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rassegna stampa dal 14 al 16 marzo 2026


ITALIAOGGI

Dirigenti, contratti a tempo solo per esigenze eccezionali

La Cassazione ribadisce l'illegittimità di utilizzare contratti a tempo determinato per coprire fabbisogni stabili, sottolineando la necessità di assunzioni a tempo indeterminato per esigenze ordinarie
Incarichi a contratto solo per esigenze temporanee ed eccezionali.
La Corte di cassazione, con la sentenza n. 4813/2026 evidenzia in modo indiretto l’illegittimità della prassi estremamente seguita negli enti locali di coprire fabbisogni stabili, in particolare di incarichi dirigenziali o, negli enti privi di dirigenti, di responsabili di servizio, mediante contratti a tempo determinato regolati dall’art. 110 del d.lgs 267/2000.
Secondo moltissime amministrazioni, per coprire il fabbisogno di un dirigente o funzionario apicale da preporre alla direzione di una struttura amministrativa si può ricorrere indifferentemente e alternativamente all’assunzione in ruolo con contratto a tempo indeterminato, o mediante incarico a contratto.
Leggi anche: Ipotesi di contratto Funzioni centrali: aumenti fino a 208 euro
La distinzione tra fabbisogno ordinario e incarichi a contratto
A ben vedere, le due modalità non sono tra loro equivalenti. Solo l’assunzione nell’ambito della dotazione assicura la corretta copertura di un fabbisogno continuativo, come del resto prevede espressamente l’art. 36, co. 1, del d.lgs 165/2001, a mente del quale «Per le esigenze connesse con il proprio fabbisogno ordinario le pubbliche amministrazioni assumono esclusivamente con contratti di lavoro subordinato a tempo indeterminato seguendo le procedure di reclutamento previste dall'art. 35».
I contratti a tempo determinato, conseguentemente, come specificato dal co. 2 dell’art. 36, sono da utilizzare «per comprovate esigenze di carattere esclusivamente temporaneo o eccezionale». Quindi, non per coprire fabbisogni duraturi.
Il quadro normativo tra Tuel e Testo Unico Pubblico Impiego
Ciò vale anche per gli incarichi a contratto. L’art. 110, co. 1, del d.lgs 267/2000 non contiene una specifica e chiara limitazione ai contratti ivi previsti, il che fa ritenere a molti operatori la sua funzionalizzazione alla copertura della dotazione, posto che si tratta di incarichi a contratto posti appunto per rimediare a vacanze di organico.
Tuttavia, l’art. 110 del Tuel deve essere letto e applicato in combinazione con la disposizione generale sugli incarichi dirigenziali a contratto, cioè l’art. 19, co. 6, del d.lgs 165/2001, a mente del quale essi «sono conferiti, fornendone esplicita motivazione, a persone di particolare e comprovata qualificazione professionale, non rinvenibile nei ruoli dell'Amministrazione». Lo scopo è, dunque, coprire temporaneamente esigenze direzionali particolari, rimediando ad una comprovata assenza di professionalità interne, acquisendole dall’esterno.
Connettendo, allora, gli art. 110, co. 1, del Tuel e gli art. 19, comma 6 e 36, co. 1 e 2, del d.lgs 165/2001, il quadro si fa chiaro: gli incarichi dirigenziali a contratto sono utilizzabili appunto solo per esigenze straordinarie e temporanee, previa dimostrazione che nessun altro dipendente interno disponga delle speciali competenze necessarie allo svolgimento utile dell’incarico.
La tutela europea e il divieto di rinnovo indiscriminato
La Cassazione, con la sentenza chiude il cerchio evidenziando la necessità di ricomprendere gli incarichi a contratto nella disciplina di tutela del rapporto di lavoro a termine dettata dalle norme europee e in particolare la direttiva 1999/70/CE. Pertanto, non è possibile, per la cassazione, rinnovare gli incarichi a contratto i limiti «di durata massima stabiliti dalla norma, neanche attraverso l'attribuzione di un incarico diverso, se quest'ultimo afferisca comunque alla normale attività dell'ente (Cass., Sez. L, Sentenza n. 27189 del 10/10/2025)».
È evidente che l’impossibilità del concatenamento di rinnovi impedisce agli enti di coprire in modo duraturo un fabbisogno ordinario con una sequenza di incarichi a contratto. Inoltre, la sentenza spiega che risulta «incompatibile con lo spirito della disciplina eurounitaria la fissazione di una durata legale minima triennale» per tali incarichi, visto che essi sono «naturalmente destinati a soddisfare esigenze temporanee dell’amministrazione».
La sentenza, quindi, costituisce l’ennesima conferma della profonda revisione della sentenza della Cassazione 478/2014, secondo la quale gli incarichi a contratto erano caratterizzati da una durata minima triennale: tesi ormai rigettata.

