AGRIGENTONOTIZIE
Aragona, terza giornata al Parco minerario tra natura e memoria storica
Escursione guidata nelle miniere dove lavorò il padre di Pirandello. Pendolino: "Valorizzare questo patrimonio"
Il Parco minerario di Aragona: il presidente Giuseppe Pendolino durante la visita
Si è svolta questa mattina ad Aragona la terza giornata del programma "Gessi e Zolfare", organizzato dal Wwf-riserva naturale orientata di Torre Salsa con il patrocinio del Libero consorzio comunale di Agrigento, della Regione siciliana e dell'Ordine regionale dei geologi di Sicilia.
L'incontro, dal titolo "Il parco delle miniere di Aragona tra paesaggio, natura, geologia e memoria storica", si è svolto in collaborazione con l'associazione "Mintini" e ha previsto un'escursione al parco naturalistico e minerario della Montagna di Aragona, a circa sei chilometri dal centro abitato, condotta dal geologo Giuseppe Chiarelli.
L'area è di grande importanza storica: qui si trovano le miniere nelle quali lavorò Stefano Pirandello, padre dello scrittore Luigi Pirandello. Il percorso ricostruisce il lavoro e il periodo dello sfruttamento delle miniere di zolfo, la difficile situazione socio-economica dell'epoca e le durissime condizioni di lavoro di "carusi" e zolfatai.
Proprio nella miniera Taccia-Caci, che fa parte del parco, è ambientata la celebre novella di Pirandello "Ciaula scopre la luna".
"È stata una tappa importante di questo programma per la valorizzazione del patrimonio storico-minerario della zona – ha affermato il presidente del Libero consorzio comunale, Giuseppe Pendolino – ed è il motivo che ci ha spinti a patrocinare l'iniziativa del Wwf per far conoscere meglio questa risorsa storico-culturale".
"Le miniere di Aragona – ha aggiunto Pendolino – con la loro zolfara storica, hanno rappresentato per decenni il motore dello sviluppo locale: hanno generato occupazione per intere generazioni, favorito la crescita di infrastrutture e commercio, e posto le basi per l'identità economica della nostra comunità siciliana. Quel sudore e quell'ingegno hanno creato ricchezza e coesione sociale, trasformando Aragona in un simbolo di resilienza industriale".
LENTEPUBBLICA
Cybersecurity e gare pubbliche: requisiti restrittivi non sono un abuso ma una cintura di sicurezza
Nel dibattito sugli appalti digitali esiste una parola che viene spesso usata come clava contro le stazioni appaltanti: “restrittivo”.
Basta che una lex specialis richieda una certificazione tecnica o una qualificazione di piattaforma perché qualcuno invochi, quasi automaticamente, la violazione del favor partecipationis e della tassatività dei requisiti. Il punto è che, nel d.lgs. 36/2023, questa lettura sta cambiando asse. La concorrenza resta un valore, ma non è un idolo assoluto: è uno strumento funzionale a selezionare operatori realmente idonei, soprattutto quando l’oggetto della prestazione incide su dati, infrastrutture e servizi digitali in cloud.
È in questa prospettiva che si colloca l’indirizzo reso dall’ANAC nel parere di precontenzioso n. 103/2026, che legittima requisiti speciali ulteriori (e anche stringenti) in materia di cybersicurezza quando trovano fondamento in una normativa speciale, sono attinenti e proporzionati e risultano funzionali al conseguimento del risultato.
La questione esaminata
Il caso è paradigmatico: una procedura aperta per un servizio complesso di gestione di procedimenti sanzionatori amministrativi, nel quale l’elemento tecnologico non è accessorio ma strutturale, con utilizzo di soluzioni cloud in modalità SaaS. La lex specialis pretendeva, come requisiti di capacità tecnica e professionale, il possesso di certificazioni ISO/IEC 27001, 27017 e 27018, oltre alla qualificazione del servizio cloud SaaS rilasciata dall’Agenzia per la cybersicurezza nazionale.
L’operatore istante contestava la scelta su due fronti: a) tali certificazioni sarebbero requisiti non tipizzati dall’art. 100 e dunque non esigibili come condizioni di partecipazione, semmai valorizzabili come elementi premiali; b) la richiesta estesa a tutti i componenti del raggruppamento temporaneo sarebbe eccessiva e contraria al favor partecipationis.
La risposta dell’Autorità
La risposta dell’Autorità è interessante perché non si limita a “dire di sì” ai requisiti, ma costruisce una motivazione su due livelli, entrambi rilevanti per chi scrive bandi digitali. Il primo livello è testuale e si aggancia a una clausola chiave del Codice: l’art. 100, comma 12, sancisce la tassatività dei requisiti speciali “fatte salve” le ipotesi previste da leggi speciali.
