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rassegna stampa del 31 marzo 2026


LENTEPUBBLICA

Revisori dei conti enti locali 2026: numeri, distribuzione e profili professionali

Nel 2026 il sistema dei controlli contabili negli enti territoriali italiani si fonda su una platea ampia e articolata di professionisti.
L’elenco nazionale dei revisori dei conti registra 13.653 iscritti, offrendo una fotografia aggiornata di una funzione cruciale per la trasparenza e la correttezza della gestione finanziaria pubblica. Dall’analisi dei dati emergono elementi rilevanti che riguardano composizione, distribuzione territoriale, caratteristiche anagrafiche e dinamiche operative.
Un quadro generale: numeri e composizione di genere
Il primo elemento che emerge riguarda la distribuzione per genere. Il sistema resta caratterizzato da una netta prevalenza maschile: 9.651 revisori sono uomini, pari al 70,7% del totale, mentre 4.002 sono donne, corrispondenti al 29,3%.
Questa proporzione si mantiene sostanzialmente stabile anche considerando le diverse tipologie di enti. Nei comuni più piccoli, rientranti nella cosiddetta Fascia 1, la componente maschile si attesta intorno al 70%. Nei livelli più elevati, come province e città metropolitane (Fascia 3), la quota maschile cresce ulteriormente fino al 76%. Un dato che evidenzia come, nonostante una presenza femminile significativa, il riequilibrio di genere sia ancora parziale, soprattutto nei contesti amministrativi più complessi.
Fasce di enti e platea dei sorteggiabili
Il meccanismo di selezione dei revisori si basa sull’estrazione dall’elenco nazionale, suddiviso in fasce in base alla dimensione degli enti. Questa articolazione consente di comprendere meglio la distribuzione delle competenze disponibili.
Nel dettaglio:
Fascia 1 (comuni fino a 4.999 abitanti): 12.450 professionisti disponibili per il sorteggio
Fascia 2 (comuni tra 5.000 e 14.999 abitanti e unioni di comuni): 8.479
Fascia 3 (province, città metropolitane e grandi comuni): 6.494
Il dato evidenzia una maggiore concentrazione nella fascia dei piccoli enti, coerente con la struttura amministrativa italiana, fortemente frammentata e caratterizzata da un elevato numero di comuni di dimensioni ridotte.
Appartenenza professionale: prevale la doppia iscrizione
Un altro aspetto significativo riguarda il profilo professionale dei revisori. La stragrande maggioranza risulta iscritta contemporaneamente sia all’Ordine dei Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili (ODCEC) sia al Registro dei Revisori Legali.
Nel complesso:
12.011 professionisti (88%) risultano iscritti a entrambe le categorie
637 sono iscritti esclusivamente all’ODCEC
1.005 operano unicamente come revisori legali
Questa prevalenza della doppia iscrizione segnala un livello elevato di qualificazione e una forte integrazione tra competenze contabili e revisione legale.
Analizzando il dato per fascia:
Fascia 1: 10.877 con doppia iscrizione, 628 solo ODCEC, 945 solo revisori legali
Fascia 2: 7.705 con doppia iscrizione, 202 solo ODCEC, 572 solo revisori legali
Fascia 3: 5.948 con doppia iscrizione, 123 solo ODCEC, 423 solo revisori legali
La distribuzione conferma una sostanziale omogeneità del profilo professionale lungo tutte le categorie di enti.
Distribuzione territoriale: il peso delle grandi regioni
La presenza dei revisori sul territorio riflette in larga misura la densità amministrativa e demografica del Paese. Le regioni con il maggior numero di professionisti sono quelle economicamente e demograficamente più rilevanti.
In testa si collocano:
Lombardia con 4.925 revisori
Piemonte con 4.241
Veneto con 1.908
Campania con 1.791
Lazio con 1.290
Accanto a queste, territori più piccoli presentano numeri più contenuti ma comunque significativi: Molise, Umbria e Basilicata contano alcune centinaia di iscritti, in linea con la dimensione delle rispettive realtà amministrative.
A livello provinciale, le aree metropolitane confermano il proprio peso. Milano, Torino e Napoli rappresentano i principali poli di concentrazione dei revisori sorteggiabili. Al contrario, le province meno popolose registrano numeri inferiori, ma coerenti con il numero di enti presenti.
Età e ambito professionale: una funzione matura
Dal punto di vista anagrafico, la funzione di revisore dei conti negli enti locali appare fortemente concentrata nelle fasce di età intermedie.
La distribuzione evidenzia che:
Fino a 42 anni: 1.147 revisori
Tra 43 e 65 anni: 10.164
Tra 66 e 80 anni: 2.211
Oltre 80 anni: 131
Il dato più rilevante è quello della fascia centrale, che raccoglie la maggioranza assoluta dei professionisti. Si tratta di un’indicazione chiara: l’attività richiede esperienza consolidata e competenze specialistiche maturate nel tempo.
Quanto all’ambito lavorativo, emerge una netta prevalenza di professionisti che operano al di fuori della pubblica amministrazione:
1.892 revisori dichiarano di essere dipendenti pubblici
11.761 svolgono l’attività in altri contesti professionali
Questo equilibrio contribuisce a garantire una certa indipendenza del sistema di controllo, elemento essenziale per la credibilità delle verifiche contabili.
Le estrazioni: un sistema dinamico
Un indicatore significativo dell’attività operativa è rappresentato dal numero di estrazioni effettuate. Nei primi mesi del 2026, precisamente tra il 1° gennaio e il 4 febbraio, si sono registrate 22.257 estrazioni complessive.
Si tratta di un volume rilevante, che testimonia l’intensità del turnover e la frequenza delle sostituzioni, dovute sia a cessazioni anticipate sia a rinnovi degli incarichi. Il sistema si configura quindi come altamente dinamico, con un flusso continuo di nomine e aggiornamenti.
Focus territoriale: differenze tra Nord e Sud
Entrando nel dettaglio delle tipologie di enti e delle singole province, emergono ulteriori elementi di interesse.
Nei comuni di piccole dimensioni (Fascia 1), le province del Nord presentano concentrazioni elevate. Milano conta 1.266 revisori sorteggiabili, Bergamo 1.260 e Brescia 1.223, mentre Torino si attesta a 706.
Nel Mezzogiorno, tuttavia, i numeri risultano altrettanto significativi: Napoli raggiunge quota 2.308, Salerno 2.487 e Avellino 2.468. Un dato che evidenzia come la presenza dei revisori sia strettamente collegata alla numerosità degli enti locali, indipendentemente dalla collocazione geografica.
Per quanto riguarda la Fascia 3, relativa a grandi comuni e province, i numeri si riducono sensibilmente. Milano registra 873 professionisti, Torino 584 e Napoli 274. Questo andamento è coerente con il numero limitato di enti rientranti in questa categoria.
Una fotografia complessiva del sistema
Nel complesso, i dati del 2026 restituiscono l’immagine di un sistema articolato, caratterizzato da una distribuzione equilibrata sotto diversi profili: territoriale, anagrafico e professionale.
La prevalenza di revisori con doppia iscrizione, la forte presenza nella fascia centrale di età e l’elevato numero di estrazioni confermano il ruolo strategico di questa figura nel garantire la correttezza della gestione economico-finanziaria degli enti locali.
Allo stesso tempo, persistono alcune dinamiche strutturali, come la predominanza maschile e la concentrazione nelle aree più popolose, che riflettono caratteristiche più ampie del sistema professionale italiano.
In definitiva, la mappatura aggiornata dei revisori dei conti offre uno strumento utile non solo per comprendere lo stato attuale del comparto, ma anche per orientare eventuali interventi di riforma, con l’obiettivo di rafforzare ulteriormente l’efficacia e la trasparenza dei controlli nella pubblica amministrazione.



