata anche, anzi soprattutto al Prefetto di Agrigento ed alle istituzioni (sindaco del Comune di Agrigento, questore di Agrigento, comandante della Guardia di Finanza di Agrigento, comandante della Polizia stradale di Agrigento, comandante della Polizia municipale del Comune di Agrigento, presidente del Libero consorzio comunale di Agrigento, comandante della Stazione Carabinieri di Agrigento,).
L’ing. Vita dichiarava subito il suo intento: “sensibilizzare le pubbliche autorità, secondo le rispettive competenze, in ordine alla opportunità di modifica della segnaletica stradale delle due rotatorie (Porta Aurea e viale Cannatello, in Agrigento) che allo stato può essere causa di incidenti e quindi fonte di grave pericolo per l’utenza della strada“.
Scriveva l’ing. Vita: “Ad Agrigento due rotatorie pericolose causa, nel recente passato, di numerosi incidenti anche mortali. In tutte le rotatorie d’Europa c’è una regola semplice: chi arriva nella rotatoria si deve fermare e chi è dentro la rotatoria non deve avere nessuno STOP, per liberarla al più presto. Nella rotatoria all’incrocio tra Via Cavaleri Magazzeni SP 71 e Viale Cannatello, Via Magellano, Via Farag e Via Lago Pergusa, la segnaletica non prevede lo stop per chi proviene da Viale Cannatello in direzione Via Magellano, mentre dentro la rotatoria ci sono 3 cartelli di stop, non consentendo di liberarla al più presto. Nella rotatoria di Porta Aurea c’è una precedenza pericolosa in direzione Agrigento-San Leone, e viceversa, mentre ci sono degli STOP all’interno della rotatoria. A poca distanza ci sono 2 rotatorie con segnaletica corretta: rotonda Giunone e ingresso a San Leone, all’incrocio tra Viale Emporium, Viale Dei Pini e Viale Viareggio. L’automobilista viene indotto in confusione trovando in rotatorie vicine normative opposte”.
“Questo esposto – concludeva l’ing. Vita – viene inviato anche alle forze dell’ordine per la loro riconosciuta competenza in fatto di viabilità, e per l’autorevolezza che possono avere nel sollecitare gli enti competenti a risolvere il problema, per l’incolumità di tutti gli utenti della strada, soprattutto per i turisti che sono abituati alle rotatorie europee. Basterebbe poco a spostare i numerosi cartelli già esistenti. Le competenze locali ci sono perché lo svincolo di San Leone da pochi anni è stato modificato in modo corretto. Si potrebbe concludere dicendo che ci sono 6 cartelli in cerca d’autore”.
Adesso, si aspettano interventi risolutivi – affermava Grandangolo a chiusura dell’articolo – che, siamo certi, arriveranno presto.
Ci siamo sbagliati
E l’ing. Vita torna alla carica con una lettera inviata al sindaco di Agrigento, Francesco Miccichè. Questa: “Buongiorno, mi scusi se la disturbo di nuovo, Le scriverò sottovoce. Ad agosto 2025 ho segnalato la pericolosità di due rotatorie: Porta Aurea e Cannatello. Dalla stampa notizia di un finanziamento di 600.000,00 euro. Terrore! Uno svincolo autostradale in piena Valle dei Templi ? La rotatoria di Porta Aurea è perfetta come opera muraria e perfettamente compatibile con i luoghi. Per eliminare i pericoli basta “un giorno di lavoro di due operai” che mettano al posto giusto i cartelli esistenti. Le competenze al Comune ci sono. Idem per la rotatoria Cannatello. Ad oggi non è stato estirpato nemmeno un cespuglio. Nella terra di ” Uno, nessuno, centomila ” qualcuno che riscopra la propria identità e voglia fare qualcosa? Ci vuole poco e senza spreco di denaro pubblico. Vista l’irrisoria spesa e il sempre incombente pericolo per la pubblica incolumità, sarebbe il caso di intervenire subito. Gli incidenti continuano e la responsabilità resta a chi dovrebbe intervenire. Grazie.
Ing. Antonio Vita
LENTEPUBBLICA
TFS Dipendenti pubblici: battaglia legale in Europa dopo la delusione dalla Manovra
Il divario tra il settore pubblico e quello privato in materia di TFS rappresenta uno degli squilibri più profondi e discussi del mercato del lavoro italiano: e a seguito della delusione per i dipendenti pubblici dopo l’approvazione della Manovra la battaglia legale adesso si sposta in Europa. Scopriamone di più.