Qui sta la crepa – voluta – nella tassatività: se un corpus normativo settoriale impone standard tecnici inderogabili per erogare servizi digitali alla PA, la stazione appaltante non solo può, ma deve pretendere che l’operatore sia strutturalmente conforme a quegli standard prima di affidargli il servizio. In questa logica, le certificazioni non sono “premi”, ma presupposti di idoneità, perché attestano un assetto organizzativo e di controllo coerente con obblighi di sicurezza e protezione dei dati.
Il secondo livello è più “politico” nel senso tecnico del termine, perché riguarda la discrezionalità amministrativa e il nuovo baricentro dei principi del Codice. ANAC valorizza esplicitamente il principio del risultato e, in filigrana, quello della fiducia, per affermare che la discrezionalità della stazione appaltante nella conformazione dei requisiti non è più un’eccezione da esercitare con timore, ma un potere fisiologico da esercitare entro limiti rigorosi: attinenza, proporzionalità, ragionevolezza e coerenza con l’interesse pubblico perseguito.
In sostanza, l’Autorità dice questo: se il servizio è tecnologicamente sensibile, la stazione appaltante può pretendere requisiti tecnici che riducano il rischio, purché non inventi barriere arbitrarie e sappia dimostrare perché quel requisito è davvero funzionale alla prestazione.
La tassatività dei requisiti speciali
Questo passaggio è decisivo perché sposta l’asse interpretativo classico. Per anni la tassatività dei requisiti speciali è stata letta come un recinto rigido, dentro il quale la stazione appaltante poteva muoversi solo in spazi strettamente tipizzati.
Il parere n. 103/2026 recepisce invece l’evoluzione giurisprudenziale più recente e, in particolare, richiama l’arresto del Consiglio di Stato, Sez. V, 22 dicembre 2025, n. 10185, secondo cui le stazioni appaltanti possono introdurre requisiti ulteriori rispetto a quelli tipizzati se risultano attinenti e proporzionati all’oggetto del contratto e coerenti con l’interesse pubblico, che non coincide soltanto con l’ampliamento massimo della platea dei concorrenti, ma anche con la selezione di operatori capaci di garantire standard tecnici e qualitativi adeguati. Il favor partecipationis, quindi, non è un veto alla qualità: è un criterio di bilanciamento contro le restrizioni ingiustificate.
Il nuovo perimetro della tassatività
Il parere è interessante anche perché si colloca in un dialogo interno all’ANAC. Viene infatti evocato un precedente orientamento (parere n. 375/2025) più rigido, nel quale la previsione di certificazioni di qualità come requisiti a pena di esclusione era stata letta con maggiore severità.
Il nuovo indirizzo non contraddice la tassatività; la “ricompone” con la clausola di salvezza e con la lettura contemporanea della discrezionalità: la tassatività non elimina il potere conformativo della stazione appaltante, ma lo vincola a una prova di coerenza e proporzionalità, soprattutto quando la normativa settoriale impone standard di sicurezza.
Stazioni appaltanti e requisiti “cyber”
Che cosa deve fare, allora, una stazione appaltante che vuole inserire requisiti “cyber” senza esporsi a ricorsi? La risposta non è un formulario, ma un metodo.
Ancorare i requisiti a una base normativa settoriale effettiva, non a mere preferenze tecniche. Se si pretende una qualificazione o una certificazione, bisogna dimostrare che quella certificazione è il modo ragionevole per garantire conformità a obblighi di sicurezza, protezione dei dati e affidabilità del cloud nella PA.
Dimostrare l’attinenza all’oggetto. Non basta dire “servizio informatico”. Bisogna spiegare perché, nel caso concreto, l’assetto cloud e la gestione di dati e procedure richiedono standard elevati e perché l’assenza di quei requisiti aumenterebbe un rischio incompatibile con l’interesse pubblico.
Proporzionalità vera. Il requisito deve essere calibrato sul servizio. Se la prestazione è SaaS qualificato, la qualificazione ACN ha senso come requisito. Se la componente cloud è marginale, quel requisito rischia di diventare sproporzionato.
Gestione corretta dei raggruppamenti. Se si estendono requisiti a tutti i componenti dell’RTI, va motivato in rapporto alla ripartizione delle prestazioni. Pretendere che ogni mandante possieda certificazioni che attengono alla componente cloud, quando la mandante svolge solo attività non connesse, può diventare un eccesso. Viceversa, se la prestazione è integrata e ogni componente incide su gestione e trattamento dei dati, l’estensione può essere ragionevole.
Le implicazioni di questa lettura
Il risultato pratico di questo indirizzo è chiaro: in un appalto digitale la stazione appaltante non deve più temere di “selezionare” troppo, deve temere di selezionare male. Se i requisiti sono costruiti come barriere arbitrarie, il giudice li abbatte; se invece sono lo strumento necessario per assicurare conformità a standard normativi e qualità della prestazione, diventano difendibili e, anzi, coerenti con il principio del risultato. È un ribaltamento culturale che interessa direttamente tutte le amministrazioni che stanno migrando servizi in cloud e che gestiscono procedure e banche dati sensibili: la cybersicurezza non è un punteggio, è una condizione di idoneità.
