SCRIVOLIBERO
Provincia di Agrigento, nuovo bando di gara per la manutenzione straordinaria delle strade provinciali della zona est
Ancora buone notizie per gli utenti delle strade interne. Un nuovo bando di gara riguarderà infatti la manutenzione straordinaria del comparto stradale est del Libero Consorzio Comunale di Agrigento, questa volta dell’importo di 2.800.000,00 euro più Iva, compresi 84.000,00 euro per oneri di sicurezza (non soggetti a ribasso) per l’accordo quadro della durata di un anno. La gara verrà effettuata con proceduta aperta e in modalità telematica, e le offerte dovranno essere presentate entro le ore 12:00 del 30 marzo 2026 esclusivamente per mezzo della piattaforma digitale certificata Maggioli in uso al Libero Consorzio. Le offerte telematiche saranno aperte alle ore 8:30 del 31 marzo 2026 nella sala gare del Gruppo Contratti del Libero Consorzio Comunale di Agrigento (Via Acrone, 27 – Agrigento).
“E’ un appalto che, contrariamente ai numerosi altri già in corso, compreso quello pubblicato nei giorni scorsi, è stato finanziato interamente con fondi di bilancio del Libero Consorzio” precisa il Presidente Giuseppe Pendolino “a testimonianza della massima attenzione dell’Ente sulla situazione della rete viaria, costantemente monitorata per il suo miglioramento”. Il progetto è stato redatto dallo staff tecnico del Settore Infrastrutture Stradali.
Per tutte le informazioni sul bando di gara:
https://www.provincia.agrigento.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/16564
LIVESICILIA
Il ddl Enti locali passa ma è falcidiato. No al terzo mandato, sì alle quote rosa
L'Aula boccia anche la norma sul consigliere supplente. Centrodestra polveriera
PALERMO – La norma che garantisce la presenza delle donne nelle giunte comunali in Sicilia è legge. L’Ars ha approvato all’unanimità ciò che resta del ddl Enti locali e che contiene la norma che adegua la Sicilia al resto d’Italia. Cinquanta, alla fine, i voti favorevoli al disegno di legge, che però vede cadere sotto ai colpi del voto segreto altre norme attese dagli amministratori locali: terzo mandato ai sindaci e consigliere supplente su tutti.
Giunte comunali e quote di genere, ok definitivo
Sala d’Ercole rispetta il patto di non belligeranza sulla norma che introduce la soglia minima del 40% di rappresentanza di genere nelle giunte comunali. Si tratta dell’articolo che stava a cuore soprattutto alle donne dell’Ars, deputate che in maniera bipartisan sono scese in piazza davanti a Palazzo dei Normanni per chiedere che la norma non naufragasse insieme con le altre.
Il responso dell’Aula
Il verdetto sul voto finale al ddl è stato letto in Aula dal vice presidente vicario di Sala d’Ercole, Nuccio Di Paola: 50 i voti favorevoli su un’assemblea che conta complessivamente 70 deputati (ma non tutti presenti). Passa anche l’articolo che introduce il tagliando antifrode nelle Amministrative contro i brogli elettorali.
Clima pesante a Sala d’Ercole
Se si esclude l’importante norma sulle quote di genere, il ddl rappresenta una occasione mancata per approvare delle norme che sarebbero state utili ai Comuni. Di più, però, sarebbe stato difficile ottenere visto il clima pesantissimo all’interno della maggioranza, dove un numero consistente di deputati continua a giocare di sponda con l’opposizione.
La seduta, del resto, è iniziata con il Movimento per l’autonomia che ha riaperto la ferita dell’articolo 10, bocciato sette giorni prima ancora una volta con il voto segreto. L’esponente autonomista Santo Primavera ha parlato apertamente di “chirurgica attività di lobbying” riferendosi alla norma che prevedeva la digitalizzazione dei documenti degli uffici tecnici comunali.
Addio consigliere supplente e terzo mandato
In un clima di sospetti che ha coinvolto prima di tutto la maggioranza, Sala d’Ercole ha così bocciato con il voto segreto la norma che introduceva il consigliere supplente e quella sul terzo mandato per i sindaci dei Comuni fino a 15mila abitanti.
Galvagno: “Del ddl restano solo macerie”
Il voto dell’aula a metà seduta ha provocato il commento amaro del presidente dell’Ars, Gaetano Galvagno: “Di questo ddl sugli enti locali è rimasto ciò che ha deciso l’aula, con voto segreto e con voto palese: macerie”. Parole espresse rispondendo al deputato Salvo Tomarchio (Forza Italia), che si era rivolto alla presidenza chiedendo “cosa è rimasto di questo ddl?”.
L’amarezza di Assenza e Intravaia
Amarezza anche nelle parole del capogruppo FdI Giorgio Assenza e del deputato di Forza Italia Marco Intravaia, tra i primi ad aprire le danze nel balletto di reazioni della politica regionale. “Approviamo una legge che penalizza sindaci e consiglieri comunali”, le parole di Assenza. Intravaia, invece, ha osservato: “Gli articoli bocciati rispondevano ad alcune delle esigenze più sentite dal mondo degli enti e degli amministratori locali, sono molto dispiaciuto perché l’Aula non ha recepito norme che rispondono a concrete esigenze degli amministratori e dei territori”. Sulla mancata approvazione del terzo mandato ha parlato anche Giuseppe Lombardo (Mpa): “Una scelta che limita la democrazia dei siciliani. È mancato uno sguardo più ampio, capace di tutelare davvero le comunità locali”.
Ok al tagliando antifrode per le Amministrative
Tra le norme superstiti quella contenuta nell’articolo 13 che introduce il tagliando antifrode per le elezioni amministrative. “Esprimo la mia soddisfazione per l’esito del voto – ha detto la deputata proponente, la pentastellata Roberta Schillaci -. Finalmente si fa un passo avanti importante per garantire che le operazioni di voto e scrutinio per le elezioni comunali si svolgano in condizioni assolute di legalità”. Ok anche alla norma che aumenta le indennità agli assessori, al vice sindaco e al presidente del consiglio nei Comuni fino a 5mila abitanti. Il via libera in questo caso era arrivato nella seduta precedente.