Il Trattamento di Fine Servizio (TFS) è stato concepito come una forma di salario differito, esattamente come il TFR per i lavoratori privati, ma la sua erogazione ha seguito binari temporali opposti. Mentre nel comparto privato la liquidazione è immediata, i dipendenti statali da anni sono costretti a fare i conti con innumerevoli rinvii e rateizzazioni che la Corte Costituzionale ha già più volte censurato, in quanto incompatibili con i principi di equità e dignità del lavoratore sanciti dalla Costituzione.
L’illusione della Legge di Bilancio 2026
All’inizio di quest’anno, il dibattito normativo si è acceso intorno alle novità inserite nell’ultima manovra finanziaria. Il Governo ha introdotto una misura che, a partire dal 2027, dovrebbe anticipare di 3 mesi l’erogazione della prima tranche del TFS, portando l’attesa dai 12 mesi attuali a 9. Tuttavia, i vantaggi derivanti dall’anticipo di 3 mesi rischiano di essere totalmente annullati dal contestuale innalzamento dell’età pensionabile previsto per lo stesso periodo: un incremento di 1 mese nel 2027 e di ulteriori 2 mesi nel 2028. In altre parole, l’anticipo sulla liquidazione viene assorbito dal maggior tempo trascorso in servizio, lasciando il lavoratore in una posizione sostanzialmente invariata rispetto al passato.
Il costo finanziario dell’attesa
Per comprendere l’entità del danno economico, è necessario analizzare il costo reale di un’anticipazione bancaria parametrata sui tassi correnti. Supponiamo che un neo-pensionato decida di riscattare immediatamente la prima tranche massima consentita, pari a 50.000 euro, per evitare di attendere i tempi biblici dell’Inps.
Considerando il Rendistato 2025 al 3,077% e applicando gli spread bancari medi previsti dall’Accordo Quadro – che portano il TAEG complessivo vicino alla soglia del 4% – la proiezione finanziaria diventa impietosa.
Se ipotizziamo un’anticipazione su un orizzonte di 24 mesi, ovvero il periodo medio di stallo burocratico per l’erogazione della prima rata, la perdita netta per il lavoratore si aggira oggi intorno ai 3.800 euro. Questo importo, che include interessi passivi e spese di istruttoria, rappresenta una decurtazione del 7,6% sul valore nominale della liquidazione. In pratica, per rientrare in possesso dei propri risparmi senza attendere i tempi dello Stato, il dipendente pubblico è costretto a lasciare sul tavolo una cifra che equivale a quasi due mensilità medie di pensione.
La battaglia legale si sposta in Europa
Dinanzi all’inerzia del legislatore nonostante i solleciti della Consulta, i sindacati hanno deciso di cambiare terreno di scontro, puntando alle istituzioni sovranazionali. Il sindacato Confsal-UNSA sta finalizzando le procedure per portare la questione davanti alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea a Lussemburgo. Se il TFS è salario differito, non può esistere una discriminazione così marcata tra cittadini basata esclusivamente sulla natura pubblica o privata del datore di lavoro.
ENTILOCALIonline
La Legge 30 marzo 2004, n. 92, che istituisce il “Giorno del Ricordo”, rappresenta uno dei passaggi più significativi nel percorso di costruzione di una memoria nazionale capace di includere, riconoscere e restituire dignità a una pagina complessa e dolorosa della storia italiana.
Il Legislatore individua nel 10 febbraio la data destinata a commemorare le vittime delle foibe, l’esodo giuliano‑dalmata e l’insieme delle vicende che, nel secondo dopoguerra, segnarono profondamente il confine orientale.
Non si tratta di un semplice atto formale: la norma afferma un principio di responsabilità collettiva, impegnando la Repubblica a conservare e rinnovare la memoria di quegli eventi, affinché non restino confinati nella dimensione privata del dolore, ma diventino patrimonio condiviso della comunità nazionale.
In questo quadro, gli Enti Locali assumono un ruolo decisivo. Essi sono, per loro natura, i custodi più prossimi della memoria civica, i luoghi in cui la storia incontra la quotidianità delle persone e si traduce in pratiche di partecipazione, riconoscimento e consapevolezza.