In conclusione, il messaggio di ANAC (e della giurisprudenza che l’Autorità richiama) è lineare: i requisiti tecnici ulteriori non sono vietati, sono pericolosi solo quando sono gratuiti. Quando invece sono radicati in una normativa speciale e sono calibrati sull’oggetto, diventano una cintura di sicurezza della procedura e non un abuso contro il mercato. La concorrenza, in questa chiave, non è sacrificata: è orientata. Perché nei servizi digitali alla PA il risultato non è “aver aggiudicato”, ma aver affidato a chi può davvero garantire sicurezza, affidabilità e continuità.
GRANDANGOLO
Ad Aragona la giornata “Gessi e zolfare” al Parco minerario
Pendolino: “Tappa importante per la valorizzazione di un patrimonio storico”
Si è svolta questa mattina ad Aragona la terza giornata del programma “Gessi e zolfare”, organizzato dal WWF-Riserva Naturale Orientata di Torre Salsa col patrocinio di Libero Consorzio Comunale di Agrigento, Regione Siciliana-Sistema delle Aree Naturali Protette e Ordine Regionale dei Geologi di Sicilia. L’incontro ha avuto come tema “Il parco delle miniere di Aragona tra paesaggio, natura, geologia e memoria storica”, e si è svolto in collaborazione con l’Associazione “Mintini”, con l’escursione al Parco naturalistico e minerario della Montagna di Aragona (che dista circa 6 Km dal centro abitato) condotta dal Geologo Giuseppe Chiarelli, in un’area di grande importanza storica, nota anche per le miniere nelle quali lavorò Stefano Pirandello, padre dello scrittore. Il percorso ricostruisce il lavoro e il periodo storico dello sfruttamento delle miniere di zolfo, la difficile situazione socio-economica dell’epoca e le durissime condizioni di lavoro di “carusi” e zolfatai. Proprio qui, nella miniera Taccia-Caci che fa parte del Parco, è ambientata la celeberrima novella di Pirandello “Ciaula scopre la luna”.
“E’ stata una tappa importante di questo programma per la valorizzazione del patrimonio storico-minerario della zona – ha affermato il Presidente del Libero Consorzio Comunale, Giuseppe Pendolino – ed è il motivo che ci ha spinti a patrocinare l’iniziativa del WWF per far conoscere meglio questa risorsa storico-culturale. Le miniere di Aragona – ha poi aggiunto – con la loro zolfara storica, hanno rappresentato per decenni il motore dello sviluppo locale: hanno generato occupazione per intere generazioni, favorito la crescita di infrastrutture e commercio, e posto le basi per l’identità economica della nostra comunità siciliana. Quel sudore e quell’ingegno hanno creato ricchezza e coesione sociale, trasformando Aragona in un simbolo di resilienza industriale”.
TELEMONTEKRONIO
Capitale italiana del Libro, 31 le candidature presentate, tra cui quella di Sciacca
Sono 31 le candidature pervenute al Ministero della Cultura per il titolo di Capitale italiana del libro 2027, a conferma della crescente attenzione dei territori verso la promozione della lettura e delle politiche culturali diffuse. Tra queste, sette candidature sono presentate in forma aggregata, per un totale complessivo di 92 Comuni coinvolti. Tra le candidature in forma aggregata c'è anche quella che vede Sciacca capofila, nell'ambito del progetto che la Mediterranea Arte ha scritto il dossier su incarico del comune, si intitola "Sciacca 2027: andare oltre, le rotte della Sapienza", in aggregazione con Bisacquino, Bivona, Caltabellotta, Licata e Montevago. I progetti presentati da comuni siciliani sono in tutto 6. Oltre a Sciacca ci sono anche Avola, Belpasso, Caltagirone, Gangi (in aggregazione con Alimena, Blufi, Bompietro, Castellana Sicula, Geraci Siculo, Petralia Soprana e Petralia Sottana) e, infine, Monreale.
Il termine per la presentazione delle domande è scaduto lo scorso 18 aprile. Entro tale data, i Comuni partecipanti hanno trasmesso al Dipartimento per le attività culturali del Ministero dossier completi, contenenti progetti articolati e strategie volte alla valorizzazione del libro e della lettura come strumenti di crescita culturale e coesione sociale.
La selezione sarà affidata a una giuria composta da cinque esperti indipendenti di riconosciuta competenza nei settori della cultura e dell’editoria, nominati annualmente dal Ministero della Cultura. Entro il 30 giugno 2026 la commissione individuerà fino a un massimo di 10 progetti finalisti. I Comuni selezionati saranno invitati a presentare pubblicamente i propri dossier nel corso di un incontro dedicato di approfondimento.
La giuria sottoporrà quindi al Ministro della Cultura, Alessandro Giuli, entro il 31 luglio 2026, la proposta della città designata come Capitale italiana del libro 2027. I progetti candidati pongono al centro il libro e la lettura come strumenti di inclusione, innovazione e partecipazione.
