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rassegna stampa dal 21 al 23 marzo 2026

lentepubblica.it

Trasferimenti nella PA: la Cassazione blocca gli assegni “a vita” 

Nel pubblico impiego non esistono scorciatoie: il principio di equilibrio tra tutela dei lavoratori e uniformità dei trattamenti resta centrale.Lo ribadisce con chiarezza la Corte di Cassazione, che con l’ordinanza n. 32600 del 14 dicembre 2025 torna su un tema molto delicato per gli enti locali: il destino degli assegni ad personam in caso di trasferimento di personale tra amministrazioni.La decisione offre indicazioni operative rilevanti per amministrazioni, dirigenti e lavoratori coinvolti in processi di riorganizzazione, chiarendo limiti e condizioni entro cui è possibile mantenere trattamenti economici più favorevoli maturati presso l’ente di provenienza.
Trasferimento di personale: cosa succede allo stipendio
Quando un lavoratore pubblico passa da un ente a un altro a seguito del trasferimento di funzioni, entra in gioco l’art. 31 del D.Lgs. n. 165/2001. La norma stabilisce un principio fondamentale: il dipendente non può subire una riduzione complessiva della retribuzione.In concreto, questo significa che tutte le voci retributive percepite con continuità devono essere considerate nel nuovo inquadramento. Tuttavia, questa tutela non si traduce automaticamente in un mantenimento permanente delle condizioni più favorevoli.Per evitare una perdita economica immediata, viene spesso riconosciuto un assegno ad personam, cioè una componente individuale della retribuzione destinata a colmare eventuali differenze tra vecchio e nuovo trattamento.Il nodo centrale: assegno ad personam e riassorbimentoIl punto decisivo chiarito dalla Cassazione riguarda la natura di questo assegno. Non si tratta di un beneficio definitivo, ma di una misura temporanea soggetta a riassorbimento.In altre parole, con il passare del tempo e con l’evoluzione della retribuzione nel nuovo ente (ad esempio attraverso aumenti contrattuali o progressioni economiche), l’assegno deve progressivamente ridursi fino a scomparire.Questa regola risponde a un principio più ampio: garantire la parità di trattamento tra dipendenti che svolgono le stesse funzioni all’interno della stessa amministrazione. Mantenere in modo permanente differenze retributive legate a situazioni pregresse sarebbe incompatibile con questo obiettivo.


Rinnovo CCNL Enti Locali 2022-2024, le novità in materia di relazioni sindacali 

Nel comparto degli enti locali torna al centro dell’attenzione il tema delle relazioni sindacali nei luoghi di lavoro, soprattutto dopo la recente firma dei nuovi contratti collettivi nazionali.A fare chiarezza è una nota interpretativa dell’ARAN, l’Agenzia per la rappresentanza negoziale delle pubbliche amministrazioni, intervenuta per rispondere ai numerosi quesiti arrivati da amministrazioni e operatori del settore.Le domande riguardano in particolare quali soggetti siano legittimati a partecipare alla contrattazione integrativa e alle altre forme di partecipazione sindacale, come informazione e confronto, all’interno degli enti locali. Il tema si è posto con maggiore forza dopo la sottoscrizione dei nuovi CCNL delle Funzioni Locali per il triennio 2022-2024, che non hanno registrato l’adesione unanime delle organizzazioni sindacali.L’intervento dell’ARAN ha dunque lo scopo di dissipare ogni incertezza interpretativa, ricordando che le disposizioni contenute nei contratti collettivi non lasciano spazio a dubbi su chi possa effettivamente sedersi al tavolo negoziale negli enti pubblici territoriali.
Il quadro dopo il rinnovo dei contratti 2022-2024Il chiarimento arriva a seguito della firma di due accordi fondamentali per il settore pubblico locale:il CCNL Comparto Funzioni Locali, che riguarda il personale non dirigente;il CCNL Area Funzioni Locali, destinato alla dirigenza.
Entrambi i contratti, sottoscritti il 23 febbraio 2026, disciplinano in modo puntuale il sistema delle relazioni sindacali all’interno delle amministrazioni territoriali. Tuttavia, il fatto che gli accordi non siano stati firmati da tutte le sigle sindacali ha generato dubbi operativi negli enti, in particolare su quali organizzazioni abbiano titolo a partecipare alla contrattazione decentrata e alle altre procedure di partecipazione sindacale.Secondo quanto evidenziato dall’ARAN, le clausole contrattuali sono già sufficientemente chiare e indicano con precisione i soggetti legittimati a rappresentare i lavoratori nelle trattative locali.Chi rappresenta il personale non dirigentePer quanto riguarda il personale delle categorie e delle aree non dirigenziali degli enti locali, il riferimento è l’articolo 7 del CCNL del comparto Funzioni Locali.La norma stabilisce che a partecipare alla contrattazione integrativa, oltre che alle procedure di informazione e confronto, sono esclusivamente:la RSU (Rappresentanza Sindacale Unitaria) eletta dai lavoratori all’interno dell’ente;i rappresentanti territoriali delle organizzazioni sindacali firmatarie del contratto collettivo nazionale.Questo significa che, nei tavoli negoziali degli enti locali, la rappresentanza dei lavoratori è affidata a due livelli complementari: da un lato la RSU presente nell’amministrazione, dall’altro i rappresentanti territoriali delle sigle sindacali che hanno sottoscritto il contratto nazionale di categoria.La presenza di entrambi i soggetti garantisce un equilibrio tra rappresentanza interna all’ente e coordinamento con la struttura sindacale nazionale.



