LA SICILIA
Scoperta una discarica abusiva: sequestrati 1.000 mq di rifiuti e amianto
Scoperte tonnellate di pattume in una strada comunale transennataUn’area di circa 1.000 metri quadrati è stata posta sotto sequestro a Casteltermini dagli agenti della Polizia Provinciale del Libero Consorzio Comunale di Agrigento. L’operazione, condotta in contrada Manganaro, ha permesso di individuare un ingente deposito illegale di rifiuti di varia natura, situato in un tratto di strada comunale ufficialmente interdetto al transito veicolare.
All’interno del perimetro sequestrato sono stati rinvenuti materiali eterogenei: scarti edili, sanitari, materassi e, dato di particolare rilievo ambientale, quantità di Eternit. La presenza di amianto e altri rifiuti potenzialmente pericolosi per la salute pubblica rende necessaria una bonifica urgente dell'intero sito.
Nonostante la strada fosse sbarrata da transenne e regolata da un' ordinanza di divieto di circolazione, l’area è stata sistematicamente utilizzata per lo smaltimento illecito. Il comandante della Polizia Provinciale, il tenente colonnello Salvatore Lombardo, ha confermato che il presidio del territorio proseguirà: "L’area continuerà a essere monitorata con attenzione dai nostri agenti per contrastare il fenomeno dell'abbandono dei rifiuti".
GRANDANGOLO
L’annuncio di Schifani: “A breve procederemo al rimpasto della giunta”
Lo ha annunciato in una intervista a Libero il Presidente della Regione siciliana Renato Schifani
“A breve procederemo al rimpasto del governo”. Lo ha annunciato in una intervista a Libero il Presidente della Regione siciliana Renato Schifani. “La sanità è una priorità per il mio governo. Il nuovo Polo pediatrico è un segnale importante. Entro qualche mese ci sarà il via ai lavori. Più in generale, stiamo lavorando per migliorare servizi e investimenti, rafforzando il sistema nel suo complesso”. “All’inizio del 2027 partiranno i lavori per i nuovi termovalorizzatori in Sicilia. Naceranno a Palermo e Catania, con un Piano rifiuti, già approvato dall’Ue, che prevede anche di completare la rete impiantistica regionale. È un investimento da un miliardo. Tra qualche giorno avremo i progetti, le gare entro fine anno e avvio dei cantieri all’inizio del 2027. Stiamo facendo tutto tramite Invitalia e Anticorruzione, da avvocato amministrativista sono rigoroso. Bisogna sempre vigilare. Per questo dico che cinque anni non bastano, è giusto che anche per i sindaci il mandato sia di dieci perché se no si può solo fare, ma non completare”.
“Quando mi sono insediato la Regione doveva recuperare un disavanzo di 4 miliardi e in una condizione di equilibrio finanziario fragile. Oggi abbiamo un surplus di oltre 5 miliardi. I numeri certificano un cambio di passo reale: gli investimenti sono aumentati da 13 a 23 miliardi, il Pil è cresciuto di più che nel resto del Paese. Negli ultimi tre anni l’occupazione si è incrementata del 12,6% e sono nate 60mila imprese”. Come ha ridotto il debito? “Grazie anche al boom di entrate tributarie cresciute del 39% dovute al maggiore gettito fiscale dei nuovi investimenti fatti dalle imprese che scelgono sempre di più la Sicilia, in grado di garantire certezza dei tempi nel rilascio delle autorizzazioni. È migliorato anche il rating della Regione, come dicono i principali osservatori finanziari internazionali”. “Il turismo è sicuramente un asset fondamentale, ma sarebbe riduttivo attribuire solo a questo settore la crescita che stiamo registrando. Oggi la Sicilia cresce perché abbiamo rimesso in ordine i conti, migliorato l’efficienza amministrativa e reso il territorio più attrattivo per gli investimenti grazie alla semplificazione delle procedure autorizzative che ci ha reso più forti e più credibili”, dice. “Cè stata un’inversione di tendenza: l’occupazione cresce e il sistema economico è più dinamico. Nell’ultima legge di stabilità, abbiamo previsto 600 milioni di euro per favorire lavoro e imprese, creando così nuova occupazione stabile”, annuncia. Alla domanda se cìè un ”modello Sicilia” risponde: “Più che uno slogan, è un metodo: conti in ordine, regole più semplici e investimenti. Abbiamo dimostrato che rigore e crescita possono andare insieme. Questo è il punto”. Poi parlando dei 16 miliardi di fondi Pnrr, Schifani spiega quali sono i principali settori d’intervento per tali risorse: “Stiamo investendo soprattutto su sanità, lavoro, acqua e rifiuti, settori strategici per ridurre i divari e rendere la Sicilia più competitiva nel lungo periodo”.