Alla città vincitrice sarà assegnato un contributo fino a 500 mila euro per la realizzazione delle attività previste nel dossier di candidatura. Sciacca ha presentato un progetto relativo alle rotte di Ulisse, puntando a valorizzare il titolo di Città che legge. Il progetto in questione prevede anche il recupero del fondo antico della Biblioteca comunale di Sciacca.
ILSOLE24ORE
Cedolare al bivio in precompilata La tassa al 26% vale 17 milioni
Immobili. Nell’anno del debutto la flat tax maggiorata sugli affitti brevi è stata applicata da 40mila locatori. Scelta nel 730 dal 14 maggio
La cedolare secca al 26% sugli affitti brevi ha portato 17 milioni di euro di maggior gettito alle casse pubbliche nel suo primo anno di applicazione. Una goccia nel mare degli oltre 4 miliardi generati nel complesso dalla tassa piatta sulle locazioni abitative. Il dato si può calcolare partendo dalle statistiche sulle dichiarazioni dei redditi 2025, riferite all’anno d’imposta 2024: quello in cui ha debuttato l’aliquota differenziata per gli short rent, con il 21% riservato ai canoni del primo o unico appartamento in affitto breve e il 26% – appunto – applicabile dal secondo al quarto immobile. Nel 2024 la cedolare secca poteva infatti essere applicata fino a quattro alloggi in locazione breve, soglia oltre la quale scattava la presunzione d’impresa e l’obbligo di partita Iva (la soglia è stata abbassata a due alloggi a partire dal 2026). Chi ha destinato all’affitto breve più unità immobiliari ha potuto dunque scegliere in dichiarazione quale tassare al 21%, scelta che potrà essere ripetuta anche nei modelli dichiarativi di quest’anno: a partire dal 14 maggio per il 730 (che le Entrate hanno messo online giovedì scorso) o dal 20 maggio per il modello Redditi (si veda la check-list nelle schede).
Di certo, però, il bivio tra 21% e 26% coinvolgerà pochi contribuenti. L’anno scorso i locatori che hanno applicato l’aliquota del 26% sono stati 39.960 su un totale di 3 milioni sottoposti alla cedolare su affitti brevi e lunghi. A questi locatori bisogna aggiungere coloro che hanno affittato più di un appartamento operando in veste di comodatari o inquilini dediti alle sublocazioni brevi, e devono anch’essi applicare il 26%: le statistiche delle Finanze indicano solo il numero totale di questi soggetti (49mila), senza distinguere tra chi ha destinato allo short term uno o più appartamenti. Se ragioniamo a livello di canoni, però, possiamo calcolare che l’aliquota del 26% è scattata solo su una fettina dell’imponibile dichiarato da comodatari e sublocatori brevi: 23 milioni su 644.
L’effetto delle ritenute
Considerando i vari tipi di contribuente, la cedolare al 26% nelle dichiarazioni 2025 ha raggiunto un valore di circa 89 milioni di euro. Di questi, tuttavia, 72 milioni sarebbero stati pagati comunque, in virtù dell’aliquota “base” al 21%: ecco perché, nel mezzo delle polemiche politiche (si veda anche Il Sole 24 Ore del 25 aprile scorso), il debutto dell’imposta più alta ha generato – come detto – un maggior gettito di soli 17 milioni.
D’altra parte, tutte le stime e le indicazioni arrivate dagli operatori hanno sempre sottolineato come il mercato della locazione breve sia in mano per lo più a proprietari che gestiscono un solo immobile.
Non si può neppure escludere che alcuni locatori abbiano volutamente evitato la tassazione maggiorata. Ad esempio virando su contratti transitori o lunghi. O concedendo gli immobili in comodato o in affitto ad altri soggetti che curano la sublocazione breve, visto che il “conteggio” del numero di case è sempre riferito al singolo host. Peraltro, proprio comodatari e sublocatori sono passati dai 31mila delle dichiarazioni 2024 ai 49mila di quelle del 2025. Ma sul loro aumento potrebbe aver pesato anche l’effetto emersione dovuto all’applicazione della ritenuta fiscale, a partire dal 2024, da parte di Airbnb e altri portali. L’effetto incrementale delle ritenute, peraltro, era stato fotografato nel 2024 anche dal Bollettino delle entrate tributarie; mentre nel 2025 c’è stato il primo calo di gettito da quando esiste la tassa piatta, forse riconducibile proprio agli affitti brevi (-2,2%, si veda Il Sole 24 Ore del 30 marzo scorso). Per misurare la portata di questa contrazione, però, bisognerà attendere i dati delle dichiarazioni che i contribuenti presenteranno da qui al 30 settembre (per il 730) o 2 novembre (per il modello Redditi).
Canoni da 8mila a 13mila euro
È interessante guardare al canone medio dichiarato. Per comodatari e sublocatori è pari a 13.046 euro. Invece, per i locatori veri e propri – cioè i titolari della proprietà e dell’usufrutto – è più basso: 8.006 euro.