https://www.italiaoggi.it/enti-locali-e-pa/lavoro-pubblico/dirigenti-contratti-a-tempo-solo-per-esig...


ILSOLE24ORE

Comuni a confronto: la gestione immobili per il 60% è in attivo

Capoluoghi. Il 70% delle città ha avviato la rendicontazione, il 10% non pubblica i dati. Manca una strategia per rendere gli asset leva di crescita
Più che costruire il nuovo, la sfida del prossimo decennio sarà riabilitare l’esistente. Dopo anni, l’emergenza abitativa è tornata dirompente sui tavoli della politica nazionale ed europea portando alla luce livelli di accessibilità alla casa - sia sul fronte delle compravendite che su quello delle locazioni - estremamente critici. Mentre in Italia l’approdo in Cdm della prima fase del Piano Casa continua a slittare, la scorsa settimana il Parlamento europeo ha intanto adottato il primo rapporto dedicato alla crisi abitativa, chiedendo a Commissione Ue e governi nazionali una serie di iniziative per contribuire ad affrontare l’aumento dei prezzi e la carenza di abitazioni, sostenendo non solo la costruzione ma anche la ristrutturazione, con fondi specifici. Nell’era della rigenerazione urbana e del consumo di suolo zero, la gestione del patrimonio immobiliare pubblico diventa quindi una leva strategica per rispondere alla crisi abitativa. In questo campo, i Comuni capoluogo sono chiamati a un doppio compito: l’accountability (il dovere di rendicontare i beni) e la gestione economica attiva delle strutture. Ma come rispondono le città italiane a questa chiamata?
Sul fronte della rendicontazione immobiliare, il percorso delle amministrazioni locali italiane appare ancora a metà strada. Se il 49% dei comuni presenta una documentazione di livello medio e il 24% raggiunge standard qualitativi buoni, resta un consistente fronte critico: il 17% delle amministrazioni offre una rendicontazione scarsa, mentre il 10% una totale assenza di dati consuntivi. Eppure, l’ampiezza della fascia intermedia suggerisce che il gap sia colmabile senza stravolgimenti organizzativi radicali. Si tratta di enti che hanno già introdotto strumenti e procedure di base e che potrebbero, attraverso un rafforzamento mirato e una maggiore disciplina gestionale, compiere un salto di qualità decisivo verso la piena trasparenza.
I dati emergono dall’ultimo rapporto del Centro di Ricerca sugli Enti Pubblici (Rep), che ha analizzato il patrimonio immobiliare pubblico dei Comuni capoluogo tra il 2024 e il 2025. Lo studio ha misurato la performance dei Comuni analizzando due parametri chiave: la qualità e completezza delle informazioni pubblicate (rendicontazione) e l’efficienza economica (gestione), intesa come saldo tra affitti attivi e passivi rapportato alla popolazione residente. Paola Caporossi, co-fondatrice del Centro, sottolinea come la mappatura sia la condizione essenziale per qualunque strategia di valorizzazione: «Il patrimonio immobiliare va utilizzato, ma per farlo è necessario prima censirlo. Senza una conoscenza puntuale dell’esistente, ogni piano d’uso è destinato a fallire. Solo così gli immobili pubblici in disuso potranno essere oggetto di un piano di valorizzazione, da utilizzare per studentati e per alloggi a prezzi calmierati». Secondo l’esperta, la sfida odierna non riguarda più il semplice adempimento burocratico, ma le modalità con cui esso avviene. Sebbene oltre il 70% dei Comuni abbia intrapreso un percorso di trasparenza superando la mera pubblicazione dei dati catastali, la qualità delle informazioni utili alla programmazione strategica resta estremamente eterogenea.
La mappa della trasparenza disegna infatti un’Italia variegata. A fronte di una media nazionale di efficienza nella rendicontazione fissata a 52 punti su 100, un nucleo di città si posiziona nettamente sopra la soglia, con eccellenze che vanno da Catania e Aosta fino a Caltanissetta, Lucca e Prato. Performance incoraggianti anche ad Andria, Campobasso e Catanzaro. Tra le metropoli, Roma e Bologna superano la media nazionale, mentre Palermo, Napoli, Firenze e Genova si attestano poco sotto. Al contrario, la pubblicazione delle informazioni appare ancora lacunosa a Padova e in centri di minori dimensioni come Latina, Chieti, Bolzano o Grosseto. Positivi i dati sulla gestione economica, oltre il 60% delle amministrazioni riesce a chiudere in positivo il saldo tra canoni di locazione attivi e passivi. Se la media nazionale si ferma a circa 5 euro per abitante, realtà come Milano e Firenze spiccano per la capacità di generare valore, con picchi rispettivamente di 93 e 60 euro pro capite. Un trend virtuoso che coinvolge anche Pavia, Viterbo, Venezia, Torino e Siena, tutte sopra la soglia dei 30 euro, seguite dai buoni risultati di Lodi, Cagliari e Vicenza. Per molti altri capoluoghi il patrimonio è un costo netto. I disavanzi più marcati colpiscono Isernia (-22 euro), Vibo Valentia (-21 euro) e Roma (-18 euro), ma il segno meno pesa anche sui bilanci di Palermo e Genova, oltre a centri come Bergamo, Perugia e Parma dove il peso delle locazioni passive resta una criticità irrisolta. Il caso della Capitale, pur spiccando in negativo, va contestualizzato alla luce del patrimonio immenso difficile da gestire.
«Le radici dei dati di molti Comuni affondano in alcune criticità, tra cui una gestione non sempre coordinata a livello nazionale e una certa opacità che limita la trasparenza delle scelte - conclude Caporossi -. La via d’uscita non richiede nuove leggi, bensì strumenti operativi: modelli di inserimento di dati standardizzati e un sistema di incentivi economici che premi i virtuosi penalizzando chi non rende conto del proprio operato». Se i dati aggregati restituiscono un quadro complessivamente accettabile, l’analisi puntuale rivela una realtà ancora a macchia di leopardo. Migliorare la trasparenza sullo stato degli immobili per i Comuni capoluogo significherebbe trasformare il mattone da mero obbligo contabile a risorsa per rispondere alle sfide dell’abitare senza gravare ulteriormente sulle casse pubbliche.