Il Ponte sullo Stretto è un’opera storica, che migliorerà la vita dei cittadini. Un’infrastruttura strategica che può cambiare la posizione della Sicilia nei flussi economici europei. Significa ridurre l’isolamento e creare nuove opportunità di sviluppo. Anche per questo motivo la Regione ha investito nel Ponte 1,3 miliardi di risorse del Fsc. Lavoriamo d’intesa con il ministro dei Trasporti Salvini e non scorderò mai le parole di Silvio Berlusconi. Mi diceva che il Ponte sullo Stretto non deve essere una cattedrale nel deserto, per questo oltre al Ponte bisogna pensare alla rete viaria intorno, ai servizi”.
LENTEPUBBLICA
Stop alla monetizzazione delle ferie non godute? Il parere del Consiglio di Stato
Ferie non godute e monetizzazione: cosa cambia dopo la nuova sentenza del Consiglio di Stato che ne mette in evidenza le condizioni e soprattutto i limiti.
Il diritto alle ferie rappresenta uno dei pilastri fondamentali del rapporto di lavoro. Non si tratta di un beneficio accessorio, ma di una garanzia costituzionale posta a tutela della salute e della dignità del lavoratore. L’articolo 36 della Costituzione stabilisce infatti che ogni lavoratore ha diritto a ferie annuali retribuite e che non può rinunciarvi.
Su questo impianto normativo si inserisce una recente decisione del Consiglio di Stato, che torna a chiarire un tema spesso oggetto di contenzioso: la monetizzazione delle ferie non godute.
La regola, ribadita con fermezza dai giudici, è netta: le ferie devono essere godute durante il rapporto di lavoro e solo in casi eccezionali possono essere convertite in un’indennità economica.
Il caso: ferie accumulate e richiesta di pagamento
La vicenda riguarda un appartenente alla Guardia di finanza, giunto al termine della carriera per raggiunti limiti di età. Al momento del pensionamento, il militare risultava aver accumulato un consistente numero di giorni di licenza ordinaria non fruiti: 18 relativi al 2019 e 39 per il 2020.
Alla cessazione del servizio, l’interessato ha quindi chiesto la corresponsione dell’indennità sostitutiva, ossia il pagamento delle ferie non utilizzate. Tuttavia, l’amministrazione ha respinto l’istanza, sostenendo che la mancata fruizione fosse riconducibile a una scelta volontaria del dipendente.
Dopo un primo rigetto da parte del TAR Lazio, il caso è approdato in appello davanti al Consiglio di Stato, che ha confermato la decisione di primo grado.
Il nodo giuridico: quando le ferie possono essere monetizzate
Il punto centrale della controversia riguarda una questione ben precisa: in quali condizioni è legittimo ottenere il pagamento delle ferie non godute?
Negli ultimi anni, il quadro normativo si è fatto più restrittivo. In particolare, il decreto-legge n. 95 del 2012 ha introdotto un principio chiave per la Pubblica amministrazione: ferie, permessi e riposi devono essere fruiti e non danno luogo, in linea generale, ad alcun trattamento economico sostitutivo.
Tuttavia, questa regola non è assoluta. La giurisprudenza costituzionale ed europea ha chiarito che il diritto alla monetizzazione resta in presenza di una mancata fruizione non imputabile al lavoratore.
In altre parole, il pagamento è possibile solo se il dipendente non ha potuto godere delle ferie per cause indipendenti dalla propria volontà, come:
malattia sopravvenuta;
impedimenti oggettivi legati al servizio;
impossibilità concreta di esercitare il diritto.
Il ruolo del diritto europeo e della giurisprudenza
Il Consiglio di Stato richiama esplicitamente anche l’orientamento della Corte di giustizia dell’Unione europea, che negli anni ha rafforzato la tutela del lavoratore.
