SCRIVOLIBERO
Gela-Agrigento-Castelvetrano, aeroporto di Licata e strutture turistico-ricettive: le proposte degli architetti agrigentini
By Redazione
Dopo il primo intervento sul tema della rigenerazione urbana, gli architetti continuano a offrire il proprio contributo ai candidati a sindaco della Città dei Templi affinché possano essere adottate proficue politiche per il superamento delle tante criticità che affliggono il territorio agrigentino.
«La seconda tappa – dichiara il presidente dell’Ordine, Rino La Mendola – è riservata alle politiche necessarie per superare il gap infrastrutturale del territorio agrigentino e il pessimo rapporto tra le preziose risorse ambientali del territorio e le strutture turistico ricettive».
La città di Agrigento possiede un immenso patrimonio culturale, paesaggistico e ambientale che il mondo ci invidia. Un patrimonio che non riusciamo a capitalizzare per attrarre un turismo stanziale, che potrebbe garantire ricchezza diffusa alla comunità agrigentina. Le criticità sono da ricercare in un carente sistema turistico-ricettivo che non ha un buon rapporto con le più importanti risorse del territorio e soprattutto nel gap infrastrutturale, che rende difficilmente raggiungibile il territorio agrigentino.
Strutture turistico-ricettive collocate in zone non attrattive del territorio
«Per quanto riguarda il primo tema – afferma Rino La Mendola – sottolineiamo da tempo che è assurdo confinare i turisti in zone commerciali e poco attrattive, come Villaggio Mosè, che non hanno alcun rapporto immediato né con la Valle dei templi, né con la costa e neanche con il centro storico: il turista che viene ospitato negli alberghi di Villaggio Mosè porta sempre con sé un’immagine squallida della Città dei Templi, che appanna il ricordo delle straordinarie risorse paesaggistico-ambientali della nostra terra. Il tema dovrebbe essere affrontato e superato con un nuovo strumento urbanistico per la città che individui, compatibilmente con i vincoli paesaggistici e ambientali a cui è sottoposto il territorio, zone turistico-ricettive più idonee ad attrarre il turista che visita Agrigento, con un migliore rapporto con la Valle dei templi, con la costa e con le altre risorse paesaggistico-ambientali. Contestualmente dovrebbero essere incentivate le strutture di B&B o di Case Vacanza in seno al centro storico con le detassazioni e i servizi, come i parcheggi ai margini del centro storico, che abbiamo trattato con il nostro precedente contributo dello scorso 30 marzo, sul tema della rigenerazione urbana».
L’aeroporto di licata e la Gela-Castelvetrano per superare il gap infrastrutturale
«Agrigento – continua il Presidente degli architetti – tra le città capoluogo della Sicilia, è quella che soffre maggiormente di un gap infrastrutturale che continua a tarpare le ali a un auspicato rilancio socio-economico della città, fondato sulla capitalizzazione delle straordinarie risorse culturali, paesaggistiche e ambientali del proprio territorio. Agrigento è difficilmente raggiungibile sia su strada gommata che su strada ferrata, non dispone di un sistema portuale in grado di garantire l’attracco delle grandi navi commerciali e da crociera e non è servita da un aeroporto raggiungibile in meno di un’ora, come sono invece gran parte delle città capoluogo di provincia nel resto del Paese. Per superare questo gap sarebbe necessario un piano di investimenti infrastrutturali che imporrebbe il reperimento di risorse ingenti, difficilmente disponibili; piano che sarebbe in qualche modo subordinato alla realizzazione del ponte sullo Stretto. Ecco dunque che – al di là della necessità di diffidare i soggetti responsabili dei paradossali ritardi dei lavori di ammodernamento della SS189 Palermo-Agrigento a completare immediatamente i lavori, ricorrendo anche ad eventuali rescissioni