La differenza, tuttavia, non deve trarre in inganno. I canoni dichiarati da comodatari e sublocatori derivano quasi integralmente (al 96%) dall’affitto breve di un solo appartamento, probabilmente “vocato” a questa formula (in zone centrali, ad alta stagionalità e così via). I canoni dichiarati dai locatori titolari di diritti reali, invece, sono tutti frutto della locazione breve di case “successive” alla prima: è facile ipotizzare, allora, che si tratti di immobili meno redditizi o messi a reddito solo per una parte dell’anno, oppure ubicati in zone remote, come spesso capita per gli appartamenti in comproprietà, le cui quote incappano sovente nella tassa al 26 per cento. C’è poi anche un aspetto fisiologico, visto che ovviamente viene sottoposto alla tassa più alta l’alloggio che in un certo anno ha generato meno introiti.
https://www.quotidiano.ilsole24ore.com/sfoglio/aviator.php?newspaper=S24&issue=20260504&edit...
ILSOLE24ORE
Lavoro, più liti su pubblico impiego e licenziamenti
I dati della Giustizia. Continuano a crescere le nuove cause iscritte nei tribunali: nel 2025 sono state 317.274, in salita del 4,2% sul 2019Sono le cause legate al pubblico impiego e ai licenziamenti a guidare l’aumento del contenzioso di lavoro nei tribunali italiani. I nuovi procedimenti avviati nel 2025 sono stati 317.274, confermando un trend di crescita che prosegue dal 2021 e che è in controtendenza rispetto all’andamento generale delle nuove cause in materia civile, che rispetto al 2019 sono calate di quasi il 9 per cento.
Lo rivelano le elaborazioni del Sole 24 Ore del Lunedì sui dati del ministero della Giustizia relativi all’anno scorso, appena pubblicati.
I numeri
I fascicoli sul lavoro pubblico arrivati ai giudici di primo grado sono stati l’anno scorso quasi 81.500: avevano sfiorato quota 20mila nel 2019, quindi sono più che quadruplicati.
I nuovi contenziosi legati al lavoro privato sono stati 60.462, in aumento del 2% su base annua. In questo campo, sta aumentando dal 2021 il numero delle liti sui licenziamenti. Quelle avviate nel 2025 sono state 10.505, in crescita dell’11,5% su base annua, ma del 47,8% rispetto al 2019, quindi rispetto all’epoca pre-Covid.
Nella mole delle nuove cause hanno un ruolo centrale anche l’assistenza e la previdenza, con 75mila procedimenti sopravvenuti nei tribunali: c’è però un calo del 5,2% rispetto al 2024 e del 18,4% rispetto al 2019. Hanno un peso consistente anche i procedimenti speciali, che sono oltre 100mila. Rientrano in questa categoria, ad esempio, le ingiunzioni per ottenere il pagamento di crediti retributivi e contributivi.
Ai 317mila procedimenti contenziosi occorre poi aggiungere gli accertamenti tecnici preventivi, obbligatori nelle controversie relative alle pensioni di invalidità e nelle altre cause previdenziali dove occorre accertare un requisito medico. Questi procedimenti speciali sono stati 208.750 nel 2025, il 17,3% in più rispetto al 2019.
Il monitoraggio ministeriale consente anche di notare quali tribunali siano più coinvolti rispetto ad alcune materie. Il Tribunale di Roma, ad esempio, è il primo per il numero di nuove cause di assistenza e previdenza (6.268), seguito da Napoli, Palermo, Lecce e Taranto. Per le cause di lavoro nel settore privato il primato spetta a Milano, che ne ha iscritte quasi 6.700, in crescita del 22% rispetto al pre-Covid. La sede di Napoli è quella che ha registrato il numero maggiore di nuove liti sul pubblico impiego, che sono state oltre 6mila nel 2025, contro le 1.252 del 2019.
Le materie
«Sono aumentate le impugnazioni di licenziamenti con richiesta di reintegra in base all’articolo 441-bis del Codice di procedura civile, che richiedono una trattazione prioritaria rispetto alle altre cause», spiega la presidente della sezione lavoro del Tribunale di Milano, Paola Ghinoy. «L’aumento dei procedimenti di lavoro e previdenza – continua – è costante negli ultimi anni e prosegue nei primi mesi del 2026. Da gennaio ad aprile dell’anno scorso sono state iscritte 3.913 nuove cause totali, 367 delle quali impugnazioni di licenziamenti ex articolo 441-bis. Nello stesso periodo del 2026, le nuove cause sono state 4.466, 504 delle quali impugnazioni di licenziamenti».