QDS

Pil pro capite, il finto exploit economico si sgonfia. La Sicilia al penultimo posto tra le regioni italiane

A parità di popolazione, Emilia Romagna e Veneto doppiano l’Isola: i numeri continuano a smentire la presunta crescita
ROMA – L’anno del suo presunto boom economico è ormai ampiamente passato, eppure i risultati per la Sicilia non si vedono. L’Istat ha di recente aggiornato al 2024 le tabelle sul Prodotto interno lordo, e i dati pro capite confermano il pessimo piazzamento dell’Isola nel quadro produttivo italiano, condannandola al penultimo posto nella classifica delle regioni. Si tratta della prima rilevazione effettuata dall’Istituto di statistica per l’anno in questione (aggiornata col monitoraggio di dicembre 2025). I dati, pertanto, potrebbero variare e aumentare nei prossimi report, ma già dal quadro attuale è evidente che la situazione è sempre la stessa.
Il presunto boom del 2023: il +2,1% in volume si rivela un’illusione statistica
Un anno prima, nel 2023, il Pil siciliano cresceva in volume del 2,1%, dato celebrato dal Governo come indice di uno sviluppo senza pari. Rialzo percentuale criticato numerose volte dal Quotidiano di Sicilia come mera illusione statistica non supportata da numeri concreti. E infatti, malgrado quell’incremento, un anno dopo (nel 2024) la Sicilia è risultata ancora fanalino di coda. Per di più l’Istat, che nel suo report dedica un apposito spazio alla graduatoria delle regioni per Pil pro capite, mette in evidenza in modo esplicito il fatto che i divari territoriali sono rimasti stabili. È chiaro dunque, checché ne dicano le percentuali, che nella strategia disegnata per la Sicilia dall’Amministrazione regionale e nazionale, qualcosa, probabilmente, non sta tornando. E anche se l’incremento in euro è risultato lievemente maggiore rispetto a quello di altre regioni, comunque non si vedono cambiamenti all’orizzonte.
Nord-Ovest a 46.100 euro pro capite, Mezzogiorno a 24.800: i divari macroterritoriali restano invariati
Da un punto di vista macroterritoriale i gap già esistenti non si sono ridotti. La ripartizione con il Pil pro capite più elevato continua a essere il Nord-Ovest, con 46,1 mila euro in termini nominali. Segue il Nord-Est con 43,6 mila euro e il Centro con 40 mila euro. Il Mezzogiorno chiude la fila, ultimo tra le ripartizioni con un Pil pro capite di 24,8 mila euro. Come sottolineato dal rapporto Istat, nel 2024 la ricchezza per abitante del Centro-Nord è risultata di 1,75 volte superiore a quella del Mezzogiorno, mentre l’anno prima il rapporto era di 1,78. Di fatto si tratta di un pareggio. Indice che, appunto, le disparità territoriali a livello macro non hanno registrato alcuna significativa variazione.
Ma anche spostando il focus sui divari tra le singole regioni, la situazione è rimasta sostanzialmente immutata. Il Trentino Alto Adige continua a essere primo per Pil pro capite, con un valore di 54,6 mila euro. Un grande risultato su cui, però, influisce in modo notevole l’esigua popolazione (circa 1,1 milioni di abitanti), tant’è che, in quanto a Pil nominale, la regione è solo al decimo posto in Italia. Prima de facto è invece la Lombardia, che si piazza, sì, al secondo posto (50,4 mila euro) ma con un numero di abitanti (10 milioni) nettamente superiore al resto delle regioni italiane.
Sicilia penultima con 23.300 euro pro capite: solo la Calabria fa peggio
La Sicilia, come anticipato in apertura, è ancora la penultima regione per Pil pro capite (23,3 mila euro). Peggiore dell’Isola in quanto a ricchezza per abitante, e quindi ultima in graduatoria, solo la Calabria (21,7 mila euro). Un tonfo a cui le regioni del Sud faticano a porre rimedio anche quando certe economie del Nord rallentano. Infatti, come evidenziato da Istat (e come già riportato dal Quotidiano di Sicilia a proposito del Pil nominale nell’edizione dello scorso giovedì 19 marzo), nel 2024 alcune regioni tradizionalmente più sviluppate hanno avuto una momentanea battuta d’arresto. È il caso del Veneto, la cui ricchezza regionale in volume (quindi in percentuale a prezzi costanti) ha addirittura subìto una leggera flessione del -0,1%. Ma neppure il fatto che alcune delle economie più robuste d’Italia non abbiano ripetuto le performance del 2023 ha potuto favorire una vera riduzione dei gap territoriali, segno che gli sforzi di chi si trova in fondo alla classifica sono stati evidentemente insufficienti.