contrattuali in danno ai responsabili- le due opere prioritarie a cui puntare nell’immediato sono la Gela-Agrigento-Castelvetrano e l’aeroporto nella Piana di Licata. La prima (Ammodernamento SS115), il cui progetto dell’ANAS è in avanzato corso di esecuzione, chiuderebbe l’anello autostradale siciliano, servendo proficuamente il territorio agrigentino. L’aeroporto, fruendo dei collegamenti veloci garantiti dalla sopra citata arteria stradale, sarebbe la soluzione più idonea e immediata per ridurre il gap infrastrutturale del territorio agrigentino. Lo scalo infatti, quale struttura puntuale, potrebbe essere realizzato in pochi anni e costerebbe meno di tre chilometri di autostrada. Il Libero Consorzio Comunale ha già redatto un dettagliato studio di fattibilità dell’infrastruttura, già all’esame dell’ENAC (Ente Nazionale Aviazione Civile), che, nel corso dell’istruttoria, ha già rilevato l’adeguatezza del sito scelto sia da punto di vista geomorfologico che anemometrico. A nostro avviso, l’aeroporto diventerà comunque una realtà solo quando tutte le forze politiche, a prescindere dai colori di partito, uniranno le forze per spingere lungo la stessa direzione, abbandonando la cultura dei veti incrociati che, per troppo tempo, ha tarpato le ali al rilancio socio-economico della Città dei templi. In queste dinamiche, sarà importante il ruolo dei sindaci del nostro territorio, primo fra tutti quello di Agrigento, che dovrà far sentire forte la voce dei cittadini».
«L’Ordine degli architetti – conclude La Mendola – sarà a fianco delle istituzioni, delle componenti della società civile e dei parlamentari che crederanno in questo progetto, a prescindere dalla loro collocazione nei vari schieramenti politici. In tal senso, ci piacerebbe rilevare posizioni chiare, nel merito, dai candidati a sindaco di Agrigento».
LENTEPUBBLICA
Pagamento TFS e TFR dipendenti pubblici, stretta sui tempi d’attesa
di lentepubblica
Cambiano i tempi di pagamento del TFS e del TFR per i dipendenti pubblici: con la circolare n. 30/2026 l’INPS chiarisce chi potrà ottenere la liquidazione prima e da quando scatteranno le nuove regole. L’Istituto ha ricostruito in modo organico la disciplina oggi vigente, alla luce delle modifiche introdotte dalla legge di Bilancio 2026.
Il cambiamento più rilevante riguarda la riduzione dei tempi di attesa per una parte dei lavoratori pubblici che andranno in pensione nei prossimi anni, ma la novità non si applicherà indistintamente a tutte le uscite dal servizio.
Il tema è particolarmente sensibile perché coinvolge il momento in cui il dipendente pubblico, una volta conclusa la carriera, riceve il trattamento di fine servizio o di fine rapporto. Da tempo il sistema è al centro del dibattito per via dei lunghi differimenti imposti dalla normativa, che negli anni hanno progressivamente allontanato il pagamento rispetto alla cessazione del rapporto di lavoro. Proprio su questo punto il legislatore è intervenuto, pur senza superare del tutto l’impianto attuale.
La novità introdotta dalla legge di Bilancio 2026
Il perno della riforma richiamata dall’INPS è contenuto nell’articolo 1, comma 198, della legge n. 199/2025. La disposizione prevede che, dal 1° gennaio 2027, il termine ordinario di attesa per il pagamento del TFS/TFR nei casi di pensionamento legati al raggiungimento dei limiti di età o di servizio venga ridotto da 12 a 9 mesi.
Si tratta di una modifica importante, ma con un perimetro ben definito. Il taglio dei tempi riguarda infatti solo i dipendenti pubblici che matureranno, a partire dal 2027, i requisiti pensionistici collegati alla pensione di vecchiaia o al collocamento a riposo d’ufficio. Non si estende, invece, alle ipotesi di pensionamento anticipato in senso ampio, né alle dimissioni volontarie o ad altre cessazioni che continuano a seguire regole differenti.