Gaetano GalvagnoGaetano Galvagno
Ddl Enti locali: articolo 10 e sospetti
Sul campo restano i rapporti tesissimi all’interno del centrodestra. Il Movimento per l’autonomia, indicato come il nucleo centrale dei franchi tiratori nell’ultima seduta, ha scaricato in Aula tutte le tensioni che da tempo pervadono una parte del centrodestra. Il punto di partenza è stato l’articolo 10. “Una norma che impone un obbligo senza stanziare risorse non è una norma di risparmio – il commento di Primavera -. Trasferiva semplicemente il costo, e quindi il profitto, dal pubblico al privato”.
L’attacco del Movimento per l’autonomia
Primavera ha spiegato apertamente i motivi del ‘no’ degli autonomisti a quella norma: “Gli uffici tecnici urbanistici custodiscono i documenti più sensibili ed economicamente rilevanti di un territorio. Chi digitalizza quegli archivi ha accesso a informazioni di enorme valore. Lo schema che emerge dall’articolo 10 ha un nome preciso, creazione della domanda attraverso la regolazione. Un vero e proprio cavallo di Troia per alcune lobby dell’IT”.
Cracolici: “Siamo in piena fase di faccendieri”
In Aula è calato poi il gelo davanti alle parole del presidente dell’Antimafia regionale Antonello Cracolici, ancora più esplicito nella denuncia: “L’articolo 10 autorizzava i comuni a privatizzare i propri archivi urbanistici consentendo a chi avrebbe fatto quella digitalizzazione di riscuotere i canoni della certificazione. Una privatizzazione di fatto – ancora Cracolici -. Ci sono uomini e donne che stanno tornando a girare con le valigette nei Comuni e negli uffici di questa Regione”. E ancora: “Siamo in piena fase di faccendieri, che operano e agiscono condizionando anche esponenti politici”.
Antonello Cracolici (Pd)
In questo clima di sospetto il Mpa ha anche attaccato a testa bassa il vice presidente della Regione, Luca Sammartino, che detiene la delega ai rapporti con il Parlamento. A prendere la parola è stato l’ex collega di Giunta Roberto Di Mauro, che è tornato sulle dinamiche del voto segreto che hanno portato alla bocciatura del famigerato articolo 10. “Lei rappresenta tutta la maggioranza e non può dare indicazione di togliere il tesserino solo ad una parte di questa e non a tutti gli altri”.
Roberto Di Mauro Roberto Di Mauro (Mpa)
L’obiettivo di Sammartino, secondo Di Mauro, era chiaro: “Andare dal presidente della Regione a dire chi aveva votato sì e chi no”. Di Mauro ha poi affondato il coltello rivolgendosi a Sammartino: “Qui non ci sono franchi tiratori, c’è gente che non ha condiviso quell’articolo e che è delusa da quel disegno di legge che era nato per aiutare i comuni e che si sta trasformando in materia elettorale senza alcuna condivisione con i partiti”.
La Rocca Ruvolo: “Chi c’era dietro all’articolo 10?”
A certificare la tensione nelle file del centrodestra anche l’intervento della deputata di Forza Italia Margherita La Rocca Ruvolo, tra coloro che votarono ‘no’ all’articolo 10. “‘Franco’ sì ma ‘tiratore’ no – è il suo esordio -. La mia intenzione di voto è sempre stata palese. Chi favoriva quella norma sulla digitalizzazione che avrebbe avuto costi pesantissimi per i Comuni? Quali sono gli interessi in gioco?”.
ILSOLE24ORE
Sud, la fuga di competenze costa fino a 7,9 miliardi Report Svimez-Save the Children . Dal 2002 quasi 350mla laureati under 35 si sono trasferiti al Centro-Nord. Gli italiani che lavorano all’estero guadagnano 650 euro al mese in più di chi resta
Una conferma con numeri ancora più eclatanti. La Svimez, l’associazione per lo sviluppo del Mezzogiorno, torna sul fenomeno della doppia migrazione - dal Sud verso il Centro-Nord e dal Sud verso l’estero – quantificando fino a 7,9 miliardi il costo per le regioni meridionali in termini di investimento formativo perduto e di risorse traslate fuori dal territorio. I dati sono contenuti nel report “Un Paese, due emigrazioni” presentato a Roma in collaborazione con Save the Children.
Competenze perdute
Dal 2002 al 2024 quasi 350mila laureati under 35 hanno lasciato il Mezzogiorno in direzione del Centro-Nord, per una perdita secca (al netto dei rientri) di 270 mila unità. Contemporaneamente la quota di laureati tra i migranti meridionali tra i 25 e i 34 anni è triplicata, passando dal 20% al 60 per cento. Sono stati invece oltre 63mila i laureati meridionali che si sono trasferiti all’estero con un differenza negativa di 45mila giovani.
Considerando solo l’ultimo anno del monitoraggio, il 2024, i trasferimenti verso il Centro-Nord sono stati 23mila, quelli verso l’estero circa 8mila. In un anno la perdita netta, sommando migrazioni interne ed estere, ammonta a 24mila unità. La quota femminile è particolarmente rilevante: dal 2002 sono emigrate 195mila donne laureate dal Sud al Centro-Nord, 42mila in più degli uomini. Un’altra caratteristica del fenomeno è la tendenza ad anticipare la partenza già al momenti dell’avvio degli studi universitari: nell’anno accademico 2024/2025 quasi 70 mila studenti meridionali – su circa 521 mila – studiano in un ateneo del Centro-Nord (oltre il 13% del totale, con picchi del 21% nelle discipline STEM).
Il costo
Tutto questo, osserva la Svimez, ha un costo quantificabile in termini di investimenti per l’istruzione che sono stati fatti dalle regioni del Mezzogiorno ma di cui in ultima istanza beneficiano altre regioni e altri mercati del lavoro. La stima è di 6,8 miliardi di euro per la mobilità interna dei giovani laureati dal Mezzogiorno verso il Centro-Nord e di 1,1 miliardi per l’emigrazione all’estero. Per un computo totale di 7,9 miliardi. Il Centro-Nord registra invece una perdita superiore ai 3 miliardi di euro l’anno per l’emigrazione all’estero dei suoi profili più qualificati (21mila quelli che si sono trasferiti all’estero nel 2024, il doppio rispetto al 2019).