Celebrare il “Giorno del Ricordo” a livello comunale o provinciale significa dare concretezza all’impegno della Repubblica, trasformando la commemorazione in un momento di riflessione pubblica, di dialogo intergenerazionale e di educazione alla cittadinanza. Le cerimonie istituzionali, se curate con sobrietà e rigore, diventano spazi in cui la Comunità si riconosce e si ritrova, non solo per ricordare le vittime, ma anche per interrogarsi sulle radici dell’odio etnico, dei totalitarismi e delle violenze che segnarono quel periodo.
La legge attribuisce un ruolo centrale anche al mondo della scuola, chiamato a diffondere la conoscenza dei tragici eventi presso gli studenti di ogni ordine e grado. È un’indicazione che va ben oltre la dimensione didattica: coinvolgere le scuole significa educare le nuove generazioni alla complessità della storia, alla responsabilità della memoria e alla capacità di leggere criticamente il presente. Attraverso laboratori, testimonianze, incontri con studiosi, attività artistiche e percorsi interdisciplinari, gli istituti scolastici possono contribuire a formare cittadini consapevoli, capaci di riconoscere il valore dei diritti umani, della convivenza e del rispetto delle minoranze.
Accanto alla dimensione commemorativa, la legge invita a valorizzare il patrimonio culturale, storico e artistico delle comunità istriane, fiumane e dalmate, sottolineando il contributo che esse hanno offerto – e continuano a offrire, allo sviluppo sociale e culturale dell’Italia. Ricordare significa dunque, non solo fare memoria del dolore, ma anche riconoscere la ricchezza di una tradizione che ha saputo mantenersi viva nonostante l’esilio, la dispersione e la perdita delle proprie terre.
Gli Enti Locali, in collaborazione con Associazioni, Istituti culturali e realtà del territorio, possono promuovere iniziative che restituiscano visibilità a questo patrimonio, contribuendo a una memoria che non sia solo commemorazione, ma anche valorizzazione e dialogo.
Il “Giorno del Ricordo” non è un appuntamento rituale, ma un dovere civico e un impegno etico. È un invito a riconoscere il dolore delle vittime e dei loro familiari, a comprendere le dinamiche storiche che condussero a quelle tragedie, a contrastare ogni forma di negazione o minimizzazione, e a costruire una memoria nazionale capace di includere tutte le sue componenti.
Celebrare questa ricorrenza negli Enti Locali, coinvolgendo Scuole, Associazioni e cittadini, significa contribuire a una cultura della Pace, della responsabilità e della vigilanza democratica. Significa, soprattutto, ribadire che la memoria non appartiene al passato, ma è una risorsa preziosa per il presente e per il futuro della Comunità.
PROVINCEDITALIA.IT
UPI “La riforma del FVG sulle Province sia un primo passo. Governo e Parlamento riprendano il percorso di riforma”
“Il via libera in Senato alla Legge costituzionale di modifica dello statuto della regione Friuli-Venezia Giulia che ripristina, dopo oltre 10 anni di caos istituzionale, le Province nella Regione, è un segnale importantissimo a conferma, ancora una volta, di quanto la riforma del 2014 che ha indebolito le Province fosse inutile e dannosa. L’augurio è che questo voto del Parlamento faccia finalmente ripartire la discussione sull’urgente revisione delle norme ordinamentali sulle Province in tutto il Paese, per fare chiarezza sulle funzioni di queste istituzioni, sulle risorse necessarie ad esercitarle e sul sistema di governance degli organi.Come ha sottolineato il Presidente della Repubblica intervenendo all’ultima Assemblea UPI la riforma delle Province è necessaria al Paese, per dare pienamente attuazione al dettato costituzionale. Occorre restituire il protagonismo alle Province, per assicurare ai cittadini e alle imprese servizi efficienti, un sistema burocratico affidabile e una semplificazione dell’amministrazione pubblica.Una riforma che valorizzi il ruolo che le Province hanno assunto: realizzare investimenti strategici, garantire servizi, supportare i Comuni.È un percorso obbligatorio, se si vuole davvero arrivare a costruire un sistema regionale delle autonomie locali che sia coerente, moderno e finalmente stabile, pur nella diversità dei contesti territoriali. Ci auguriamo che Governo e Parlamento possano con coraggio ripartire da questo voto per dare risposte a tutti i cittadini”.Così commenta il Presidente di UPI, Pasquale Gandolfi, l’approvazione in Senato alla Legge costituzionale di modifica dello statuto della regione Friuli-Venezia Giulia che ripristina le Province come enti di area vasta e reintroduce l’elezione diretta degli organi.