Anche al Tribunale di Napoli l’aumento dei nuovi procedimenti prosegue nel 2026. Secondo gli ultimi dati forniti dal Tribunale, nel primo trimestre di quest’anno i procedimenti sopravvenuti in materia di pubblico impiego sono stati 2.185, in crescita del 15,3% rispetto allo stesso periodo del 2025. Rappresentano oltre un quarto delle cause di lavoro e previdenza totali sopravvenute in Tribunale nei primi tre mesi del 2026, in cui però entrano, oltre al contenzioso vero e proprio, anche i decreti ingiuntivi, i procedimenti cautelari e gli accertamenti tecnici preventivi.
Peraltro, tra le nuove cause in materia di pubblico impiego, a Napoli quasi il 37% proviene dal comparto della scuola. «Non si è esaurito il contenzioso legato alla carta del docente - spiega Paolo Coppola, presidente della terza sezione lavoro del Tribunale di Napoli –: è stata riconosciuta ai precari annuali ma occorre chiarire in che misura spetta a chi ha delle supplenze brevi, vista la pronuncia della Corte di giustizia Ue. Sono poi numerose le cause avviate dai docenti precari per le ferie non godute durante l’anno». Oltre alla scuola c’è la sanità, con le cause avviate dal personale contro le aziende sanitarie, soprattutto per le indennità e i benefici connessi alle ferie e per la turnazione. «Ma qui - afferma Coppola - stiamo facendo molte transazioni». In prospettiva, ragiona, «il contenzioso sul pubblico impiego potrebbe aumentare ancora, alimentato da alcune delle norme di dubbia compatibilità eurounitaria introdotte o confermate con l’ultima tornata di rinnovi contrattuali».
Le controversie di pubblico impiego pesano anche a Milano: «Le cause di lavoro pubblico sono aumentate tantissimo negli ultimi anni», conferma la presidente Ghinoy. «Si tratta di contenziosi provenienti dalla scuola, prevalentemente di insegnanti a termine che chiedono di essere equiparati a quelli a tempo indeterminato sulle ferie o sulla carta del docente, ma anche dalla sanità e dai dipendenti degli enti locali, soprattutto per questioni di ricalcolo di istituti retributivi. All’aumento del contenzioso – aggiunge – non corrisponde però un incremento delle risorse. Siamo preoccupati per le scoperture del personale amministrativo, determinate dalla mancata sostituzione di coloro che vanno in pensione e dall’imminente scadenza dei contratti per i funzionari dell’ufficio per il processo».
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ILSOLE24ORE
Segretari, doppia sterilizzazione sui calcoli
La deroga per la spesa relativa al segretario per i Comuni fino a 3mila abitanti, introdotta dal Dl 19/2026, deve applicarsi neutralizzando sia gli importi dell’anno corrente sia quelli presenti negli anni che formano il limite. Queste le conclusioni cui giunge, seppur nel contesto di un quesito dichiarato soggettivamente inammissibile (perché firmato da un segretario), la Corte dei conti, sezione di controllo per il Molise, con la deliberazione 43/2026.
Un ente interpella i giudici contabili per avere indicazioni sull’applicazione dell’articolo 3, comma 3 del decreto, che ha introdotto la deroga per la spesa di personale sostenuta dai Comuni più piccoli sia nel tetto generale alla spesa di personale, ex comma 557 o 562 della legge 296/2006, sia nel limite al trattamento accessorio, definito dall’articolo 23 comma 2 del Dlgs 75/2017. La norma esplicita che non vanno considerati, ai fini della verifica del rispetto dei due vincoli, lo stipendio tabellare, la retribuzione di posizione “base” (ossia quella assegnata al segretario nella misura obbligatoriamente prevista dal contratto nazionale) e la retribuzione di risultato teorica nella quota minima (pari, al massimo, al 10% del monte salari annuale) nei valori spettanti al segretario di fascia C, cioè con l’inquadramento ordinariamente previsto per quegli stessi enti.
Nell’applicare la deroga si pone il dubbio se gli importi che certamente vengono azzerati, ai fini della verifica, nell’anno corrente, debbano o meno essere depurati, ove presenti, anche negli anni che fungono da limite (2011-2012-2013 per il comma 557, 2008 per il comma 562 e 2016 per il salario accessorio). I giudici molisani, mantenendo la linea che è tracciata, tradizionalmente, dalla Corte dei conti, confermano che, «privilegiando ragioni di coerenza logica ed omogeneità di calcolo», deve rispondersi positivamente. Gli enti debbono, quindi, depurare la spesa di personale riferita al segretario, nei valori contrattuali, sia nel calcolo del limite storico sia nel calcolo dell’importo attuale, da raffrontare al primo.
Si mantiene cioè l’impostazione canonica per la quale l’introduzione di una deroga ai vincoli alla spesa di personale dev’essere letta, propriamente, come la esclusione piena di una certa componente della spesa di personale dall’ambito applicativo dei vincoli stessi: processo che si attua, anche in questo caso, attraverso la «sterilizzazione» delle somme correlate in tutti e due gli aggregati di spesa posti a raffronto.