I salari
Uno dei motivi più evidenti di questi flussi in crescita dal Sud è il differenziale dei salari. A tre anni dal conseguimento del titolo, i laureati italiani che lavorano all’estero guadagnano tra 613 e 650 euro netti in più al mese rispetto a chi resta in Italia. Nel confronto interno, invece, il Mezzogiorno registra la retribuzione media più bassa (1.579 euro), contro i 1.735 euro del Nord-Ovest. Il differenziale retributivo tra una laureata del Mezzogiorno e un laureato del Nord-Ovest ammonta a circa 375 euro mensili a favore di quest’ultimo (1.862 contro 1.487 euro).
I possibili interventi
Il report si sofferma anche sugli over 75, con la stima di 184mila (quasi il doppio rispetto al 2002) anziani formalmente residenti al Sud che vivono stabilmente al Centro-Nord. L’ultima sezione sintetizza invece una serie di proposte per fermare l’emorragia di giovani qualificati. Tra le varie opzioni, la Svimez mette in luce un rafforzamento dell’incentivo all’iscrizione degli studenti meridionali negli atenei del Mezzogiorno e l’estensione, in forma temporanea e selettiva, delle agevolazioni fiscali previste per il rientro dei cervelli dall’estero anche alle assunzioni di giovani laureati nei territori d’origine.
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ILSOLE24ORE
Neolaureati, in Italia salari dietro i big d’Europa
Il confronto. Buste paga d’ingresso a quota 32mila euro: lontani dai 57mila della Germania. Fermi anche gli aumenti: solo +7% rispetto al 2022.«Alla fine la questione è veramente semplice: bisogna mettere mano al portafoglio e fare un investimento corale sulla retribuzione fissa di ingresso dei neolaureati, alle prime esperienze professionali. Non c’è scorciatoia, in Italia vanno alzati i salari, abbiamo una fascia di ingresso che interessa i primi 2, 3 anni in azienda molto più bassa della media europea». Marco Morelli è un manager di lungo corso che parla da un osservatorio molto ricco di dati, quello di amministratore delegato di Mercer Italia, la multinazionale che fa parte di Marsh e ha tra i suoi focus la strategia sul capitale umano. «Non dico di guardare alla Svizzera dove si sfiorano i 90mila euro, ma i 32mila euro lordi di ingresso dei neolaureati italiani sono troppo distanti dai 57.500 della Germania, dai quasi 57mila dell’Austria, o dai 47.500 dell’Olanda e questo riduce l’attrattività del nostro Paese. Poi è vero che tante aziende mettono in atto virtuose politiche di welfare e percorsi di crescita delle persone, ma questo non basta per attirare i talenti più giovani. Dobbiamo accettare il fatto che le retribuzioni vanno alzate e portate sopra la soglia di 40mila euro lordi. Poi senz’altro i benefit e il welfare sono importanti, ma le grandi città e alcune aree del Paese sono molto costose e pongono un tema di costo della vita, tant’è che si dovrebbe tornare a ragionare anche di differenziali a seconda delle diverse aree geografiche. Lo stesso stipendio a Palermo e a Taranto non regge lo stesso potere di acquisto a Milano o a Roma. Non possiamo dimenticare che l’Italia è un Paese che ha un potere di acquisto molto diverso a seconda dei territori. Le prime esperienze dei neolaureati, di chi ha meno di 30 anni devono contemplare l’importanza dell’esperienza professionale ma anche la necessità di sostenere il loro tenore di vita. Il livello medio italiano che oggi si attesta a 32mila euro è troppo basso, va alzato almeno del 25-30%».
Il report di Mercer, contenuto nella Total remuneration survey, ha coinvolto 735 aziende che sono presenti in Italia, per un totale di circa 270.000 osservazioni retributive. Il campione è rappresentativo di imprese di medie e grandi dimensioni, con in media un fatturato di 830 milioni di euro e circa 1.430 dipendenti. Se prendiamo i settori, quello che paga meglio è il Life Science, con una retribuzione di ingresso media di 34mila euro, superiore del 6,25% alla media nazionale. Seguono la manifattura (33.525 euro), i beni di largo consumo (32.950 euro), l’high tech (32.825 euro) e l’energia (32.250 euro). I servizi non finanziari restano invece il settore meno competitivo, con una retribuzione di ingresso pari a 28.400 euro, circa l’11% in meno della media.
Analizzando lo storico dei dati, va detto che in Italia si osserva un’evoluzione delle retribuzioni di ingresso dei neolaureati a partire però da un livello molto più basso e non con la stessa rapidità di altri Paesi. Nel nostro Paese, secondo i dati rilevati da Mercer, parliamo di un livello di ingresso che nel 2022 era di 30mila euro e nel 2025 è salito a 32mila, con un aumento del 7%.
Tra i Paesi rilevati nell’analisi, peggio dell’Italia, in valori assoluti, ma non in percentuali di crescita, fanno la Polonia, passata da 14.710 a 22.675 (+50% in euro e +41% in valuta locale) e la Spagna, passata da 27.500 euro a 31.845 (+16%). Nel Regno Unito l’aumento 2022-2025 è stato del 10%, da 34.501 a 38.144 euro, in Francia del 5%, da 36.950 a 38.750 euro, in Belgio del 6%, da 44.550 a 47.144 euro, in Olanda del 10%, da 43 a 47.500 euro, in Austria del 23% da 46.214 a 56.950 euro, in Germania del 10% da 52.229 a 57.534 euro e infine in Svizzera l’aumento è stato del 15% da 77.328 a 89.291 euro (+5% in valuta locale).
Nel confronto con l’Europa, insomma, l’Italia resta ancora poco competitiva. I neolaureati italiani si collocano nella parte bassa della classifica, davanti solo a Spagna e Polonia, che peraltro recentemente hanno cominciato ad accelerare. Non solo: dalla survey emerge come solo il 16% delle aziende italiane dichiari di avere una politica specifica e strutturata dedicata ai neolaureati, e appena il 36% offre percorsi di carriera formalizzati. Meno della metà, inoltre, investe in programmi di formazione professionale o di istruzione. Morelli evidenzia che «oltre ad avere livelli salariali di ingresso più bassi, l’Italia è anche un Paese dove la crescita retributiva è molto lenta. Il gap si riduce solo nel momento in cui si arriva alle posizioni apicali dove c’è un sostanziale allineamento con le principali economie europee. Il problema quindi è sulla parte più bassa e sul suo attraversamento».