Secondo i giudici europei, il diritto alle ferie non può essere perso automaticamente alla fine dell’anno di riferimento se il lavoratore non ha avuto la reale possibilità di usufruirne. Tuttavia, esiste una condizione fondamentale: il lavoratore deve dimostrare di non aver potuto esercitare tale diritto.
Al contrario, se il dipendente è stato posto nelle condizioni di fruire delle ferie ma ha scelto consapevolmente di non farlo, il diritto alla monetizzazione viene meno.
La decisione: scelta consapevole, niente indennità
Nel caso concreto, i giudici hanno ritenuto determinante un elemento: il comportamento del militare.
Dagli atti emerge infatti che:
l’interessato era consapevole dell’imminente pensionamento;
era stato invitato a pianificare la fruizione delle ferie residue;
aveva la possibilità di utilizzare i giorni maturati anche durante il periodo di malattia, attraverso la conversione in licenza straordinaria.
Nonostante ciò, il dipendente ha espressamente scelto di non convertire le ferie in convalescenza, mantenendo così la possibilità teorica di fruirne successivamente.
Secondo il Consiglio di Stato, questa decisione configura una scelta libera e consapevole, che esclude la possibilità di attribuire la mancata fruizione a cause esterne o non imputabili.
Da qui la conclusione: nessun diritto all’indennità sostitutiva.
Ferie e malattia: un equilibrio delicato
Uno degli aspetti più rilevanti della sentenza riguarda il rapporto tra ferie e malattia, spesso fonte di equivoci.
Nel caso specifico, la normativa militare consente al dipendente di scegliere se:
convertire le ferie in licenza straordinaria per convalescenza;
oppure conservarle per utilizzarle in un momento successivo.
Questa facoltà, tuttavia, comporta anche una responsabilità: la scelta incide direttamente sulla possibilità futura di ottenere una compensazione economica.
Se il lavoratore opta per non utilizzare le ferie pur potendolo fare, difficilmente potrà poi rivendicare un risarcimento.
Le implicazioni per la Pubblica amministrazione
La decisione ha un impatto significativo per tutto il comparto pubblico. Il principio che emerge è chiaro e destinato a orientare le amministrazioni:
la monetizzazione delle ferie è un’eccezione, non una regola.
Per ottenere l’indennità, il dipendente deve dimostrare che la mancata fruizione è stata determinata da fattori oggettivi e indipendenti dalla propria volontà. In assenza di tale prova, prevale l’obbligo di godimento del periodo di riposo.
Questo orientamento rafforza anche la responsabilità delle amministrazioni, chiamate a:
garantire concretamente la possibilità di usufruire delle ferie;
documentare eventuali impedimenti;
monitorare la gestione dei periodi di riposo.
Un equilibrio tra diritti e sostenibilità
La sentenza si inserisce in un contesto più ampio, in cui il legislatore ha cercato di bilanciare due esigenze:
da un lato, la tutela del lavoratore e del suo diritto al riposo;
dall’altro, il contenimento della spesa pubblica e la corretta organizzazione dei servizi.
La monetizzazione indiscriminata delle ferie rischierebbe infatti di trasformare un diritto fondamentale in una componente retributiva aggiuntiva, snaturandone la funzione originaria.
Cosa devono sapere i dipendenti pubblici
Alla luce di questa pronuncia, per i dipendenti pubblici – e in particolare per chi si avvicina alla cessazione del servizio – emergono alcune indicazioni operative:
pianificare per tempo la fruizione delle ferie residue;
valutare con attenzione le opzioni disponibili in caso di malattia;
evitare scelte che possano essere interpretate come rinuncia volontaria al diritto.
In sintesi, il mancato utilizzo delle ferie può tradursi in una perdita economica se non adeguatamente giustificato.
ITALIAOGGI
Ue, tra i giovani sempre più lavoratori autonomi e startupper. Italia fanalino di coda
Secondo gli ultimi dati dell’Eurostat le nuove generazioni per cercare di guadagnarsi da vivere, in un mondo sempre più in movimento, scelgono la strada dell’autonomo. L’Italia è però il paese peggiore per fare questa sceltaLa tecnologia sta rimodellando i luoghi di lavoro ad un ritmo senza precedenti e i giovani immersi nell’incertezza stanno cercando il proprio modo per guadagnarsi da vivere, rivolgendosi sempre più al lavoro autonomo più per necessità che per esigenza.