Svantaggio di 20.000 euro rispetto a Veneto ed Emilia Romagna: la forbice demografica che non aiuta il Sud
Al momento, la Sicilia ha uno svantaggio nell’ordine dei 20 mila euro rispetto a regioni con una popolazione non troppo dissimile, come Veneto ed Emilia Romagna, che pertanto possiedono una ricchezza media per abitante pari di fatto al doppio di quella dell’Isola. Si tratta di un divario dai risvolti rilevanti. A differenza del Pil regionale, infatti, il dato pro capite è legato non solo alla quantità di ricchezza prodotta, ma anche al numero di cittadini per cui viene “divisa” questa ricchezza. Il fatto che, a parità di popolazione, tra Veneto ed Emilia Romagna da una parte, e Sicilia dall’altra parte, la forbice sia ancora così ampia rivela con maggiore chiarezza le disparità endemiche nelle economie delle di queste aree.
L’impatto che il fattore demografico può avere sull’ammontare del Pil pro capite di una regione, inoltre, è indicatore di un’ulteriore disuguaglianza tra Nord e Sud. La stima della ricchezza per abitante può aumentare non solo perché spinta dalla crescita economica, ma anche perché trascinata dal calo demografico. È anche per questo che, come detto, il Trentino Alto Adige, in termini pro capite, supera la Lombardia (che in realtà possiede un volume economico superiore).
In considerazione di questa dinamica, si delinea un altro aspetto dei gap territoriali che coinvolge le regioni con le popolazioni più esigue. Mentre la Valle d’Aosta, con appena 123 mila abitanti, si piazza al terzo posto in Italia per Pil pro capite (47,7 mila euro), le regioni del Sud scarsamente popolate non riescono a schiodarsi dalla parte bassa della classifica. È il caso della Basilicata (530 mila abitanti) e soprattutto del Molise (288 mila abitanti), rispettivamente al quattordicesimo e al sedicesimo posto per Pil pro capite. Tirando le somme, il basso numero di abitanti, che in linea di principio dovrebbe favorire l’aumento dei dati sul Pil, sortisce questo effetto boost solo nel contesto settentrionale. Mentre nel Mezzogiorno, dove le condizioni di sottosviluppo sono molto più marcate, neppure il quadro demografico riesce a confondere “al rialzo” le stime sulla ricchezza.
Nel 2023 le “ultime” province d’Italia erano Agrigento ed Enna
Considerando i dati su base regionale del 2024, la Sicilia è riuscita ancora una volta a evitare solo per un soffio l’ultimo posto della classifica per Pil pro capite. Dal punto di vista delle performance provinciali è invece proprio l’Isola a piazzarsi sul gradino più basso. Il report Istat pubblicato lo scorso dicembre, infatti, fotografa anche il Pil per abitante delle singole province, anche se in questo caso i dati sono relativi al 2023 e non al 2024 (nel rapporto immediatamente precedente non si andava oltre il 2022). Di preciso, il documento indica i territori il cui Pil pro capite si allontana di più (sia in positivo che in negativo) dalla media nazionale.
In questo caso, le province con Pil pro capite più basso d’Italia sono due siciliane: Agrigento (19 mila euro) ed Enna (19,3 mila euro). In cima alla classifica, invece, c’è Milano (71,3 mila euro). Il capoluogo lombardo, dunque, “inverte” su base provinciale il posizionamento che, da un punto di vista più ampio, vede la regione scavalcata dal Trentino Alto Adige. Anche se, comunque, subito dopo Milano c’è appunto la provincia di Bolzano (al secondo posto con 61,5 mila euro per abitante).
Il report Istat, riguardo allo stato economico delle province, offre anche una panoramica sul modo in cui i singoli settori produttivi (dai servizi finanziari e professionali, fino all’industria e all’agricoltura), hanno contribuito alla formazione del valore aggiunto.
In nessun caso, Istat rileva un comparto che abbia portato in una provincia siciliana una crescita economica significativa. Anzi, per quanto riguarda i settori del commercio, dei pubblici servizi, dei trasporti e delle telecomunicazioni, l’Istituto di statistica precisa che, riguardo all’apporto economico generato da questi comparti, i valori più bassi in assoluto si sono registrati a Enna (3 mila euro), a Caltanissetta e ad Agrigento (3,5 mila euro in entrambi i casi).