Cosa fare? Per Morelli innanzitutto bisognerebbe «provare ad adottare politiche di detassazione degli stipendi: il cuneo fiscale in Italia è molto elevato e ricade sulle imprese. Ridurlo potrebbe facilitare l’innalzamento dei livelli retributivi. Inoltre i benefit andrebbero detassati senza fissare soglie come accade oggi: questo potrebbe portare a contratti integrativi più genorosi. A questo proposito andrebbero incentivate nella contrattazione di secondo livello politiche di pay for skill, immaginando di remunerare le competenze aggiuntive acquisite dal lavoratore. Infine resta da declinare la Pay Transparency che è una grande occasione per avere retribuzioni più eque». Con l’arrivo delle normative europee, però, avverte Morelli, trattenere e attrarre i giovani potrebbe diventare più difficile. Per questo è ancora più importante intervenire su tutto il perimetro del Total Reward, dai percorsi di carriera alla formazione continua, in modo da valorizzare al meglio il capitale umano fin dall’ingresso nel mondo del lavoro».
ILSOLE24ORE
Sport e montagna, i grandi eventi spingono industria e turismo.
A Casa Italia. L’impatto dei Giochi su economia e filiere per lo sviluppo Destro: «Serve strategia duratura». Bianchi: «Fare rete tra imprese e distretti»Un effetto immediato sull’economia, dovuto agli investimenti in infrastrutture, all’arrivo dei turisti, allo sprint di cui ha potuto beneficiare la manifattura, non solo la filiera strettamente sportiva. E un’eredità per il futuro, su cui andare avanti per rilanciare l’economia della montagna, evitare l’abbandono delle zone montane, utilizzare il grande patrimonio di competenze e innovazione che le Olimpiadi Milano-Cortina hanno generato. I giochi olimpici invernali hanno riportato l’attenzione sulle grandi potenzialità dell’economia della montagna, un territorio che rappresenta il 35,2% della superficie nazionale, e del binomio vincente con lo sport.
Una crescita duratura è possibile, «ma solo se i grandi eventi vengono inseriti in una strategia chiara di medio-lungo periodo. La legacy non è automatica, va progettata e costruita», avverte Leopoldo Destro, delegato del presidente di Confindustria per il Trasporto, la Logistica e l’Industria del turismo, citando alcuni dati: «non solo il turismo ha un moltiplicatore di sviluppo a 2,5, ma ad un forte aumento dei flussi turistici corrisponde nel tempo un +5% di export verso quel mercato». Il turismo sportivo è uno dei settori più dinamici, come è emerso ieri nel convegno “Milano Cortina 2026, l’economia dello sport e della montagna”, che si è svolto a Milano a Casa Italia, organizzato da Confindustria che ne è official partner.
Lo dimostrano i dati della Rivista di Politica economica presentata ieri dal direttore, Stefano Manzocchi, e dal presidente del Credito Sportivo Beniamino Quintieri, che ha collaborato alla stesura: nel 2024 il giro di affari è stato di oltre 12 miliardi di euro, +8% rispetto al 2023, dovuto per il 57% all’aumento delle presenze (dati Banca Ifis). Le imprese coinvolte nella filiera, direttamente o indirettamente, sono oltre 60mila. L’economia dello sport, dice la ricerca, ha un grande peso anche sulle nostre esportazioni: circa 4,7 miliardi. L’Italia è il quinto esportatore, con il 3,8%, nei beni sportivi, con altri 650 milioni di euro di potenziale aggiuntivo, grazie all’eccellenza dei nostri prodotti. Tutto questo a fronte di una spesa pubblica inferiore agli altri paesi nei servizi sportivi e ricreativi: nel 2022 5,2 miliardi di euro, lo 0,48% della spesa pubblica complessiva e lo 0,27 del pil, meno della metà di Francia e Spagna.
Serve più sostegno da parte dello Stato, è il messaggio emerso ieri. E occorre fare squadra, come hanno dimostrato gli atleti. «È importante fare rete tra imprenditori, filiere, distretti. Le Olimpiadi e la sport economy devono rappresentare un grande progetto economico e sociale del Paese. La perseveranza e l’impegno degli atleti ricorda quello delle piccole imprese che hanno contribuito a questa Olimpiade e che vanno fatte crescere», ha detto Fausto Bianchi, presidente della Piccola industria di Confindustria. Un paragone rilanciato da Lorraine Berton, presidente del Gruppo tecnico Olimpiadi, Grandi Eventi ed Economia della montagna di Confindustria: «La sport economy è particolarmente importante per la montagna, ora serve la legacy, dobbiamo mantenere alto lo spirito olimpico e avere accanto un Paese che ci crede». Un impegno comune, ha aggiunto anche Diana Bianchedi, vice presidente esecutivo del Coni, che ha sottolineato la collaborazione del territorio tra Milano e Cortina, grazie alla quale sono state possibili le Olimpiadi. Occorre puntare su una sinergia tra pubblico e privato, un aspetto sollevato a più riprese nel dibattito e sui cui si è soffermato Destro: «in una strategia di lungo periodo occorre una partnership pubblico-privato strutturale, non solo episodica. Occorrono anche regole stabili e semplificazione per attrarre capitali di lungo periodo, capacità di pianificare e programmare investimenti. Le Olimpiadi durano poco tempo, ma le scelte che le accompagnano durano decenni, su questo si misura la competitività del paese». I Giochi Olimpici avranno un forte impatto sulle filiere, specie quelle locali, a partire dall’occhialeria di Belluno, ha sottolineato Giovanni Foresti, head od Regional Research di Intesa Sanpaolo. Mentre Alessandro Picardi, vice presidente Assolombarda con delega alle Olimpiadi, ha sottolineato l’importanza di rendere strutturale il bagaglio di competenze che si è creato con i Giochi.