Secondo l’ultima ricerca fatta dall’Eurostat nel 2025 ci sono stati 2,06 milioni di persone di età compresa tra 20 e 29 anni all’interno dell’Unione europea che hanno scelto di essere lavoratori autonomi, rappresentando il 7,9% di tutti i lavoratori autonomi di età compresa tra 20 e 64 anni.
Restando nella fascia di età tra i 20 e i 64 anni la percentuale più alta di giovani imprenditori, tra gli autonomi, si è registrata in Slovacchia (12,2%). Secondo posto per Malta (10,5%) e terzo per la Romania (10,3%). Le quote più basse si sono trovate in Irlanda (5,1%), Bulgaria (5,3%) e Spagna (5,9%). L’Italia si colloca in 15° posizione su 26 paesi in totale
La Slovacchia guadagna la medaglia d’oro grazie ad un ecosistema di agevolazioni fiscali e investimenti che negli anni hanno reso il paese fertile per la nascita di start-up. E dunque, le piccole realtà innovative possono beneficiare di esenzione da alcune tasse nel periodo iniziale, sgravi se investono in ricerca e sviluppo e la legge nazionale sul sostegno alle Pmi prevede vari schemi di aiuti a cui le start-up possono candidarsi. A questo si aggiungono incentivi alle imprese che fanno formazione e assumono giovani talenti e il settore del crowdfunding che è cresciuto molto velocemente e risulta essere sempre più rilevante per le start-up in fase di crescita.
In Italia la situazione non è altrettanto florida. Nel 2025 è sceso il numero delle start-up innovative iscritte all’apposito registro. Secondo i dati aggiornati a gennaio 2026, dell’Osservatorio Startup Innovative di CRIBIS nel 2025 ci sono state infatti 11.090 le start-up innovative attive, in calo del 4,2% rispetto al 2024. Di queste 3.690 risultano essere guidate da giovani.
Tasso di occupazione, un miraggio
Per l’Italia resta un miraggio. Nel 2025, il tasso di occupazione delle persone tra i 20 e i 29 anni nell'Unione europea era del 65,6%, in aumento di 6,3 punti percentuali rispetto al 2015.
I Paesi Bassi (84,0%) e Malta (82,1%) hanno fatto registrare i tassi di occupazione più alti tra le persone di età compresa tra i 20 e i 29 anni, seguite dalla Germania (77,0%). Dall'altra parte della bilancia c’è l'Italia con il tasso più basso pari al 47,6%, seguita dalla Romania (52,0%) e dalla Bulgaria (52,7%). Italia fanalino di coda, seconda i dati Eurostat, anche per quanto riguarda l’occupazione femminile ferma al 58%. Il paese che invece registra più quote rosa al lavoro è l’Estonia con il 71,3%, seguito dalla Lituania (80,3%) e Svezia (79,8%).
https://www.italiaoggi.it/economia-e-politica/ue-tra-i-giovani-sempre-piu-lavoratori-autonomi-e-star...
ITALIAOGGI
Comuni, tra 7 anni 145 mila dipendenti in meno
L’allarme lanciato dall’Ifel nel suo rapporto. Le cause? Stipendi bassi e troppo lavoro
In assenza di una svolta radicale, e anche in considerazione del notevole invecchiamento del personale, i comuni nei prossimi 7 anni perderanno tra dimissioni e pensioni e altre cause circa 20.700 dipendenti l’anno per totale di 145.000 unità, cioè il 46% del personale attualmente in servizio a tempo indeterminato. Perdite lorde che le riforme a malapena potranno contenere, senza garantire certamente un’inversione di tendenza capace di riportare i numeri almeno vicini al 2007. E’ questo il quadro complessivo che emerge dal Rapporto sul personale dei Comuni italiani per il 2026, elaborato dall’Ifel-Area Studi e Statistiche Territoriali, su dati relativi al 2024.