ITALIAOGGI

Società, se il sindaco convive con un amministratore è ineleggibile

Idem se c’è un’unione civile. Il decreto varato dal Cdm che attua la legge Capitali modifica diversi punti del Codice civile. Verifiche mirate sulla gestione dei rischiIneleggibile il sindaco legato agli amministratori da unione civile o convivenza di fatto; minore rilevanza, invece, per i rapporti di affinità. Vigilanza specifica per gli organi di controllo sul sistema di controllo interno e la gestione dei rischi. Nei cda le responsabilità per gli amministratori senza delega saranno basate sulle informazioni concretamente fornite dal Presidente, mentre le
Le situazioni relative agli interessi degli amministratori potranno essere regolamentate negli statuti o in appositi regolamenti interni. Sono alcune delle modifiche più significative che a breve verranno introdotte al Codice civile a seguito dell’approvazione definitiva del 27 marzo 2026 in Consiglio dei ministri (si veda ItaliaOggi di sabato 28/3/2026) del dlgs di attuazione della legge delega 5 marzo 2024 n. 21 (art. 19) rubricata: «Interventi a sostegno della competitività dei capitali e delega al Governo per la riforma organica delle disposizioni in materia di mercati dei capitali recate dal testo unico di cui al decreto legislativo 24 febbraio 1998, n. 58, e delle disposizioni in materia di società di capitali contenute nel codice civile».
Le direttive della riforma
Nell’ambito delle spa viene previsto che il sistema tradizionale (costituito dal consiglio di amministrazione e dal collegio sindacale) non sia più il sistema di riferimento applicato di default.
In pratica viene espunto il sistema dei rinvii di commi, dei sistemi alternativi rispetto al modello tradizionale. Viene quindi prevista una disciplina autonoma ed esaustiva dei tre sistemi alternativi di amministrazione e controllo. Il codice in tema di controlli viene suddiviso in quattro parti. Una attiene alle regole comuni per ogni organo di controllo e poi tre parti specifiche dedicate rispettivamente al «sistema con collegio sindacale», al «sistema con consiglio di sorveglianza» ed al sistema con il comitato per il controllo sulla gestione. Cambiano quasi tutte le numerazioni degli articoli del codice.
Cause di ineleggibilità e decadenza
Esse riguardano indistintamente la posizione di ogni membro dei tre organi di controllo.
In primo luogo viene prevista una assoluta equiparazione, in tema di ineleggibilità, fra i rapporti di coniugio fra amministratori e sindaci e situazioni di unione civile e convivenza di fatto, relazioni espressamente disciplinate dalla legge 20 maggio 2016, n. 76. Vengono poi resi meno rigidi i rapporti di affinità fra i componenti gli organi di controllo e gli amministratori. Mentre per i rapporti di parentela sono infatti confermate le incompatibilità entro il quarto grado, la rilevanza delle affinità viene ridotta al secondo.
Le situazioni dianzi evidenziate, oltre che il rapporto fra componente dell’organo di controllo e gli amministratori della società, riguardano anche quello fra i componenti gli organi di controllo e gli amministratori delle società da questa controllata, delle società che la controllano e di quelle sottoposte a comune controllo.
Viene altresì previsto che non costituirà di per sè causa di ineleggibilità e decadenza il fatto di ricoprire cariche in organi di controllo delle società controllate della società, delle società che la controllano e di quelle sottoposte a comune controllo (cd società sorelle). A riguardo si precisa però nella relazione, che possono ricorrere ulteriori circostanze (es. la dimensione dei compensi) atte ad incidere sulla sussistenza del requisito.
La valutazione del sistema controllo rischi
Il nuovo articolo 2403 c.c, sarà cogente non solo per il collegio sindacale ma altresì nei sistemi dualistico e monistico, per il consiglio di sorveglianza ed il comitato per il controllo sulla gestione. Ad ogni organo di controllo viene imposto di vigilare, oltre che sulla legge, sullo statuto e sul rispetto della corretta amministrazione nonché sull’adeguatezza e sul concreto funzionamento dell’assetto organizzativo, amministrativo e contabile, anche sul sistema di controllo interno e di gestione dei rischi, nonché sul coordinamento delle relative funzioni.
Ciò significa, in pratica, che le funzioni che presiedono rischi e controlli (anche se non formalizzate come unità autonome) dovranno produrre una rappresentazione unitaria e coerente del profilo di rischio, con flussi informativi allineati verso gli amministratori e verso l’organo di controllo. Inoltre, viene previsto in capo al collegio sindacale ed al comitato per il controllo sulla gestione di esprimere un parere sui compensi erogati ai membri del comitato esecutivo (ove nominato).
La deresponsabilizzazione degli amministratori privi di deleghe
Per gli amministratori privi di deleghe viene previsto che essi possano fare «ragionevole affidamento anche in relazione alle loro specifiche competenze, sulle informazioni ricevute in conformità alla legge ed allo statuto».
In pratica, per ottenere la partecipazione ai cda di amministratori qualificati si introduce una responsabilità limitata per gli stessi basata sulle informazioni che vengono fornite nell’ambito del cda, fermo restando, ovviamente, l’obbligo di fornire le stesse in consiglio da parte del presidente del cda. Rileveranno ai fini della responsabilità anche le specifiche professionalità degli amministratori.
Le altre modifiche per i cda
Fra le ulteriori più rilevanti in tema di Consiglio di amministrazione si evidenziano poi:
le situazioni di interesse degli amministratori oltre che dal codice civile (attuale art. 2391 cc.) potranno essere regolate sia attraverso specifiche disposizioni statutarie che con appositi regolamenti interni;
la previsione che il cda debba assumere collegialmente le decisioni sull’accesso a strumenti di regolazione della crisi e dell’insolvenza, decisioni quindi che non saranno delegabili;
viene confermato che gli amministratori non possano utilizzare a vantaggio proprio o di terzi dati, notizie, o opportunità di affari appresi nell’esercizio del loro incarico. È tuttavia previsto ex novo che per i singoli amministratori l’inosservanza di tali divieti o l’indebito utilizzo delle informazioni acquisite nel cda, oltre che al risarcimento dei danni, potrà costituire giusta causa di revoca per l’amministratore stesso.