L’INPS sottolinea che la riduzione del termine dilatorio rappresenta un primo intervento di riequilibrio, ma lascia intatto il sistema della rateizzazione, che continua a operare in base all’importo complessivo spettante.
Quando il pagamento resta a 12 mesi e quando scende a 9
Per capire l’impatto concreto delle nuove regole bisogna distinguere tra chi matura i requisiti entro il 31 dicembre 2026 e chi li raggiunge dal 1° gennaio 2027 in poi.
In primo luogo per i primi continuerà a valere il meccanismo già noto: nei casi di cessazione per raggiunti limiti di età, per collocamento a riposo d’ufficio o in altre fattispecie assimilate, il pagamento del TFS/TFR avverrà dopo 12 mesi dalla cessazione, con erogazione entro i tre mesi successivi.
Per i secondi, invece, scatterà il nuovo termine: l’indennità dovrà essere corrisposta dopo 9 mesi, sempre con pagamento entro il trimestre successivo.
La riduzione, dunque, non opera da subito per tutti i pensionandi, ma solo per coloro che matureranno il relativo diritto pensionistico dal 2027. Questo elemento temporale è decisivo e rischia di generare confusione tra i dipendenti che si trovano a cavallo tra le due discipline.
I casi in cui nulla cambia: dimissioni, licenziamento e altre cessazioni
Accanto alla novità, la circolare chiarisce anche ciò che non cambia. Restano infatti in vigore i termini più lunghi per diverse ipotesi di cessazione del rapporto di lavoro.
In particolare, nei casi di dimissioni volontarie, anche se accompagnate dal diritto alla pensione, il pagamento continua a essere differito di 24 mesi, cui si aggiungono i tre mesi tecnici per l’erogazione. Lo stesso vale per il licenziamento, la destituzione e, più in generale, per le causali non espressamente ricondotte ai casi di collocamento a riposo per età o per limiti ordinamentali.
Non cambia neppure la regola applicabile ai rapporti a tempo determinato che cessano per scadenza del termine finale: in questi casi, il TFR continua a essere liquidato dopo 12 mesi dalla cessazione, con pagamento nei tre mesi successivi.
In sostanza, la riduzione a 9 mesi riguarda una platea circoscritta e lascia immutato il quadro per molte altre situazioni molto diffuse nel pubblico impiego.
I tempi più rapidi: decesso e inabilità
Esistono però ipotesi in cui il legislatore prevede da tempo una tutela rafforzata. Si tratta dei casi di decesso del dipendente o di cessazione dal servizio per inabilità.
In queste circostanze, ricorda l’INPS, il TFS/TFR deve essere corrisposto entro 105 giorni dalla cessazione del rapporto. È il termine più breve previsto dall’ordinamento e resta invariato anche dopo le modifiche introdotte dalla manovra.
La circolare precisa inoltre che questo termine rapido si applica anche quando il lavoratore, in caso di inabilità, si avvale del cumulo dei periodi assicurativi: il pagamento deve comunque avvenire nei 105 giorni, senza attendere ulteriori maturazioni pensionistiche.
Rateizzazione confermata: una, due o tre tranche
Se da un lato il legislatore ha ridotto, almeno in parte, i tempi di attesa, dall’altro non ha toccato il meccanismo della liquidazione rateale, che continua a rappresentare un aspetto centrale della disciplina.
L’INPS ricorda che il TFS/TFR viene pagato:
in un’unica soluzione, se l’importo complessivo lordo non supera 50.000 euro;
in due rate annuali, se l’ammontare è superiore a 50.000 euro ma inferiore a 100.000 euro;
in tre rate annuali, se l’importo è pari o superiore a 100.000 euro.
In concreto, ciò significa che anche quando il diritto al primo pagamento matura dopo 9 o 12 mesi, le quote successive restano comunque distanziate di un anno l’una dall’altra. La riduzione dei tempi, quindi, incide soprattutto sulla prima erogazione, ma non elimina la scansione pluriennale per gli importi più elevati.