Leggi anche: Anci: come i piccoli comuni possono superare la crisi del personale
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Tra stipendi mediamente più bassi degli altri comparti e degli altri enti del comparto, come regioni e province, carichi di lavoro che aumentano, risorse in riduzione e responsabilità crescenti, la crisi quali-quantitativa del personale dei comuni continua dunque a non trovare soluzione.
Come sempre, i numeri parlano molto chiaro. Si pensi al turn over. Dal 2007 al 2024 il personale dei comuni si è ridotto di ben più di un quarto, precisamente del 28,7%, proprio mentre continuava il trend crescente delle competenze e delle funzioni da gestire: basti pensare al coinvolgimento dei servizi sociali nelle politiche del lavoro (reddito di cittadinanza, Sfl, Adi), o alle incombenze sempre maggiori legate all’anticorruzione, alla trasparenza, alla transizione digitale, alle infinite modifiche ai sistemi di contabilità, al Pnrr, alle riforme anch’esse senza fine al sistema degli appalti; senza parlare, poi, delle nuove tecnologie, prima tra tutte l’Intelligenza Artificiale, ed alle ricadute che dovrebbe avere, ma nei fatti non ha, proprio per le difficoltà operative degli enti.
Le riforme e il saldo tra assunzioni e cessazioni
Afflitti da carenze certamente anche qualitative (mancano ovviamente nuovi profili e nuove competenze), ma innegabilmente quantitative.
Le varie riforme intervenute in questi anni per rendere più veloci i concorsi e superare il tetto al turn over basato sulla spesa sostenuta degli anni precedenti hanno prodotto ben poco. Vero è che nel 2024 tali riforme hanno consentito nuove assunzioni per 28.020 unità, ma il conto fa fatto al netto delle cessazioni, che sono state 25.167. C’è, sì, un saldo positivo, ma limitato a 2.853 dipendenti, troppo pochi per innescare un vero cambiamento di rotta.
Nella sostanza, il limite al turn over è superato, ma in termini quantitativi non certo adeguati. Per altro, rispetto al 2023 l’aumento del personale è si sole 1.500 dipendenti in più: un numero inferiore a quello risultante dalla differenza tra assunzioni e cessazioni, connesso ad altre vicende, come i trasferimenti verso altre amministrazioni.
La scarsa attrattività del lavoro negli enti locali
Questo è un altro punto dolente. Il lavoro dei dipendenti comunali continua a restare poco attrattivo per una serie di ragioni: la logistica molte volte sfavorevole, ma soprattutto il trattamento economico, spesso condizionato dalle condizioni non floridissime dei bilanci di molti enti, non in grado di assicurare premi e salario accessorio troppo performanti.
Non è un caso, allora, come evidenzia lo studio dell’Ifel, che la riduzione del personale comunale di questi ultimi lustri non sia legata solo alle cessazioni per pensionamento, ma anche in buon numero alle dimissioni: nel 2024, evidenzia l’Ifel, le dimissioni sono state numericamente maggiori dei pensionamenti e nel periodo 2017-2024 complessivamente hanno toccato quota 82mila.
Il divario retributivo rispetto alle Regioni
In gran parte, sono dipendenti che dai comuni si sono trasferiti presso altre amministrazioni pubbliche, in cerca di collocazioni geografiche migliori, più solidità di bilancio, migliore organizzazione e trattamento economico più vantaggioso.
Infatti, ricorda l’Ifel che le retribuzioni dei dipendenti comunali restano tra le più basse e porta un esempio molto concreto: il personale non dirigente nei comuni appartenente all’area degli Istruttore mediamente ha una retribuzione lorda per unità di personale di 29.993 euro annui; nelle regioni tale retribuzione media è ben maggiore e si attesta sui 33.267 euro annui delle Regioni. Un differenziale ancor più marcato si nota per i dipendenti dell’area degli Operatori: nei comuni la retribuzione media annua è di 23.216 euro, contro i 28.270 euro delle regioni.
Si tratta di evidenze oggettive contro le quali fin qui non si sono visti rimedi sufficienti: l’articolo 14, comma 1-bis, del d.l. 25/2025 non è certo riuscito a rendere davvero i trattamenti economici dei dipendenti comunali competitivi con quelli degli altri comparti. (
https://www.italiaoggi.it/enti-locali-e-pa/lavoro-pubblico/comuni-tra-7-anni-145-mila-dipendenti-in-...