https://www.italiaoggi.it/diritto-e-fisco/diritto-e-impresa/societa-se-il-sindaco-convive-con-un-amm...


ILSOLE24ORE

Incentivi, taglio di 20 misure: risorse al Fondo crescita

Arriva, dopo lunghi mesi di gestazione, la riorganizzazione delle agevolazioni del ministero delle imprese e del made in Italy. Il decreto legislativo approvato in via preliminare venerdì scorso dal consiglio dei ministri (dovrà tornare in Cdm dopo il parere della Conferenza unificata e delle commissioni parlamentari competenti) segue il Dlgs, già in vigore, che ha istituito il Codice degli incentivi. Completando così la riforma che era stata inserita nel Pnrr e che, in verità, sembrava dover portare a modifiche più radicali.
L’operazione ha un respiro contenuto. Includendo anche quattro misure proposte da altri ministeri, vengono abrogati 20 incentivi che saranno sostituiti di fatto da bandi attuativi del Fondo crescita sostenibile, in cui confluiranno le risorse. La relazione tecnica del Dlgs puntualizza che le disposizioni «hanno un sicuro impatto contabile, ma non determinano nuovi o maggiori oneri per il bilancio dello Stato. Al contrario, le prospettive sono quelle di una concentrazione della spesa pubblica in incentivi strategici, operazione che può favorire, a regime, un risparmio di spesa, pur non direttamente quantificabile in questa sede».
Scatta l’abrogazione per il Fondo trasferimento tecnologico, il Fondo per la ricerca e lo sviluppo industriale e biomedico, l’incentivo Nuove imprese a tasso zero, il Fondo impresa femminile, il Fondo imprese creative, il Fondo per il credito alle aziende vittime di mancati pagamenti, le agevolazioni per le imprese confiscate o sequestrate alla criminalità organizzata, la misura Digital transformation, il Fondo transizione industriale, l’incentivo Economia circolare, il fondo Green new deal, gli incentivi per investimenti nel capitale di rischio nelle Pmi dell’aeronautica, della chimica verde, della componentistica auto e dell’energia rinnovabile, il fondo per le imprese del turismo e dello spettacolo che risaliva al periodo Covid-19, gli incentivi per la blockchain e la maggiorazione del credito d’imposta 4.0 prevista per investimenti inclusi nel Pnrr.
Queste misure come altre - ad esempio Smart&Start per le startup, la Nuova Marcora, le agevolazioni per brevetti e marchi - potranno essere in parte replicate secondo le discipline quadro dello strumento centrale di tutta la riorganizzazione, cioè il Fondo crescita sostenibile. In particolare, le discipline quadro si riferiranno a quattro sezioni del Fondo: ricerca e sviluppo e innovazione (in cui ci saranno ad esempio gli Ipcei); startup d’impresa; investimenti produttivi per la transizione verde e digitale (con i contratti di sviluppo); accesso al credito e al mercato dei capitali (dove resterà attivo il Fondo di salvaguardia per le imprese in crisi). Questa architettura si completa con Fondo di garanzia Pmi, Fondo nazionale innovazione e Nuova Sabatini.
A conti fatti, dunque, le misure gestite direttamente dalla direzione generale Incentivi del ministero delle Imprese passano da 33 a 10. Nata come progetto di razionalizzazione di un quadro molto eterogeneo, composto in tutto da 2.723 interventi (dei quali 348 statali e 2.375 regionali), l’operazione ha in realtà agito su un perimetro parziale (142 misure). Gli altri ministeri hanno partecipato in modo estremamente ridotto. Proposte di abrogazione sono arrivate solo dagli Affari esteri (voucher per i temporary export manager con competenze digitali), dall’Ambiente (credito d’imposta per materiali di recupero e credito d’imposto sui prodotti da riciclo e riuso) e dal Lavoro (Fondo rotativo self-employment).