Le categorie con disciplina particolare
La circolare dedica ampio spazio anche ad alcune categorie di personale per cui la lettura delle regole richiede maggiore attenzione.
Tra queste rientra il personale in regime di diritto pubblico, cioè i dipendenti non contrattualizzati indicati dall’articolo 3 del decreto legislativo n. 165/2001: magistrati, avvocati e procuratori dello Stato, professori e ricercatori universitari, oltre ad altre figure con ordinamenti speciali. Per questi soggetti continua a trovare applicazione il TFS e non il TFR previsto per il pubblico impiego contrattualizzato. Anche per loro, comunque, la riduzione da 12 a 9 mesi potrà operare nei casi di pensione di vecchiaia maturata dal 2027.
Analoga attenzione viene riservata al comparto difesa, sicurezza e soccorso pubblico. Anche in questo caso i tempi di pagamento seguono, in linea generale, la disciplina comune, ma devono essere coordinati con la normativa speciale che regola il collocamento a riposo di militari, forze di polizia e vigili del fuoco. L’INPS chiarisce che la novità dei 9 mesi interesserà anche il personale militare collocato in ausiliaria, nei casi in cui tale posizione sia equiparata, a tutti gli effetti, al raggiungimento dei limiti di età.
Il caso della scuola e delle pensioni con requisiti speciali
Una sezione specifica riguarda il personale scolastico, da sempre soggetto a una disciplina peculiare. Per docenti e personale della scuola, infatti, la cessazione dal servizio produce effetti dal 1° settembre, in connessione con l’inizio dell’anno scolastico, anche quando il requisito pensionistico viene perfezionato entro il 31 dicembre dello stesso anno.
L’INPS evidenzia però che, quando l’accesso alla pensione avviene con strumenti diversi da quelli ordinari previsti dall’articolo 24 del decreto-legge n. 201/2011, il termine per il pagamento del TFS/TFR non decorre automaticamente dalla cessazione. In questi casi bisogna guardare alla data in cui si perfeziona il requisito pensionistico “teorico” utile secondo la normativa generale.
Il principio vale, con diverse modulazioni, anche per chi accede alla pensione tramite cumulo dei periodi assicurativi, APE sociale, quota 100, quota 102, pensione anticipata flessibile, misure per i lavoratori precoci o per chi svolge attività gravose o usuranti. In tutte queste situazioni il momento da cui far partire il conteggio per il TFS/TFR non coincide sempre con la cessazione dal servizio, ma spesso con il raggiungimento del requisito anagrafico o contributivo che sarebbe stato richiesto nel sistema ordinario.
Attenzione al requisito “teorico” e agli adeguamenti alla speranza di vita
Uno dei passaggi più tecnici, ma anche più importanti, della circolare riguarda proprio il concetto di requisito teorico. Per molte forme di pensionamento anticipato o agevolato, infatti, il dipendente lascia il servizio prima dei limiti ordinari, ma il termine per ricevere TFS o TFR inizia a decorrere solo quando avrebbe maturato il diritto secondo i requisiti standard.
Questo significa, ad esempio, che chi esce con formule speciali non ottiene automaticamente una liquidazione più rapida. Anzi, in diversi casi il differimento continua a essere ancorato alla pensione di vecchiaia o alla pensione anticipata ordinaria.
A complicare ulteriormente il quadro si aggiunge l’adeguamento dei requisiti pensionistici alla speranza di vita, che per il biennio 2027-2028 è stato richiamato dalla stessa circolare. Per la generalità dei dipendenti pubblici, dal 2027 il riferimento diventa infatti 67 anni e 1 mese, salvo le eccezioni previste per alcune categorie.
Interessi in caso di ritardo nei pagamenti
L’INPS ricorda infine un aspetto spesso trascurato ma tutt’altro che secondario: se il pagamento del TFS/TFR avviene oltre i termini previsti dalla legge, spettano gli interessi legali per ogni giorno di ritardo.