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ILSOLE24ORE
Maltempo, per l’emergenza il decreto punta a 1 miliardo
Sud. In Consiglio dei ministri anche la delibera che stanzia 400 milioni. Fino al 30 aprile alt a tasse e contributi. Niscemi: 150 milioni e Ciciliano commissario. Fissati i requisiti per i periti catastrofaliArriva oggi sul tavolo del Consiglio dei ministri il decreto legge per l’emergenza maltempo che ha colpito Sicilia, Calabria e Sardegna. Un testo che prova a definire una prima cornice finanziaria e operativa per i ristori dei danni provocati a gennaio dal ciclone Harry, con un capitolo speciale dedicato a Niscemi, come anticipato lunedì sul posto dalla premier Giorgia Meloni: 150 milioni di euro per la città messa a dura prova dalla frana e la nomina a commissario straordinario del capo della Protezione civile, Fabio Ciciliano, chiamato a gestire demolizioni, messa in sicurezza e riduzione del rischio idrogeologico.Nasce dunque una struttura parallela, con poteri rafforzati, per accelerare interventi che altrimenti rischierebbero di impantanarsi tra procedure e competenze incrociate. A rafforzare il pacchetto, una delibera della presidenza del Consiglio che dal Fondo emergenze recupera altri 400 milioni: 200 milioni nel 2026 e altri 200 nel 2027. Risorse destinate a sostenere la fase più immediata della crisi e a coprire i primi interventi sui territori, mentre si completa con le Regioni e i tecnici la ricognizione dei danni. Il punto di caduta potrebbe avvicinarsi al miliardo di euro ma le risorse vanno ancora scovate.Nel provvedimento, che Il Sole 24 Ore ha potuto visionare e che è ancora al vaglio della Ragioneria generale dello Stato, c’è l’attesa sospensione dei termini per i versamenti tributari e contributivi, che dovrebbe però fermarsi al 30 aprile prossimo (e non al 30 maggio come ipotizzato la scorsa settimana) e includere l’alt ai premi per l’assicuratore obbligatoria. Il recupero, in una sola soluzione, sarebbe previsto entro il 10 ottobre «senza applicazione di sanzioni e interessi».Il provvedimento riconosce, inoltre, ai lavoratori subordinati del settore privato, inclusi gli agricoli, impossibilitati a svolgere la loro attività un’integrazione al reddito fino all’80% della retribuzione erogata dall’Inps, per un massimo di 90 giornate (che scendono a 15 nel caso di impossibilità di recarsi al lavoro) ed entro il limite temporale del 31 maggio. Il ricorso all’ammortizzatore sarà vincolato all’esistenza di «condizioni adeguatamente documentate», anche mediante dichiarazione sostitutiva, che attestino il legame tra la mancata prestazione e l’evento calamitoso. Il tetto di spesa è fissato nella bozza a 37,6 milioni per il 2026. Per gli autonomi il testo prevede una indennità una tantum «pari a euro 500 per ciascun periodo di sospensione non superiore a 15 giorni e comunque nella misura massima di euro 3mila». In questo caso, lo stanziamento ipotizzato sarebbe di 102,3 milioni.Per le imprese, lo schema di Dl congela dal 18 gennaio fino al 31 marzo i versamenti per le Camere di commercio e gli adempimenti contabili e societari e fino al 30 aprile «tutti i termini per i relativi adempimenti amministrativi e il pagamento delle conseguenti sanzioni previste dalla vigente normativa». Le aziende agricole, della pesca e dell’acquacoltura potranno accedere agli aiuti disegnati dal Dlgs 102/2004 per un totale di 120 milioni; le imprese turistiche, invece, potranno contare su 5 milioni.Oltre a potenziare la Protezione civile, la bozza dedica poi un intero capo a Niscemi, nominando Ciciliano fino al 31 dicembre 2027 «commissario straordinario per l’area» e destinando 150 milioni quest’anno a un ventaglio di interventi, da adottare d’intesa con la Regione Siciliana e sentito il sindaco, che vanno dalla demolizione degli edifici pubblici e privati alla definizione di programmi per la prevenzione strutturale e la riduzione del rischio idraulico e idrogeologico. Poteri sostitutivi potranno essere esercitati nei confronti degli enti locali inadempienti. Sarà il commissario a definire i contributi per la delocalizzazione. Insieme con i sostegni già annunciati dal ministro per le Imprese, Adolfo Urso, dovrebbe arrivare una novità per «assicurare la qualificazione professionale nelle attività di accertamento e di stima economica dei danni catastrofali» derivanti ai beni immobili assicurati da alluvione, inondazione ed esondazione, sisma, frana, attività vulcanica ivi inclusi le eruzioni, maremoto, mareggiata, tornado o tromba d’aria». Viene istituito presso Consap il ruolo degli «esperti assicurativi catastrofali» come previsto dalla legge quadro sulla ricostruzione. Le norme dettagliano i requisiti, compreso il superamento di una prova di idoneità, e le incompatibilità. C’è spazio, infine, anche per un allargamento delle maglie per i contributi privati rispetto al decreto alluvioni del 2023 (Dl 61) e per un articolo sull’anno giubilare di San Francesco, che affida sempre a Ciciliano l’organizzazione e la gestione delle attività.
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ILSOLE24ORE
Pnrr, pioggia di ritocchi al decreto che oggi torna in Cdm per l’ok definitivo
Il testo del decreto Pnrr, che torna oggi in consiglio dei ministri per il via libera definitivo, mostra i segni del fitto lavorìo sulle coperture portato avanti dalla Ragioneria generale dello Stato nei 20 giorni trascorsi dal primo passaggio del provvedimento a Palazzo Chigi.Nella sua versione finale non ci sono stravolgimenti rispetto al primo testo, ma si incontrano un’infinità di ritocchi alle cifre prospettate dalle prime bozze: incidono le revisioni alle dotazioni organiche dei ministeri, il rafforzamento di qualche struttura di missione e così via. Circa 60 milioni di euro in più in tre anni vanno alla riorganizzazione dei Vigili del Fuoco, mentre sale da 150 a 200 euro, trasformandosi da rimborso spese a indennità, la somma riconosciuta ai magistrati ausiliari per ogni procedimento definito.Non cambiano invece le caratteristiche portanti del decreto, che nasce per disciplinare l’ultima rimodulazione straordinaria del Pnrr, ma contiene anche il ricco pacchetto semplificazioni studiato al ministero per la Pa di Paolo Zangrillo, con la conferma strutturale della conferenza dei servizi rapida (30 giorni per le risposte, 45 nel caso di tutela ambientale e della salute, e norma anti veti), la carta d’identità senza scadenza per gli over 70 e la tessera elettorale digitale. Confermata anche l’assenza più grave del decreto: continua infatti a mancare la «Rosco», la società per l’acquisto di treni da mettere a disposizione degli operatori per evitare barriere alla concorrenza. Concordata con la Ue, è legata a un obiettivo da 1,2 miliardi, ora a rischio se non si chiederà a Bruxelles un’ennesima rimodulazione del Piano nei quattro mesi e mezzo che mancano alla scadenza finale.Tra le conferme c’è poi l’addio all’obbligo delle ricevute del Pos. La versione del testo che approda in Cdm lascia spazio alla chance di fare a meno di conservare il documento cartaceo che attesta il pagamento elettronico. Sarà possibile utilizzare le comunicazioni inviate ai clienti e la documentazione fornita, anche in formato digitale, dalle banche e dagli intermediari finanziari. Quindi estratti conto (anche dematerializzati) o notifiche dei movimenti in uscita potranno sostituire lo scontrino rilasciato dai terminali utilizzati per pagamenti con carta di credito, debito, prepagate o App per i pagamenti virtuale.L’importante, però, è che comunicazioni o documentazione di banche e intermediari contengano le informazioni relative alle singole operazioni effettuate e che siano conservati in modo da garantire la presentazione in caso di eventuali richieste dell’amministrazione finanziaria.