https://www.quotidiano.ilsole24ore.com/sfoglio/aviator.php?newspaper=S24&issue=20260331&edit...


ILSOLE24ORE

Governo avanti, ora Meloni studia un patto per il Paese

La strategia . No ai rimpasti, solo le sostituzioni di Santanchè e Delmastro. La premier serra i ranghi con Tajani e Salvini: unità e stabilità. Il punto con Giorgetti su energia e imprese
«Il Governo va avanti». Nessun rimpasto all’orizzonte: al massimo arriverà la sostituzione di Daniela Santanchè con un nuovo ministro del Turismo e la nomina di un sottosegretario alla Giustizia al posto di Andrea Delmastro. Da Palazzo Chigi è questa la linea che filtra nell’ennesima giornata di silenzio di Giorgia Meloni. Che non ha appuntamenti istituzionali in agenda, ma che al vertice di venerdì sera nella sua villa al Torrino con i vice Antonio Tajani e Matteo Salvini ha provato a serrare i ranghi all’insegna di due parole d’ordine: unità e stabilità. L’obiettivo è lavorare a un patto per il Paese: un’agenda di pochi punti - economia e sicurezza - per lenire le ferite post referendum e rinsaldare il rapporto con cittadini e imprese. Ha cominciato ieri incontrando il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti in «piena sintonia». Focus sul caro energia, a partire dalle misure per il mondo produttivo a cui è rivolto il fondo da 1,3 miliardi istituito dalla legge di bilancio e destinato al momento per soli 537 milioni agli esodati di Transizione 5.0. La volontà è placare i malesseri interni per la gestione del dossier da parte del ministro Adolfo Urso e trovare entro domani, giorno del tavolo al Mimit, una soluzione alle attese tradite sugli incentivi. Guardando all’Europa per ulteriori interventi, anche perché le emergenze sono continue, a cominciare dalla scadenza, il 7 aprile, dello sconto da 24,4 centesimo al litro sulle accise per i carburanti.
Il richiamo della premier all’unità serve a puntellare la tenuta dei tre partiti di centrodestra, con Forza Italia finita in mezzo al guado del «rinnovamento» imposto da Marina Berlusconi e cominciato con le dimissioni di Maurizio Gasparri da capogruppo al Senato. La stabilità è il valore che Meloni vuole preservare, con vista a settembre quando intende portare il Governo a tagliare il traguardo di Esecutivo più longevo della storia repubblicana: significa escludere rimpasti che richiederebbero un passaggio in Parlamento per la fiducia e allontanare lo spettro del voto anticipato. Ma vuol dire anche non mettere in discussione le leadership nella coalizione. Per questo per Fi, lungo l’asse Roma-Cologno Monzese, il compromesso al vaglio è “salvare” il presidente dei deputati Paolo Barelli e però archiviare la proposta di Tajani di tenere i congressi regionali tra aprile e maggio, rinviandoli a data da destinarsi per evitare destabilizzazioni.
I meloniani addossano alla sinistra la responsabilità di agitare la bandiera delle urne per seminare instabilità. L’idea di votare a giugno, con la guerra in Medio Oriente, è rifiutata; anche per l’autunno sono in molti a frenare, pure da Fdi. Partito a sua volta scosso da rese dei conti in Puglia, Campania e Sicilia: nell’Isola si consuma un nuovo scontro tra Meloni e Ignazio La Russa sul destino del presidente dell’Ars Gaetano Galvagno e dell’assessora al Turismo Elvira Amata, indagati per corruzione. Perché, per coerenza, il repulisti dovrebbe riguardare anche loro.
Ma di certo da Fdi non vogliono avventurarsi alle urne senza una nuova legge elettorale che scongiuri il pareggio. Secondo i fautori della navigazione fino a fine legislatura, tra cui big come Francesco Lollobrigida e Guido Crosetto, lasciare il Paese in confusione a ridosso della sessione di bilancio, con il rischio di esercizio provvisorio, sarebbe un azzardo che Meloni non avallerebbe. «Ha troppo senso dello Stato», affermano da Fdi, citando il monito di Crosetto via Repubblica: «Tenetevi stretta Meloni, una risorsa della Repubblica, non di centrodestra o Fdi».
Anche i vicepremier hanno fatto professione di lealtà. «Nessuno pensa di andare a elezioni anticipate, pensiamo soltanto a fare tutto ciò che serve alla crescita», ha scandito Tajani, collegato con il Forum della Cucina italiana promosso da Bruno Vespa in collaborazione con l’Ice e organizzato da Comin&Partners. «Piena fiducia in Meloni e in tutta la squadra di governo», ha garantito Salvini alla Lega riunita in via Bellerio.
La premier continua a centellinare gli interventi, sente i ministri, riunisce lo staff. Nessuno si illude che saranno tempi facili. Anche perché si sorveglia la potenziale scia di veleni dopo gli addii di Santanchè, Delmastro e Bartolozzi. E si raccomanda attenzione alla partita delle nomine ai vertici delle partecipate. Un altro delicato giro di boa per il Governo.