ladiscussione.it
Statali, il nuovo contratto tra aumenti e algoritmi: la sfida di modernizzare la PA senza perdere efficienzaIl primo banco di prova della stagione contrattuale
Si apre una nuova fase per il pubblico impiego italiano. Con l’avvio del negoziato tra ARAN e le organizzazioni sindacali sul rinnovo del contratto delle Funzioni centrali per il triennio 2025-2027 prende infatti forma una stagione contrattuale destinata a incidere su tutta la pubblica amministrazione. Tradizionalmente questo comparto rappresenta il laboratorio delle politiche del lavoro pubblico. Le soluzioni che emergono da questo tavolo, infatti, finiscono quasi sempre per orientare anche i rinnovi successivi che riguardano sanità, enti locali, università e scuola. Per questo motivo il confronto in corso viene osservato con attenzione non solo dai dipendenti statali, ma dall’intero sistema della PA. In un momento in cui lo Stato è chiamato a essere più efficiente, più digitale e più vicino ai cittadini, il nuovo contratto non riguarda soltanto gli stipendi. In gioco c’è il modello stesso di amministrazione pubblica dei prossimi anni.Gli aumenti in busta pagaSul piano economico, la bozza di accordo prevede incrementi retributivi differenziati in base alle qualifiche professionali. Gli adeguamenti salariali, destinati a entrare a regime entro il 2027, oscillano tra poco più di 119 euro lordi mensili per i profili più bassi e circa 208 euro per le figure ad alta professionalità. Si tratta di aumenti che si inseriscono nel percorso di aggiornamento già avviato con il precedente contratto 2022-2024, che aveva portato a un incremento medio degli stipendi intorno ai 165 euro mensili.Tuttavia, se si guarda al potere d’acquisto reale, la questione resta aperta. L’inflazione degli ultimi anni ha eroso gran parte degli adeguamenti salariali. Da qui la necessità di un equilibrio delicato: riconoscere il valore del lavoro pubblico senza trasformare il rinnovo contrattuale in una nuova pressione strutturale sulla spesa pubblica. Per un Paese con un debito elevato come l’Italia, la sostenibilità dei conti resta un elemento imprescindibile.La bozza contrattuale introduce anche alcune innovazioni nel sistema delle relazioni sindacali. Tra queste spicca la proposta di creare un osservatorio paritetico incaricato di monitorare il funzionamento del confronto tra amministrazioni e rappresentanze dei lavoratori.Accanto a questo organismo verrebbe istituito anche uno spazio permanente di dialogo dedicato ai processi di innovazione organizzativa. L’obiettivo è coinvolgere maggiormente le parti sociali nelle fasi di trasformazione della pubblica amministrazione. Una scelta che può essere utile se orientata alla modernizzazione, ma che non deve tradursi in un eccesso di vincoli decisionali per le amministrazioni. Una PA efficiente non può essere paralizzata da procedure interminabili.L’ingresso dell’intelligenza artificiale negli uffici pubbliciUno degli aspetti più innovativi del nuovo contratto riguarda l’utilizzo dell’intelligenza artificiale nella pubblica amministrazione. Per la prima volta la contrattazione del pubblico impiego stabilisce principi specifici per l’uso di sistemi algoritmici nei processi organizzativi. Tra i criteri indicati figurano trasparenza, affidabilità dei sistemi e tutela dei dati personali. La linea scelta appare prudente: gli algoritmi potranno supportare le attività amministrative, ma non potranno sostituire completamente il giudizio umano quando le decisioni incidono sul rapporto di lavoro dei dipendenti. È un punto importante. L’innovazione tecnologica è indispensabile per rendere lo Stato più efficiente, ma non può trasformarsi in una delega cieca alle macchine.Lavoro agile e organizzazione flessibileIl nuovo contratto affronta anche il tema del lavoro agile. Dopo l’espansione durante la pandemia e la successiva riduzione, il sistema pubblico cerca ora una soluzione più stabile. Tra le ipotesi allo studio vi sono modelli organizzativi più flessibili, comprese alcune sperimentazioni come la settimana lavorativa corta. L’obiettivo dichiarato è favorire la conciliazione tra vita professionale e privata. Ma anche su questo fronte serve equilibrio. Lo smart working può migliorare la produttività se accompagnato da sistemi di valutazione chiari e responsabilità definite. Diversamente rischia di diventare un privilegio sganciato dai risultati.Una riforma che riguarda il futuro dello Stato
Il rinnovo contrattuale delle Funzioni centrali non è soltanto un passaggio amministrativo. È un momento decisivo per definire il futuro della pubblica amministrazione italiana. Da una parte vi è la necessità di valorizzare il personale e aggiornare l’organizzazione del lavoro. Dall’altra resta l’esigenza di costruire uno Stato più moderno, digitale e capace di rispondere alle esigenze dei cittadini. La vera sfida sarà proprio questa: trasformare il contratto non in un semplice aggiornamento salariale, ma in uno strumento di riforma della macchina pubblica. Perché senza una PA efficiente non esiste crescita economica, né credibilità delle istituzioni.





























































































































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