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LENTEPUBBLICA.IT
Il licenziamento ritorsivo è sempre illecito: riaffermati i diritti della persona nel lavoro
Il licenziamento rappresenta, nell’ambito delle manifestazioni del potere disciplinare del datore di lavoro, l’extrema ratio, proprio a causa della sua forte incidenza sulla vita professionale e – soprattutto – personale del lavoratore. Proprio per tali ragioni, esso è sottoposto a rigorosi limiti giuridici.
Quando il recesso non è espressione di esigenze organizzative reali o di un illecito disciplinare, ma costituisce la reazione a comportamenti leciti del lavoratore, esso assume una connotazione ritorsiva che l’ordinamento considera totalmente illegittima.
Al riguardo, una recente decisione della Corte d’Appello di Catania (Sez. lavoro, Sent., 02/02/2026, n. 62) offre spunti importanti. Il licenziamento di una lavoratrice è stato dichiarato nullo perché considerato ritorsivo e qualificato quale esito di condotte persecutorie poste in essere dal datore di lavoro a seguito della rivendicazione di diritti già maturati dalla donna.
Il caso
La vicenda prende avvio nel luglio 2017, quando la lavoratrice si opponeva alla sottoscrizione di un verbale di conciliazione che avrebbe comportato la rinuncia a diritti da lei già maturati, tra cui ferie e festività soppresse. Tale rifiuto determinava – secondo la ricostruzione accolta in giudizio – un repentino mutamento dell’atteggiamento da parte del datore di lavoro, sfociato in una progressiva ostilità nei confronti della dipendente.
Da quel momento, il datore di lavoro avrebbe posto in essere una serie di comportamenti finalizzati all’isolamento professionale della lavoratrice. In particolare, la dipendente veniva progressivamente esclusa dalle comunicazioni aziendali rilevanti e inserita in un contesto lavorativo caratterizzato da crescente tensione relazionale.
L’episodio della mail che incarnava il clima aziendale
Un episodio significativo riguarda un’e-mail, denominata “L’ultima cena”, circolata tra colleghi e superiori, nella quale si brindava alla prospettata cessazione del rapporto di lavoro della dipendente e si stigmatizzava come “Giuda” chiunque l’avesse informata delle dinamiche interne. Tale circostanza è stata considerata rilevante per comprendere il clima aziendale e il livello di deterioramento dei rapporti, pur non costituendo di per sé la causa diretta del licenziamento.
La marginalizzazione
Il processo di marginalizzazione si intensificava nel marzo 2018 con il trasferimento della lavoratrice presso una sede secondaria, ritenuto pretestuoso e accompagnato da un demansionamento al front-office. La postazione assegnata risultava, secondo quanto accertato, priva delle sedute destinate ai clienti, circostanza che rendeva di fatto difficoltoso lo svolgimento dell’attività di consulenza e accentuava il carattere mortificante della nuova collocazione lavorativa.
Il licenziamento “per giusta causa”
La vicenda culminava, nell’agosto 2018, con il licenziamento per giusta causa, formalmente fondato su una serie di contestazioni disciplinari. La lavoratrice impugnava il provvedimento sostenendo che gli addebiti fossero strumentali e che il licenziamento rappresentasse l’epilogo di un disegno ritorsivo originato dal rifiuto del verbale conciliativo.
La Corte ha chiarito il reale contesto del licenziamento
Nel riesaminare il caso, la Corte si è focalizzata sulla reale motivazione del licenziamento, verificando se le ragioni disciplinari addotte dalla società fossero effettive oppure solo apparenti. Dall’analisi degli atti e delle prove testimoniali emergeva che diversi addebiti disciplinari risultavano insussistenti, poiché riferiti a giornate in cui la lavoratrice risultava legittimamente assente per permessi riconosciuti dalla legge, mentre altri si ritenevanosproporzionati rispetto alla gravità delle condotte contestate. Questo elemento ha indebolito la tesi del datore di lavoro circa la sussistenza di una giusta causa reale.
Il licenziamento ritorsivo è sempre illecito!
La Corte ha quindi ricostruito l’intera sequenza degli eventi, partendo dal rifiuto della conciliazione al trasferimento, dal demansionamento al clima di isolamento fino al licenziamento, ravvisandovi un unico filo conduttore. Secondo i giudici siciliani, il recesso non rappresentava un episodio isolato, ma l’esito finale di un percorso caratterizzato da intenti ritorsivi nei confronti della lavoratrice, la quale si era “macchiata” della colpa di aver rivendicato diritti legittimamente maturati.
Sul piano giuridico, la decisione ribadisce che il licenziamento ritorsivo è nullo quando il motivo illecito costituisce la causa determinante del recesso. In tali casi trovano applicazione le tutele più incisive previste dall’ordinamento, tra cui la reintegrazione nel posto di lavoro e il risarcimento del danno.
LENTEPUBBLICA.IT
Bandiere istituzionali: perché sono importanti e come esporle correttamente senza incorrere in sanzioni
Come esporre correttamente Tricolore, bandiera UE e bandiere istituzionali negli edifici pubblici: errori comuni e rischi di sanzioni.