ILSOEL24ORE

Legge elettorale, pressing Fdi Ecco le possibili modifiche

Riforma al via. Le opposizioni fanno muro («basta cambiare le regole a maggioranza») ma sotto traccia partono le prime offerte al Pd: premio contenuto, capilista bloccati e preferenze per gli altri.
Riforma elettorale al via. Nonostante la vittoria del No al referendum costituzionale sulla giustizia e nonostante il muro eretto dalle opposizioni («basta con il cambio delle regole a colpi di maggioranza»), la premier Giorgia Meloni ha posto da subito il superamento dei collegi del Rosatellum (il 37% del totale) come una delle condizioni più importanti per portare a termine la legislatura: più ancora del rischio di perdere le elezioni, per lei è prioritario scongiurare il rischio pareggio e quindi il rischio larghe intese o peggio governo tecnico che si determinerebbe secondo molte proiezioni con l’attuale legge elettorale. E gli alleati, i vicepremier Antonio Tajani di Forza Italia e Matteo Salvini della Lega, ne hanno preso atto già durante la cena post-referendum di venerdì sera. «Saremo leali», ha confermato ieri Salvini alla termine del vertice del suo partito in via Bellerio. Le perplessità degli alleati e soprattutto della Lega insomma restano («meglio rischiare di pareggiare che rischiare di perdere», dicono in molti rovesciando il ragionamento della premier), ma nessuno per ora si mette di traverso.
Al via, dunque. «L’incardinamento della legge elettorale domani (oggi, ndr) in prima commissione rappresenta un passaggio importante che auspichiamo possa aprire un confronto serio e costruttivo anche con le opposizioni», dice il presidente della commissione Affari costituzionali della Camere, l’azzurro Nazario Pagano, che è anche uno dei quattro relatori al testo del centrodestra depositato il 26 febbraio scorso (uno per partito: oltre a Pagano ci sono Angelo Rossi di Fdi, Igor Iezzi della Lega e Alessandro Colucci di Noi Moderati). La “fretta” rimproverata dalle opposizioni, avverte Pagano, è necessaria «dal momento che le regole elettorali non possono essere modificate a ridosso del voto ma almeno un anno prima per dare il tempo ai contendenti di organizzarsi».
D’altra parte - continua Pagano nel suo ragionamento - il Rosatellum non va più bene per due motivi: dopo il taglio dei parlamentari, ridotti da quasi mille a 600, i collegi uninominali sono divenuti troppo grandi perdendo la loro funzione di rappresentanza dei territori; e, soprattutto, nella attuali condizioni politiche darebbe come risultato un sostanziale pareggio. Addio governabilità e stabilità. Da qui lo Stabilicum o Melonellum messo a punto dal centrodestra: premio di maggioranza per chi supera il 40% dei voti da attribuire tramite “listini” a parte, spalmati sulle varie circoscrizioni, di 70 deputati fino ad arrivare a un tetto di 230 (per il Senato i numeri sono dimezzati); ballottaggio tra i primi due arrivati se nessuno arriva al 40% ma supera il 35%; soglia generale di sbarramento al 3% con il recupero del primo sotto soglia all’interno delle coalizioni; obbligo di indicare il capo della coalizione al momento della presentazione delle liste e del programma.
All’appello di Pagano alle opposizioni si aggiunge quello del plenipotenziario della premier Giovanni Donzelli («in qualunque momento siamo pronti a dialogare con chiunque dell’opposizione per migliorare il testo, che non è blindato»). Ma al momento sembra esserci solo il muro contro muro, nonostante l’interesse oggettivo e speculare a quello di Meloni della segretaria del Pd Elly Schlein a evitare in futuro grandi coalizioni. «No a modifiche delle regole a maggioranza, il No al referendum è stato chiaro su questo», è la posizione del Pd, che punta il dito in particolar modo contro un premio di maggioranza che permetterebbe l’autonomia nell’elezione del presidente della Repubblica.
Il tetto di 230 seggi equivale in effetti al 57,50% dei seggi, ossia sopra la soglia “costituzionale” del 55%. È vero che occorre considerare i seggi degli eletti all’estero e degli eletti in Trentino Alto Adige e Val d’Aosta, ma dai calcoli dell’esperto Giuseppe Calderisi c’è il rischio potenziale, se il primo arrivato si avvicina al 50%, di una maggioranza di 236-238, oltre il 59%.
Da qui le aperture di Fratelli d’Italia, con lo stesso Donzelli e con Alberto Balboni, a fissare il tetto del premio in ogni caso al 55% sottraendo l’eccedenza alla parte proporzionale (il dem Dario Franceschini nei giorni scorsi ha aperto a un premio di governabilità “contenuto”).
L’altra apertura che potrebbe arrivare riguarda le preferenze, chieste dalle opposizioni e dentro la maggioranza osteggiate soprattutto dalla Lega: la soluzione di compromesso potrebbe essere quella dei capilista bloccati e delle preferenze per gli altri in lista come previsto dal renziano Italicum. Ma la questione è un’altra: quanto margine politico c’è per una reale trattativa?

