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rassegna stampa del 12 febbraio 2026

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Dopo lo stop al tetto dei 240 mila euro scatta l’assalto agli stipendi d’oro nella PA 


Dopo lo stop al tetto dei 240 mila euro per i dirigenti della PA, scatta la corsa agli aumenti: enti pubblici pronti a ritoccare gli stipendi dei vertici, anche se il ministro Zangrillo avrebbe già annunciato che porrà un freno ad aumenti scriteriati. Ma quale sarà il futuro in tal senso?A sei mesi dalla decisione della Corte costituzionale che ha cancellato il limite fisso di 240 mila euro per le retribuzioni pubbliche, nel cuore delle amministrazioni italiane si muove qualcosa. Tra interpretazioni estensive, adeguamenti “tecnici” e tentativi di ripristinare compensi precedenti ai tagli, diversi enti hanno provato a sfruttare la nuova cornice normativa per rivedere verso l’alto gli emolumenti dei propri dirigenti apicali.La sentenza n. 135 del 2025, pubblicata il 28 luglio scorso, ha infatti dichiarato illegittimo il tetto annuo rigido introdotto nel 2014 come misura straordinaria di contenimento della spesa. Una pronuncia che ha riaperto il dibattito sul delicato equilibrio tra sostenibilità dei conti pubblici e adeguatezza delle retribuzioni nella Pubblica amministrazione.
Dalla stretta del 2014 alla pronuncia della ConsultaPer comprendere la portata dell’attuale scenario occorre tornare indietro di oltre un decennio. Con l’articolo 13 del decreto-legge n. 66/2014, che modificava gli articoli 23-bis e 23-ter del D.L. n. 201/2011, il legislatore aveva fissato un limite massimo di 240.000 euro lordi annui per tutti i dipendenti pubblici, comprensivi di contributi previdenziali, assistenziali e oneri fiscali a carico del lavoratore.Il provvedimento, in vigore dal 1° maggio 2014, non solo introduceva un nuovo massimale, ma ampliava anche la platea dei soggetti interessati. Nel computo rientravano tutte le somme percepite da uno o più organismi della pubblica amministrazione, incluse quelle erogate da società partecipate, direttamente o indirettamente. Venivano inoltre ricompresi i compensi per incarichi occasionali, eliminando precedenti esclusioni.Un sistema rigido, dunque, pensato per impedire aggiramenti e garantire uniformità.Con la sentenza n. 135/2025, la Corte costituzionale ha però ritenuto che un limite identico per tutte le cariche pubbliche, indipendentemente da funzioni e responsabilità, violasse i principi di uguaglianza e proporzionalità sanciti dagli articoli 3 e 36 della Costituzione. Secondo la Consulta, la retribuzione deve essere commisurata alla qualità e quantità del lavoro svolto, non compressa indistintamente da un tetto fisso.La dichiarazione di illegittimità non ha effetti retroattivi, ma ha determinato il ritorno al precedente sistema del 2011: un tetto “mobile”, parametrato allo stipendio del Primo presidente della Corte di Cassazione, pari a 311.658,53 euro. Con gli adeguamenti legati all’inflazione, la soglia potrebbe avvicinarsi ai 360 mila euro.Il governo frena: “Nessun automatismo”A mettere un argine alle interpretazioni più espansive è intervenuto il ministro per la Pubblica amministrazione, Paolo Zangrillo. In un’intervista a Radio 24 ha precisato che la sentenza produce effetti immediati, fissando il nuovo limite intorno ai 311 mila euro, ma ha escluso aumenti generalizzati.«Non ci saranno incrementi per tutti i dirigenti pubblici – ha spiegato – ma soltanto per coloro che, prima dell’introduzione del tetto, percepivano una retribuzione superiore e che erano stati penalizzati dal limite successivo. Parliamo di una decina di figure, non di numeri elevati».Il ministro ha inoltre chiarito che eventuali ulteriori interventi dovranno essere disciplinati con un apposito strumento normativo, probabilmente nella prossima legge di bilancio, attraverso un Dpcm o una direttiva. In altre parole: nessuna corsa libera agli aumenti.Secondo ricostruzioni de Il Corriere della Sera, tra i potenziali interessati figurerebbero i capi di Stato maggiore di Esercito, Marina e Aeronautica, i vertici delle forze di polizia, della Guardia di finanza e dei Vigili del fuoco, oltre ai presidenti di organi di rilievo costituzionale come Consiglio di Stato, Corte dei conti, Cassazione, Csm e giustizia tributaria, nonché il Ragioniere generale dello Stato.

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