Quando si attraversa la soglia di un edificio pubblico, che sia un municipio, una prefettura o un’ambasciata, il primo segnale di autorità e presenza dello Stato non è dato dall’architettura o dalla sicurezza all’ingresso, ma dai vessilli che garriscono all’esterno. Spesso sottovalutate o ridotte a mero elemento di arredo urbano, le bandiere rappresentano in realtà la voce silenziosa delle istituzioni. Un vessillo curato, esposto secondo il protocollo e realizzato con materiali di qualità comunica efficienza, rispetto e stabilità. Al contrario, un drappo logoro, sbiadito o posizionato erroneamente trasmette un senso di incuria e abbandono che si riflette inevitabilmente sulla percezione dell’ente stesso.
Per i dirigenti pubblici e i responsabili del cerimoniale, la gestione di questi simboli non è una questione di gusto estetico, ma di preciso dovere normativo. Esistono leggi specifiche, regolamenti attuativi e codici di comportamento che, se ignorati, possono portare non solo a imbarazzi istituzionali ma anche a contestazioni formali. Capire come scegliere, mantenere ed esporre questi simboli è fondamentale per chiunque operi nella Pubblica Amministrazione.
Il ruolo del vessillo nell’immaginario collettivo
Non si tratta solo di tessuto colorato. Da secoli, la bandiera è il simbolo primario di appartenenza. Per il cittadino, vedere il Tricolore e la bandiera europea esposti sulla facciata di una scuola o di un tribunale è una garanzia di presenza delle istituzioni. È un messaggio visivo immediato che dice: “Qui vigono la legge e i valori della Repubblica”.
L’impatto emotivo è potente. Durante le cerimonie ufficiali, il momento dell’alzabandiera è quello che catalizza l’attenzione e il silenzio. Ma anche nella quotidianità, l’assenza o la cattiva tenuta di questi simboli viene notata. Un cittadino che vede una bandiera strappata o grigia di smog associa inconsciamente quell’immagine a un ufficio che non funziona, a una burocrazia lenta o disinteressata. Mantenere alto il decoro dei vessilli è, a tutti gli effetti, una forma di comunicazione istituzionale non verbale di altissimo livello.
Caratteristiche tecniche: come deve essere fatta una bandiera a norma
L’esposizione all’esterno sottopone i tessuti a uno stress continuo. Vento, pioggia, raggi UV e inquinamento sono nemici formidabili. Per questo motivo, le forniture per la Pubblica Amministrazione non possono basarsi su prodotti economici o da “gadget”. La normativa e il buon senso impongono l’uso di materiali specifici progettati per durare.
Analizzando le specifiche tecniche richieste per le bandiere istituzionali di alta qualità, emerge chiaramente che il materiale d’elezione è il poliestere nautico. Questo tessuto, solitamente con una grammatura intorno ai 115g/m², offre il miglior compromesso tra leggerezza (necessaria per sventolare anche con brezze leggere) e resistenza alla trazione.
Non basta il tessuto. La confezione fa la differenza tra un prodotto che dura mesi e uno che si sfilaccia dopo poche settimane. Le caratteristiche imprescindibili includono:
Doppie cuciture perimetrali: fondamentali per evitare che il vento “mangi” il bordo esterno della bandiera.
Rinforzi lato asta: la zona di aggancio è quella che subisce la maggiore sollecitazione meccanica.
Stampa in sublimazione o serigrafia passante: i colori devono essere brillanti e visibili su entrambi i lati, con una penetrazione del colore del 100% nel tessuto.
Per gli interni, invece, come uffici di sindaci o sale consiliari, si prediligono materiali come il raso o la seta, spesso arricchiti da frange dorate, che conferiscono quella solennità richiesta dagli ambienti di rappresentanza. Tuttavia, l’errore più comune commesso dagli enti è utilizzare bandiere da interno (più delicate) in esterno, o viceversa, bandiere in poliestere nautico (più ruvide) in contesti di gala interni.
Il protocollo di esposizione: regole e gerarchie
La normativa di riferimento in Italia è costituita principalmente dalla Legge n. 22 del 5 febbraio 1998 e dal successivo D.P.R. n. 121 del 7 aprile 2000. Questi testi non lasciano spazio all’improvvisazione. L’ordine delle bandiere non è casuale e rispetta una precisa gerarchia istituzionale.
La posizione centrale e l’ordine di precedenza
La regola aurea riguarda la posizione d’onore. Se sono esposte due bandiere (Italia ed Europa), la bandiera nazionale (il Tricolore) assume la posizione a destra (sinistra per chi guarda dalla strada), mentre quella europea va a sinistra. Tuttavia, la configurazione più comune prevede tre pennoni. In questo caso:
Il Tricolore italiano occupa sempre la posizione centrale.
La bandiera europea va alla sua destra (sinistra per chi guarda).
La bandiera della Regione o dell’Ente locale va alla sua sinistra (destra per chi guarda).
Un caso particolare si verifica quando è presente la bandiera di un Paese ospite. Per cortesia istituzionale, al vessillo ospite spetta la prima posizione d’onore. Le regole possono variare leggermente in base alla presenza di autorità, ma il principio cardine è che il Tricolore e la bandiera UE hanno priorità sui vessilli locali o di associazioni.
Orari e illuminazione
Le bandiere non dovrebbero essere lasciate esposte 24 ore su 24, a meno che non siano adeguatamente illuminate. Il protocollo prevede l’alzabandiera al sorgere del sole e l’ammainabandiera al tramonto. Tuttavia, per gli edifici pubblici, è concessa l’esposizione notturna purché il luogo sia ben illuminato. Lasciare una bandiera al buio totale è considerato un atto di scarsa considerazione verso il simbolo.
Errori comuni e rischio sanzioni
Il mancato rispetto delle norme sul cerimoniale non è un reato penale in senso stretto (salvo casi di vilipendio, che riguardano il danneggiamento intenzionale o l’insulto al vessillo), ma comporta una responsabilità amministrativa e disciplinare per i dirigenti.
Uno degli errori più frequenti è l’esposizione di bandiere lacerate o scolorite. Il D.P.R. 121/2000 stabilisce esplicitamente l’obbligo di mantenere i vessilli in “stato di decoro”. Una bandiera ridotta a brandelli dal vento non è solo brutta da vedere: è una violazione normativa. Gli uffici preposti devono prevedere un budget annuale per la rotazione delle bandiere.