La previsione discende dall’articolo 16, comma 6, della legge n. 412/1991 e rappresenta una garanzia per il lavoratore o per gli aventi diritto. Non elimina i ritardi strutturali previsti dalla normativa, ma interviene quando anche le scadenze differite fissate dalla legge non vengono rispettate.
Un sistema ancora complesso, ma con un primo alleggerimento
Nel complesso, la circolare n. 30/2026 non rivoluziona la disciplina del TFS/TFR nel pubblico impiego, ma ne offre un quadro aggiornato e mette in evidenza un primo allentamento dei tempi di attesa per chi andrà in pensione di vecchiaia dal 2027.
Il passaggio da 12 a 9 mesi è senza dubbio un segnale rilevante, soprattutto alla luce delle pronunce con cui la Corte costituzionale ha richiamato il legislatore alla necessità di garantire una liquidazione più tempestiva. Tuttavia, il sistema resta articolato, differenziato in base alla causa di cessazione e ancora fortemente segnato dalla rateizzazione e dai lunghi differimenti nei casi di uscita volontaria o anticipata.
Per i dipendenti pubblici, dunque, conoscere nel dettaglio la propria posizione previdenziale e la causale esatta della cessazione diventa essenziale per capire quando e come arriverà il trattamento di fine servizio o di fine rapporto.
Formazione obbligatoria nella PA: il questionario nazionale da compilare entro il 30 aprile
di lentepubblica
Il rafforzamento delle competenze nella pubblica amministrazione entra in una nuova fase di verifica e consolidamento. Il Dipartimento della funzione pubblica ha infatti avviato una indagine nazionale sullo stato di attuazione delle politiche formative, con l’obiettivo di fotografare quanto realizzato nel 2025 e delineare le prospettive per il 2026.
L’iniziativa si inserisce nel quadro delle strategie di modernizzazione della PA, dove la formazione del personale rappresenta ormai una leva strutturale per sostenere l’innovazione organizzativa, digitale ed ecologica.
Un’indagine per misurare l’efficacia della formazione pubblica
L’attività di monitoraggio promossa dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri nasce dall’esigenza di valutare concretamente l’impatto delle politiche formative adottate negli ultimi anni. In particolare, il focus è posto sull’attuazione della Direttiva del Ministro per la pubblica amministrazione del 14 gennaio 2025, che ha introdotto un approccio integrato alla valorizzazione del capitale umano.
Non si tratta di una semplice raccolta dati: l’indagine mira a comprendere quanto le amministrazioni abbiano recepito e tradotto in pratica i principi, gli obiettivi e gli strumenti indicati dalla Direttiva, sia sotto il profilo quantitativo sia qualitativo.
Accanto al numero di ore di formazione erogate o al tasso di partecipazione dei dipendenti, l’attenzione si concentra infatti su aspetti più profondi, come:
i modelli organizzativi adottati;
le scelte strategiche in materia di sviluppo delle competenze;
l’integrazione della formazione nei processi di pianificazione e gestione.
Il ruolo del PNRR e la svolta nelle politiche sul capitale umano
L’iniziativa si colloca nella fase conclusiva del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, che ha attribuito un ruolo centrale allo sviluppo delle competenze nel settore pubblico.
Negli ultimi anni, il PNRR ha determinato una discontinuità significativa rispetto al passato, spingendo le amministrazioni verso:
una maggiore responsabilizzazione interna;
un incremento degli investimenti dedicati alla formazione;
un aumento della formazione media pro capite per dipendente.
In questo contesto, la rilevazione avviata dal Dipartimento consente di verificare quanto queste trasformazioni abbiano prodotto effetti concreti e in che misura abbiano contribuito a rafforzare la capacità amministrativa.
Obiettivi strategici: conoscenza, rendicontazione e miglioramento
I dati raccolti attraverso il questionario rappresentano una risorsa informativa strategica per l’intero sistema pubblico.