SCRIVOLIBERO.IT
Terza giornata al Parco Minerario di Aragona “Gessi e Zolfare” – Pendolino: “Tappa importante per la valorizzazione di un patrimonio storico”
Si è svolta lo scorso 2 maggio ad Aragona, la terza giornata del programma “Gessi e Zolfare”, organizzato dal WWF-Riserva Naturale Orientata di Torre Salsa col patrocinio di Libero Consorzio Comunale di Agrigento, Regione Siciliana-Sistema delle Aree Naturali Protette e Ordine Regionale dei Geologi di Sicilia. L'incontro ha avuto come tema “Il parco delle miniere di Aragona tra paesaggio, natura, geologia e memoria storica”, e si è svolto in collaborazione con l’Associazione “Mintini”, con l'escursione al Parco naturalistico e minerario della Montagna di Aragona (che dista circa 6 Km dal centro abitato) condotta dal Geologo Giuseppe Chiarelli, in un'area di grande importanza storica, nota anche per le miniere nelle quali lavorò Stefano Pirandello, padre dello scrittore. Il percorso ricostruisce il lavoro e il periodo storico dello sfruttamento delle miniere di zolfo, la difficile situazione socio-economica dell'epoca e le durissime condizioni di lavoro di “carusi” e zolfatai. Proprio qui, nella miniera Taccia-Caci che fa parte del Parco, è ambientata la celeberrima novella di Pirandello “Ciaula scopre la luna”.
“E' stata una tappa importante di questo programma per la valorizzazione del patrimonio storico-minerario della zona – ha affermato il Presidente del Libero Consorzio Comunale, Giuseppe Pendolino - ed è il motivo che ci ha spinti a patrocinare l'iniziativa del WWF per far conoscere meglio questa risorsa storico-culturale. Le miniere di Aragona – ha poi aggiunto - con la loro zolfara storica, hanno rappresentato per decenni il motore dello sviluppo locale: hanno generato occupazione per intere generazioni, favorito la crescita di infrastrutture e commercio, e posto le basi per l'identità economica della nostra comunità siciliana. Quel sudore e quell'ingegno hanno creato ricchezza e coesione sociale, trasformando Aragona in un simbolo di resilienza industriale”.
LENTEPUBBLICA.IT
Il lavoro agile nella Pubblica Amministrazione locale esiste, ma resta lontano dall’essere un modello organizzativo pienamente consolidato.
A fotografare la situazione è un’analisi del Centro di Ricerca sugli Enti Pubblici, che ha esaminato la diffusione dello smart working nei Comuni capoluogo di provincia, mettendo in luce un quadro disomogeneo, segnato da profonde differenze tra territori, dimensioni degli enti e capacità organizzative.Il dato più significativo riguarda proprio la scarsa penetrazione complessiva: secondo le elaborazioni su fonti Ministero dell’Economia e delle Finanze (2023), solo il 20,3% dei dipendenti a tempo indeterminato nei capoluoghi lavora in modalità agile. Una percentuale che certifica la presenza dello smart working, ma allo stesso tempo evidenzia quanto sia ancora marginale rispetto al totale della forza lavoro pubblica.
Un modello presente ma poco strutturato
L’introduzione del lavoro agile nella PA locale ha segnato un cambiamento culturale importante, accelerato negli ultimi anni anche dalle esigenze emergenziali. Tuttavia, i numeri raccontano una realtà ben diversa rispetto alle aspettative iniziali: lo smart working non è ancora diventato un pilastro organizzativo stabile.Il dato medio del 20,3% suggerisce infatti che, nella maggior parte dei Comuni, questa modalità resta parziale e spesso limitata a specifiche funzioni o uffici.
Non si tratta quindi di un sistema diffuso in modo capillare, ma piuttosto di una soluzione adottata in maniera selettiva.A conferma di ciò, oltre un quarto dei capoluoghi di provincia — il 26,8% — non ha attivato alcuna posizione in lavoro agile. Un indicatore che, da solo, basta a descrivere il ritardo strutturale di una parte significativa delle amministrazioni locali.Le città più avanzate: quasi metà dei dipendenti in smart workingSe il quadro generale appare ancora arretrato, esistono però realtà che si distinguono per un utilizzo molto più esteso del lavoro agile.