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Aumenti e arretrati dipendenti enti locali 2026: quando arrivano? 

Il rinnovo del contratto collettivo nazionale per il comparto enti locali entra finalmente nella fase operativa, portando con sé una delle novità più attese del 2026 per i dipendenti: vale a dire l’erogazione degli arretrati e l’applicazione degli aumenti, scopriamo quando arrivano.Dopo la firma definitiva del CCNL 2022–2024, ora è il sistema NoiPA a dare concreta attuazione agli adeguamenti economici, definendo tempi e modalità che incidono direttamente sulle buste paga dei dipendenti pubblici.La novità principale riguarda la scansione temporale degli effetti economici: gli arretrati vengono liquidati subito, mentre gli incrementi strutturali entrano in vigore solo successivamente. Una distinzione tecnica che, tuttavia, ha conseguenze molto pratiche per chi attende di vedere gli importi aggiornati nel proprio cedolino.
Arretrati 2022–2024: pagamento anticipato con emissione specialeIl primo segnale concreto dell’entrata in vigore del nuovo contratto si manifesta già nel mese di marzo 2026. NoiPA ha infatti previsto una emissione straordinaria dedicata esclusivamente agli arretrati contrattuali, cioè alle somme maturate negli anni precedenti e mai corrisposte. Arriverà al massimo entra la fine del mese.Si tratta di importi che derivano dagli incrementi riconosciuti retroattivamente a partire dal 1° gennaio 2022. In sostanza, il personale riceve in un’unica soluzione le differenze accumulate nel triennio contrattuale, al netto delle somme già anticipate sotto forma di indennità di vacanza contrattuale o altri anticipi.Dal punto di vista operativo, gli arretrati sono visibili nel cedolino con specifiche voci identificative, diverse a seconda che si tratti di personale non dirigente o dirigenziale. Questo consente di distinguere chiaramente le componenti straordinarie rispetto alla retribuzione ordinaria.L’importo complessivo non è uniforme: può arrivare fino a circa 2.000 euro lordi, ma varia sensibilmente in base a diversi fattori, tra cui:l’area di inquadramento;la posizione economica individuale;i mesi effettivamente lavorati nel periodo considerato;eventuali periodi di assenza non retribuita.In ogni caso, si tratta di una liquidazione “una tantum”, che non si ripeterà nei mesi successivi.Aumenti in busta paga: da aprile entrano a regimeSe gli arretrati rappresentano il recupero del passato, gli aumenti mensili guardano invece al futuro. NoiPA ha chiarito che gli adeguamenti strutturali degli stipendi saranno visibili a partire dal cedolino di aprile 2026.Da quel momento, le nuove retribuzioni entreranno stabilmente nella busta paga, diventando parte integrante del trattamento economico ordinario. Non si tratta quindi di una voce temporanea, ma di un incremento permanente.L’aggiornamento tiene conto anche di quanto già erogato negli anni precedenti: le indennità provvisorie, come l’IVC, vengono infatti riassorbite nei nuovi valori stipendiali, evitando duplicazioni e garantendo coerenza contabile.Un ulteriore elemento rilevante riguarda la rideterminazione dell’indennità di vacanza contrattuale, aggiornata sulla base dei nuovi livelli retributivi e applicata a partire dal 2025.Quanto aumentano gli stipendi: le cifre per areaIl rinnovo contrattuale introduce incrementi medi significativi, anche se differenziati in base alla categoria di appartenenza.In termini generali, l’aumento medio si colloca intorno a 140–160 euro lordi mensili, pari a una crescita complessiva di circa il 5-6% rispetto ai livelli precedenti.Entrando nel dettaglio:per l’area degli operatori, gli aumenti medi si aggirano poco sopra i 110 euro;per gli operatori esperti, si sale a circa 118 euro;per gli istruttori, l’incremento supera i 130 euro;per funzionari ed elevate qualificazioni, si arriva oltre i 140 euro mensili.A questi importi si aggiunge un ulteriore elemento: il conglobamento dell’indennità di comparto nello stipendio tabellare, che comporta un aumento aggiuntivo, variabile tra circa 9 e oltre 14 euro mensili a seconda del livello.Su base annua, l’incremento può tradursi in 1.700–1.800 euro lordi in più, con effetti strutturali sul reddito complessivo dei dipendenti.Cedolino NoiPA: come leggere le nuove vociCon l’introduzione degli arretrati e dei nuovi importi, diventa fondamentale comprendere come interpretare correttamente il cedolino.Il documento, disponibile in formato digitale nell’area riservata NoiPA, è articolato in due sezioni principali:
























































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