https://www.quotidiano.ilsole24ore.com/sfoglio/aviator.php?newspaper=S24&issue=20260316&edit...


GRANDANGOLOAGRIGENTO.IT 

Liceo Classico e musicale “Empedocle” perde pezzi: domani protesta studentesca davanti Provincia e PrefetturaIl comitato studentesco che ha organizzato la manifestazione si augura e confida nella soluzione delle problematiche denunciate

Alcuni studenti del Liceo Classico e Musicale Empedocle di Agrigento domani dalle ore 9:00 alle 11:00, manifesteranno davanti alla sede della Provincia e della Prefettura per denunciare le gravi condizioni in cui versa l’edificio scolastico in cui fanne le lezioni.A comunicare l’iniziativa è un genitore di un alunno del Liceo con una nota stampa e aggiunge: Si tratta dei locali situati presso l’edificio in uso al Liceo Classico Musicale che si trovano all’Ecua (Empedocle Consorzio Universitario Agrigento). Da mesi vengono segnalate infiltrazioni, intonaci che si staccano e seri problemi strutturali. Dopo la dichiarazione di inagibilità dei relativi locali, gli studenti sono stati spostati in aule che non consentono lo svolgimento delle materie di indirizzo.Erano stati promessi lavori di ripristino entro il 25 febbraio, ma, ad oggi, non sono ancora stati avviati  lasciando gli studenti senza adeguate garanzie per il loro diritto all’istruzione e il sereno proseguimento delle lezioni in locali adeguati.Il comitato studentesco che ha organizzato la manifestazione si augura e confida nella soluzione delle problematiche denunciate e chiede alle istituzioni preposte a garantire l’immediato avvio dei lavori.