In particolare, l’indagine risponde a tre finalità principali:
1. Aggiornare il quadro conoscitivo
L’analisi consentirà di arricchire la base dati relativa alla formazione del personale, offrendo una visione aggiornata delle competenze presenti nelle amministrazioni.
2. Supportare la rendicontazione del PNRR
Le informazioni raccolte permetteranno di valorizzare gli investimenti effettuati e i risultati raggiunti, contribuendo alla documentazione degli obiettivi previsti dal Piano.
3. Orientare le politiche future
Uno degli obiettivi più rilevanti è quello di affinare gli strumenti di programmazione, rendendo le iniziative formative sempre più coerenti con i fabbisogni reali delle amministrazioni e con la creazione di valore pubblico.
Dalla formazione alla creazione di valore pubblico
Un elemento centrale dell’indagine riguarda il legame tra formazione e valore pubblico. La Direttiva del 2025 ha infatti introdotto un cambio di prospettiva: la formazione non è più vista come un’attività accessoria, ma come un fattore abilitante per migliorare la qualità dei servizi e l’efficacia dell’azione amministrativa.
In questa logica, il monitoraggio intende verificare:
il grado di integrazione della formazione nei processi decisionali;
la coerenza con gli obiettivi strategici delle amministrazioni;
l’allineamento con strumenti di pianificazione come il PIAO (Piano Integrato di Attività e Organizzazione).
Particolare attenzione è riservata anche allo sviluppo delle competenze trasversali, tra cui:
leadership;
capacità di gestione del cambiamento;
competenze digitali.
Transizione digitale, ecologica e amministrativa: il nodo delle competenze
L’indagine offre inoltre l’occasione per analizzare il contributo della formazione al raggiungimento degli obiettivi di lungo periodo del PNRR.
In particolare, vengono osservati i progressi in relazione a tre direttrici fondamentali:
transizione digitale, con lo sviluppo di competenze tecnologiche e di gestione dei dati;
transizione ecologica, attraverso percorsi formativi orientati alla sostenibilità;
rafforzamento amministrativo, volto a migliorare l’efficienza e la qualità dei servizi pubblici.
In questo scenario, emerge con forza il tema della responsabilizzazione diffusa, che coinvolge non solo la dirigenza ma anche il personale non dirigente, chiamato a partecipare attivamente ai percorsi di crescita professionale.
Come partecipare all’indagine: questionario e supporto operativo
Per la realizzazione della rilevazione, il Dipartimento della funzione pubblica si avvale del supporto tecnico di Eutalia S.p.A. e del Consorzio MIPA.
Le amministrazioni individuate tramite l’Indice delle Pubbliche Amministrazioni (IPA) ricevono un questionario elettronico via PEC, che dovrà essere compilato:
dal Responsabile delle risorse umane;
oppure da un referente designato dall’ente.
La scadenza per l’invio dei dati è fissata al 30 aprile 2026.
Per agevolare la partecipazione, sono stati messi a disposizione:
una guida dettagliata alla compilazione;
un servizio di assistenza dedicato, attivo via email.
Dati aggregati e finalità di ricerca
Un aspetto rilevante riguarda la gestione delle informazioni raccolte. Il Dipartimento ha chiarito che i dati saranno utilizzati esclusivamente per finalità di ricerca e analisi, garantendo la diffusione in forma aggregata.
Questo approccio consente di:
tutelare la riservatezza delle singole amministrazioni;
costruire un quadro complessivo affidabile e condiviso;
favorire il confronto tra modelli organizzativi e buone pratiche.
Una leva per il cambiamento strutturale della PA
L’indagine rappresenta un passaggio strategico nel percorso di trasformazione della pubblica amministrazione.
Non si tratta soltanto di una verifica tecnica, ma di un’operazione che punta a consolidare un nuovo paradigma: la formazione come motore di innovazione e generazione di valore pubblico.