LENTEPUBBLICA.IT
Festività soppresse, svolta della Cassazione: valgono come ferie retribuite
Non sono solo permessi: i quattro giorni “dimenticati” delle cosiddette festività soppresse possono trasformarsi in ferie retribuite, con effetti concreti su stipendi e diritti.Per anni sono rimaste in una sorta di zona grigia del diritto del lavoro: formalmente riconosciute dai contratti, ma spesso trattate come semplici giornate di permesso. Oggi, però, le cosiddette festività soppresse tornano al centro del dibattito grazie a una recente pronuncia della Corte di Cassazione, che interviene su un tema capace di incidere in modo concreto sia sull’organizzazione del lavoro sia sul contenuto della busta paga.Al centro della vicenda ci sono i quattro giorni collegati alle ex festività abolite negli anni Settanta: San Giuseppe (19 marzo), Ascensione, Corpus Domini e Santi Pietro e Paolo (29 giugno). Giornate che non figurano più tra le festività civili nazionali, ma che continuano a produrre effetti sul piano contrattuale. La novità è che la Suprema Corte, con l’ordinanza n. 5051 del 6 marzo 2026, ha ribadito un principio destinato a far discutere: quei giorni, in presenza della disciplina contrattuale esaminata nel caso concreto, possono essere considerati ferie retribuite a tutti gli effetti.Non si tratta soltanto di una questione formale.
La distinzione tra permesso e ferie incide infatti sulla retribuzione spettante, sul calcolo di alcune voci accessorie e, in prospettiva, anche sull’eventuale recupero di differenze economiche maturate nel tempo.
Cosa sono le festività soppresse e perché contano ancora.
Per comprendere la portata della decisione bisogna partire dall’origine di questi quattro giorni. Negli anni Settanta alcune ricorrenze furono eliminate dal calendario delle festività nazionali nel tentativo di aumentare la produttività e ridurre le interruzioni dell’attività lavorativa. La soppressione, tuttavia, non cancellò del tutto il problema, perché la contrattazione collettiva continuò a riconoscere ai lavoratori forme compensative.
È proprio da qui che nasce il nodo interpretativo. In molti casi, queste giornate sono state considerate permessi retribuiti aggiuntivi, distinti dalle ferie vere e proprie. Ma la differenza non è irrilevante: il trattamento economico delle ferie, secondo la normativa nazionale letta alla luce della giurisprudenza europea, deve garantire al lavoratore il mantenimento della retribuzione normale durante il periodo di riposo annuale.
Da questo principio discende una conseguenza tutt’altro che marginale: se i quattro giorni derivanti dalle festività soppresse vengono qualificati come ferie, allora nella retribuzione dovuta per quei giorni potrebbero dover rientrare anche alcune indennità collegate alle mansioni svolte, purché abbiano carattere stabile e siano funzionalmente connesse all’attività ordinaria del dipendente.
Il principio affermato: quei giorni possono essere ferieIl passaggio più rilevante della pronuncia riguarda l’interpretazione dell’articolo 29 del CCNL 2015 richiamato nel giudizio. La disposizione, secondo la Corte, non impone di qualificare sempre e solo quei giorni come permessi retribuiti. Il testo contrattuale, infatti, prevede che in luogo delle festività soppresse siano attribuiti “4 giorni di ferie o permesso retribuito”, da aggiungere ai periodi già riconosciuti dal contratto.
È proprio su questa formulazione che la Cassazione costruisce il proprio ragionamento. Se il contratto parla espressamente di ferie o permesso retribuito, allora quelle giornate non possono essere automaticamente escluse dal perimetro delle ferie. Al contrario, possono essere godute anche a titolo di ferie, con tutte le conseguenze economiche che ne derivano.In questo senso la Corte ha ritenuto infondato il motivo di ricorso con cui l’azienda sosteneva che i quattro giorni dovessero restare fuori dal computo delle ferie. La decisione si inserisce, peraltro, in un orientamento ormai consolidato, che valorizza la nozione europea di ferie annuali retribuite e il principio del pieno mantenimento della retribuzione nei periodi di riposo.