LENTEPUBBLICA.IT 

Rinnovo Contratto Statali 2025-2027: le prime anticipazioni sugli aumenti di stipendio.

La stagione degli aggiornamenti contrattuali nel pubblico impiego riparte con l’avvio del confronto tra l’Aran e le organizzazioni sindacali per il rinnovo del Contratto dei Dipendenti Statali relativo al triennio 2025-2027: ecco quali sono le prime anticipazioni in merito all’aumento degli stipendi ed altre interessanti novità contenute nella prima bozza.Il negoziato assume un rilievo particolare nel panorama della pubblica amministrazione. Come sempre infatti, comparto delle Funzioni centrali rappresenta tradizionalmente il primo banco di prova dei rinnovi contrattuali del settore pubblico, e le soluzioni che emergono da questo tavolo tendono spesso a orientare anche le trattative successive negli altri comparti della PA.Sul piano economico, la bozza che sarà discussa prevede incrementi retributivi differenziati in base alle qualifiche, con aumenti che, a regime, possono arrivare fino a quasi 209 euro lordi mensili. Ma il nuovo contratto non si limita alla dimensione salariale. Il testo introduce anche una serie di novità che riguardano organizzazione del lavoro, relazioni sindacali e utilizzo dell’intelligenza artificiale nelle amministrazioni pubbliche.L’obiettivo dichiarato è quello di concludere l’accordo entro la scadenza del triennio contrattuale, evitando i ritardi che hanno caratterizzato in passato diversi rinnovi del pubblico impiego.
Il contratto che orienta gli altri comparti della PAIl rinnovo delle Funzioni centrali riveste un’importanza che va oltre la platea dei dipendenti direttamente coinvolti.Nel sistema della contrattazione pubblica, infatti, questo comparto rappresenta spesso un modello di riferimento per gli altri settori della PA. Le scelte economiche e normative definite in questa sede tendono a influenzare anche i negoziati successivi che riguardano sanità, enti locali, scuola e università.Per questo motivo il confronto tra Aran e sindacati viene seguito con particolare attenzione anche dagli altri comparti del pubblico impiego, che attendono di capire quali saranno gli orientamenti su temi chiave come organizzazione del lavoro, digitalizzazione e flessibilità degli orari.Rinnovo Contratto Statali 2025-2027: anticipazioni sugli aumenti di stipendioPassiamo adesso al concreto.Tra i temi centrali del negoziato c’è naturalmente l’adeguamento degli stipendi. Le risorse disponibili consentirebbero una revisione degli importi tabellari con aumenti progressivi a seconda del livello professionale.Secondo le tabelle contenute nella bozza di contratto, gli incrementi a regime – previsti dal 1° gennaio 2027 – sarebbero così distribuiti:119,60 euro lordi mensili per il personale inquadrato nel profilo degli operatori;125,90 euro lordi al mese per gli assistenti;152,90 euro mensili per i funzionari;fino a 208,80 euro lordi mensili per le elevate professionalità.Si tratta di valori che si inseriscono nel percorso di aggiornamento retributivo già avviato con il precedente contratto del triennio 2022-2024, sottoscritto definitivamente circa un anno fa. Quell’accordo aveva determinato un incremento medio degli stipendi di circa 165 euro lordi mensili.La firma del contratto precedente non era stata però condivisa da tutte le organizzazioni sindacali. Nelle settimane più recenti, tuttavia, sono arrivati segnali di maggiore apertura al confronto e di disponibilità da tutte le parti sociali.Relazioni sindacali: nuovi strumenti di confrontoTra le novità contenute nella bozza contrattuale compare anche un rafforzamento del sistema di relazioni tra amministrazioni e rappresentanze dei lavoratori.Il testo prevede la creazione di un Osservatorio paritetico sulle relazioni sindacali, con il compito di monitorare il funzionamento del dialogo tra le parti e valutare l’andamento della contrattazione integrativa nelle diverse amministrazioni.Accanto a questo organismo viene istituito anche un Organismo paritetico per l’innovazione, concepito come uno spazio di confronto dedicato ai processi di trasformazione organizzativa della pubblica amministrazione.La finalità è quella di coinvolgere le organizzazioni sindacali nelle fasi di progettazione di iniziative complesse o sperimentali che riguardano la riorganizzazione dei servizi, l’introduzione di nuove tecnologie o il cambiamento dei