Il coinvolgimento diretto delle amministrazioni e la sistematizzazione dei dati raccolti permetteranno di individuare criticità, valorizzare le esperienze più efficaci e orientare le scelte future in modo più consapevole.
In questo senso, il monitoraggio avviato dal Dipartimento si configura come uno strumento essenziale per accompagnare la PA italiana verso una fase di sviluppo più matura, basata su competenze solide, organizzazioni flessibili e capacità di risposta alle esigenze dei cittadini.
ILSICILIA
Porti siciliani, strategia Ue per le isole: le proposte dell’Adsp del Mare di Sicilia occidentale
Redazione
Si è chiusa ieri la consultazione pubblica promossa dalla Commissione europea per la definizione della nuova “Strategia europea per le isole” e delle relative priorità di intervento, che il commissario europeo per la politica regionale e di coesione, Raffaele Fitto, presenterà entro giugno. Il piano punterà a rinforzare la competitività economica e l’attrattività delle isole europee. Anche l’Autorità di Sistema portuale del Mare di Sicilia occidentale ha partecipato attivamente al processo, avanzando una serie di proposte a sostegno dell’insularità, utili per fortificare il ruolo strategico degli scali nel sistema dei trasporti.
I porti, infatti, rappresentano nodi essenziali in cui convergono mobilità, energia, sicurezza, turismo e industria. Rafforzarne l’efficienza e l’interoperabilità è fondamentale per accrescere la competitività dell’isola e posizionarla come hub strategico nel Mediterraneo. Per la Sicilia, infatti, la connettività marittima non è un’opzione, ma una condizione essenziale per garantire accessibilità e continuità economica con l’Unione europea.
L’obiettivo strategico è trasformare i porti siciliani da semplici punti di transito a nodi chiave delle reti euromediterranee, promuovendo una crescita coordinata di infrastrutture, turismo, industria e sviluppo urbano. Il sistema portuale siciliano, inoltre, evidenzia la duplice funzione funzione di porta di accesso alla terraferma e di garante della connettività per le isole minori circostanti: ciò genera condizioni operative ed economiche complesse per i servizi marittimi, chiamati a garantire continuità durante tutto l’anno, nonostante la domanda variabile e le crescenti pressioni regolatorie.
L’Autorità ha proposto, pertanto, adeguamenti mirati delle politiche, tra cui il riconoscimento dei porti come elementi centrali della coesione territoriale, l’introduzione di correttivi Ets per le rotte da e per le grandi isole, l’estensione delle deroghe per le isole minori, proprio con l’intento di evitare effetti penalizzanti sui territori insulari, e l’istituzione di linee di finanziamento dedicate nell’ambito del Ten-T. Le principali sfide riguardano la garanzia di una connettività marittima equa, la tutela della competitività delle economie insulari e il riconoscimento dei porti come gateway digitali per scambi sicuri ed efficienti. Infine, la strategia deve affrontare anche le dimensioni sociali, in particolare il fenomeno dell’emigrazione giovanile, determinato dalla limitata disponibilità di opportunità economiche e dagli elevati costi.
“L’Autorità – ha commentato il presidente dell’AdSP Annalisa Tardino – sostiene con forza l’iniziativa della Commissione europea per la definizione di una “Strategia per le isole”, evidenziando gli svantaggi strutturali che caratterizzano le regioni insulari, tra cui maggiori costi logistici, vulnerabilità economica e dipendenza dal trasporto marittimo. Chiediamo anche il riconoscimento formale delle autorità di sistema portuale quali attori istituzionali chiave nei processi di governance. Ritengo che la partecipazione a questa consultazione rappresenti un passaggio importante per far emergere con chiarezza le esigenze specifiche dei territori insulari. I nostri porti svolgono una funzione vitale non solo sotto il profilo logistico, ma anche eco-nomico e sociale: è necessario che le politiche europee tengano conto delle peculiarità delle isole, garantendo condizioni di reale equità competitiva“.