Un altro errore riguarda il lutto. In caso di lutto nazionale o locale, le bandiere devono essere esposte a mezz’asta. Se il pennone non lo consente, è necessario apporre un nastro nero (il “bruno”) all’estremità superiore dell’asta. Ignorare una proclamazione di lutto nazionale è una grave mancanza di sensibilità istituzionale e di rispetto verso le direttive della Presidenza del Consiglio.
Il problema del “fai da te”
Spesso, piccoli comuni o enti periferici tentano di risolvere la necessità di una bandiera acquistando prodotti non certificati o montando le aste in posizioni di fortuna (balconi privati, finestre secondarie). L’esposizione deve avvenire sempre sulla facciata principale o all’ingresso principale dell’edificio. Le aste devono essere ancorate saldamente e avere una dimensione proporzionata alla bandiera. Un vessillo enorme su un’asta corta toccherà terra (cosa vietatissima), mentre una bandiera minuscola su un pennone altissimo risulterà ridicola.
Manutenzione programmata: la chiave per il decoro
Per evitare di trovarsi con simboli indecorosi, gli enti pubblici dovrebbero adottare un piano di manutenzione programmata. La durata di una bandiera esposta all’esterno varia enormemente in base alla zona climatica. In aree costiere o molto ventose, la vita utile può ridursi a pochi mesi. In zone urbane protette, può durare più a lungo, ma lo smog tenderà a ingrigire i colori, rendendo necessario il lavaggio o la sostituzione.
È consigliabile avere sempre almeno un set di ricambio pronto all’uso. In caso di eventi meteorologici estremi previsti, il buon senso suggerisce di ammainare temporaneamente le bandiere per preservarne l’integrità e rialzarle una volta passata la tempesta.
Affidarsi a fornitori specializzati è il primo passo per ridurre la frequenza delle sostituzioni. Aziende come Starflag Bandiere offrono prodotti testati per resistere alle sollecitazioni, garantendo che i colori (in particolare il rosso, che tende a sbiadire prima per via dei raggi UV) mantengano la loro vivacità più a lungo rispetto a prodotti d’importazione generica.
Oltre la burocrazia: il senso di identità
Rispettare queste regole potrebbe sembrare un esercizio di pedanteria burocratica, ma la forma, nelle istituzioni, è sostanza. Quando un sindaco o un dirigente scolastico si assicura che le bandiere siano in ordine, sta trasmettendo un messaggio di cura verso la “Res Publica”.
Le bandiere raccontano la storia di chi siamo e dove stiamo andando. Il Tricolore ricorda l’unità nazionale, la bandiera europea ci colloca in un contesto comunitario più ampio, i vessilli regionali e comunali celebrano le radici locali. Questa stratificazione di identità convive sugli stessi pennoni e deve farlo in armonia.
L’attenzione al dettaglio nel posizionamento dei cordini, nella pulizia delle aste (spesso arrugginite e trascurate) e nella stiratura delle bandiere da interno prima di una conferenza, denota professionalità. In un’epoca in cui l’immagine delle istituzioni è spesso sotto attacco o soggetta a critica, partire dai fondamentali è una strategia vincente. Un ente che si presenta bene, con i propri simboli curati e rispettati, predispone il cittadino a un rapporto di maggiore fiducia.
La gestione delle bandiere istituzionali richiede competenza, pianificazione e rispetto per la normativa. Non è un compito marginale da delegare all’ultimo momento, ma una responsabilità precisa che qualifica l’ente pubblico agli occhi della cittadinanza e delle altre istituzioni. Investire in qualità e conoscere il cerimoniale significa onorare il ruolo che si ricopre.
AGRIGENTONOTIZIE.IT
Manutenzione straordinaria delle strade provinciali, pubblicato il bando per la zona est
Pendolino: “Prosegue l’impegno per la sicurezza della rete viaria”
Sono previsti nuovi interventi sulla rete viaria di competenza del Libero consorzio comunale di Agrigento. È stato pubblicato il bando di gara relativo all’accordo quadro annuale con un solo operatore economico per la manutenzione straordinaria delle strade provinciali della zona est.I sopralluoghi effettuati dai tecnici del settore infrastrutture stradali hanno evidenziato danni e cedimenti in diversi punti, che richiedono interventi per il ripristino e la messa in sicurezza delle strade che collegano centri abitati e distretti agricoli. Tra i lavori previsti: posa di gabbionate di contenimento, realizzazione di pozzetti per il deflusso delle acque meteoriche, ripristino del sottofondo, pulitura di cunette, tombini e ponticelli, installazione di nuove barriere di protezione e segnaletica.
L’importo a base d’asta è di 1.957.000 euro più Iva, compresi 58.710 euro per oneri di sicurezza non soggetti a ribasso, interamente finanziati con fondi regionali previsti dalla legge 145/2018 destinati ai Liberi consorzi e alle città metropolitane della Sicilia per interventi sulla viabilità secondaria.
Le offerte dovranno essere presentate entro le ore 12 del 9 marzo 2026 esclusivamente tramite la piattaforma digitale certificata Maggioli in uso al Libero consorzio. L’apertura delle offerte è fissata per le ore 8,30 del 10 marzo nella sala gare del gruppo contratti del Libero consorzio comunale di Agrigento, in via Acrone.“Il nostro impegno per migliorare la sicurezza delle strade di nostra competenza continua – dice il presidente Giuseppe Pendolino – e nuove gare d’appalto sono in programma grazie ai finanziamenti ottenuti”.
GDS.IT
Enti locali, maggioranza Ko: vincono solo le donne
La riforma passa nel giorno in cui i franchi tiratori bocciano tutto. Via libera soltanto alle quote rosa nei Comuni. L’ira di Fratelli d’Italia. La Lega: «Non si può andare avanti così»La riforma degli enti locali è stata azzoppata. I franchi tiratori della maggioranza, almeno una dozzina, hanno cassato gli articoli principali - in primis quelli sul terzo mandato dei sindaci e sul consigliere supplente - ma poi il Parlamento, all’unanimità, ha approvato ciò che resta del testo: un paio di articoli in tutto, fra i quali spicca quello che obbliga i primi cittadini dei Comuni con più di 3 mila abitanti a nominare nelle giunte almeno il 40% di assessori donna.Dal campo di battaglia dell’Ars escono vincitrici, per una volta, solo le donne. Le 15 deputate di ogni partito e schieramento che per settimane hanno spinto in aula la norma sulle quote rosa difendendola soprattutto dai tentativi di esaminarla col voto segreto.