modelli di lavoro.Questi strumenti dovrebbero favorire una maggiore partecipazione delle parti sociali nelle scelte strategiche delle amministrazioni, soprattutto in una fase caratterizzata da profonde trasformazioni legate alla digitalizzazione.Intelligenza artificiale: regole e garanzie per i lavoratoriUno degli elementi più innovativi del nuovo contratto riguarda l’introduzione di regole specifiche sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale nel lavoro pubblico.Per la prima volta, infatti, la contrattazione collettiva del pubblico impiego affronta in modo esplicito il tema dell’uso di algoritmi e sistemi automatizzati nei processi organizzativi e gestionali delle amministrazioni.La bozza stabilisce che l’adozione di strumenti basati sull’intelligenza artificiale debba avvenire nel rispetto di alcuni principi fondamentali: affidabilità dei sistemi, trasparenza delle procedure, tutela dei dati personali e rispetto della dignità del lavoratore.Inoltre, le amministrazioni che intendono introdurre sistemi di IA o algoritmi automatizzati a supporto delle attività organizzative o decisionali dovranno informare preventivamente le organizzazioni sindacali, anche attraverso gli organismi paritetici previsti dal contratto.Stop alle decisioni completamente automatizzateUn punto particolarmente rilevante riguarda il ruolo dell’intervento umano nei processi decisionali.Secondo quanto previsto nella bozza contrattuale, l’utilizzo di sistemi di intelligenza artificiale non potrà mai tradursi in decisioni completamente automatizzate quando queste producono effetti giuridici o incidono in modo significativo sul rapporto di lavoro del dipendente.In altre parole, gli algoritmi potranno supportare l’attività amministrativa, ma non potranno sostituire la valutazione umana nelle scelte che riguardano aspetti sensibili del rapporto di lavoro.Questo principio si applica, ad esempio, alle decisioni che riguardano:la valutazione delle performance;l’assegnazione delle mansioni;l’organizzazione degli orari;la distribuzione dei carichi di lavoro.Trasparenza sugli algoritmi e formazione del personaleLa bozza introduce anche un ulteriore elemento di tutela per i lavoratori pubblici: il diritto alla conoscenza dei criteri di funzionamento dei sistemi di intelligenza artificiale utilizzati dalle amministrazioni.I dipendenti dovranno infatti poter accedere, in forma comprensibile, alle informazioni generali sul funzionamento degli algoritmi che influenzano l’organizzazione del lavoro o la valutazione della prestazione professionale.Accanto a questo principio di trasparenza è prevista anche l’attivazione di percorsi formativi specifici dedicati all’utilizzo delle tecnologie basate sull’intelligenza artificiale.L’obiettivo è assicurare che il personale pubblico disponga delle competenze necessarie per utilizzare in modo consapevole strumenti tecnologici sempre più presenti nelle attività amministrative.Lavoro agile, settimana corta e conciliazione vita-lavoroOltre alla dimensione tecnologica, il nuovo contratto affronta anche il tema della flessibilità organizzativa.Negli ultimi anni il ricorso allo smart working nel settore pubblico ha conosciuto una fase di espansione durante l’emergenza pandemica, seguita però da una progressiva riduzione nelle amministrazioni centrali. Questo cambiamento ha alimentato un confronto acceso tra amministrazioni e sindacati.Il rinnovo contrattuale punta ora a definire un quadro più stabile per il lavoro agile, valorizzando gli strumenti che favoriscono la conciliazione tra attività professionale e vita privata.Tra le esperienze considerate nel nuovo ciclo contrattuale c’è anche la sperimentazione della settimana corta, introdotta con il precedente accordo e ritenuta da alcuni osservatori una possibile evoluzione dei modelli organizzativi della pubblica amministrazione.Un ulteriore ambito di intervento riguarda la gestione dell’age management, cioè l’equilibrio tra le diverse generazioni presenti nelle amministrazioni pubbliche. In un contesto caratterizzato da un progressivo invecchiamento della forza lavoro, le politiche organizzative dovranno tenere conto delle esigenze dei dipendenti più senior e delle nuove modalità di ingresso dei giovani nella PA.



































































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