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Rinnovo contratti Enti Locali 2025-2027: al via la trattativa per oltre 400mila dipendenti
Presso l’ARAN ha preso ufficialmente il via il tavolo negoziale per il rinnovo del contratto collettivo nazionale relativo al triennio 2025-2027. Una trattativa che coinvolge un bacino ampio: oltre 403mila lavoratori non dirigenti impiegati in Comuni, Province, Città metropolitane, Regioni e Camere di commercio.L’avvio dei negoziati arriva a breve distanza dalla conclusione del precedente accordo 2022-2024, segnando un cambio di passo significativo nelle relazioni sindacali del settore pubblico. L’obiettivo dichiarato è quello di superare definitivamente i lunghi intervalli tra un rinnovo e l’altro, introducendo una continuità negoziale che garantisca maggiore stabilità e programmazione.Un nuovo approccio: addio alle “vacanze contrattuali”Per anni il pubblico impiego italiano ha sofferto di ritardi cronici nel rinnovo dei contratti, con conseguenze dirette sia sui lavoratori sia sull’efficienza dei servizi. La nuova stagione contrattuale sembra invece orientata verso una gestione più regolare e prevedibile.Questo cambiamento rappresenta una svolta importante: la contrattazione non sarà più un evento sporadico, ma un processo continuo. In questo modo, amministrazioni e dipendenti potranno contare su regole più aggiornate e coerenti con le esigenze di un sistema in evoluzione.Il presidente dell’ARAN, Antonio Naddeo, ha sottolineato proprio questo aspetto, evidenziando come l’apertura del tavolo segni l’inizio dell’intera stagione contrattuale relativa al triennio 2025-2027. Secondo Naddeo, si tratta di un percorso impegnativo ma anche strategico per rafforzare un comparto centrale per la vita quotidiana dei cittadini.“Con questa trattativa è partita tutta la nuova tornata contrattuale 2025-2027. Siamo consapevoli del grande lavoro che ci aspetta come Aran, insieme alle organizzazioni sindacali, ma anche della soddisfazione di poter contribuire alla crescita di un settore, quello del pubblico impiego, fondamentale per la vita dei cittadini.“Risorse in crescita: incremento del 5,4% degli stipendiUno degli elementi chiave della trattativa riguarda le risorse economiche messe a disposizione per il rinnovo. Il piano finanziario prevede uno stanziamento progressivo distribuito su più anni, con un incremento complessivo significativo.Nel dettaglio, le cifre previste sono:329,60 milioni di euro per il 2025659,20 milioni di euro per il 2026988,81 milioni di euro a partire dal 2027Questi importi, calcolati al lordo degli oneri riflessi, corrispondono a un aumento a regime del 5,4% del monte salari riferito al 2023, già aggiornato con gli incrementi del precedente contratto (pari al 5,78%).Si tratta dunque di un intervento che mira a rafforzare il potere d’acquisto dei dipendenti pubblici locali, in un contesto economico ancora segnato da inflazione e aumento del costo della vita.Un sostegno aggiuntivo per i ComuniOltre agli stanziamenti ordinari, il Governo ha previsto un ulteriore intervento specifico: 100 milioni di euro destinati al personale dei Comuni per il biennio 2027-2028. Questa misura aggiuntiva punta a sostenere gli enti locali, spesso alle prese con vincoli di bilancio stringenti e crescenti responsabilità amministrative.Il finanziamento del rinnovo contrattuale resta comunque in capo ai singoli enti, come previsto dalla normativa vigente. In particolare, le amministrazioni dovranno garantire la copertura delle spese attraverso i propri bilanci, con l’obbligo di accantonamento preventivo delle risorse necessarie.Impatti su lavoratori e cittadiniIl rinnovo del contratto non riguarda solo gli aspetti retributivi. Come di consueto, il negoziato affronterà anche temi organizzativi e normativi che incidono direttamente sulla qualità del lavoro e, di conseguenza, sui servizi offerti alla collettività.Tra le questioni che potrebbero essere oggetto di confronto:l’organizzazione del lavoro negli enti localila valorizzazione delle competenze professionalile modalità di progressione economica e di carrierail rafforzamento delle misure di conciliazione tra vita privata e lavoroIn questo senso, il rinnovo contrattuale rappresenta un’occasione per modernizzare l’intero comparto, rendendolo più efficiente e attrattivo.Una sfida complessa ma strategicaIl percorso negoziale che si apre si preannuncia articolato. Da un lato, sarà necessario trovare un equilibrio tra le richieste delle organizzazioni sindacali e i vincoli finanziari delle amministrazioni. Dall’altro, occorrerà rispondere alle esigenze di innovazione che attraversano il settore pubblico.Il ruolo dell’ARAN sarà centrale nel coordinare il dialogo tra le parti e nel facilitare il raggiungimento di un accordo condiviso. Come evidenziato da Naddeo, l’impegno richiesto sarà significativo, ma il risultato potrà contribuire in modo concreto al miglioramento del sistema pubblico.Verso una pubblica amministrazione più stabileL’avvio tempestivo della trattativa per il triennio 2025-2027 rappresenta un segnale positivo per tutto il comparto delle Funzioni locali. La scelta di garantire continuità nella contrattazione potrebbe tradursi in maggiore certezza per i lavoratori e in una gestione più efficace per gli enti.In prospettiva, questo approccio potrebbe favorire una pubblica amministrazione più dinamica, capace di adattarsi rapidamente ai cambiamenti e di rispondere in modo più efficiente alle esigenze dei cittadini.In definitiva, il rinnovo del contratto non è solo una questione economica: è un passaggio cruciale per il futuro del lavoro pubblico locale e per la qualità dei servizi erogati sul territorio.