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Rassegna stampa del 5 maggio 2026

 

lentepubblica.it

Rinnovo Contratto Statali 2025-2027: orari agevolati per i pendolari, ma resta nodo pausa pranzo 

Sul tavolo della trattativa tra Aran e sindacati in corso in questa prima parte del 2026 per il rinnovo del Contratto dei Dipendenti Statali una nuova bozza che introduce una maggiore flessibilità per pendolari e permessi medici ampliati, ma che tuttavia lascia il nodo pausa pranzo ancora aperto.Il confronto sul rinnovo del contratto dei dipendenti pubblici delle funzioni centrali entra in una fase decisiva, ma tutt’altro che risolta. Sul tavolo del negoziato tra Aran e organizzazioni sindacali, previsto per il 6 maggio, è arrivata una nuova bozza che, anticipata dal quotidiano La Repubblica, introduce elementi di innovazione concreti, ma lascia aperti diversi fronti critici..Si tratta, è bene chiarirlo subito, di un testo ancora in evoluzione. Tuttavia, proprio per la sua natura di riferimento per l’intero comparto pubblico, le indicazioni contenute assumono un peso strategico: ciò che oggi emerge per le amministrazioni centrali potrebbe orientare anche i futuri rinnovi negli altri settori della Pubblica Amministrazione. Su punti come quelli che analizzeremo, infatti, spesso le indicazioni diventano utili per tracciare anche alcuni articoli per gli altri dipendenti pubblici, come quelli degli enti locali, della scuola e della sanità.
Più flessibilità per chi viaggia ogni giornoUno dei passaggi più significativi riguarda la gestione degli orari di lavoro, con un’attenzione specifica ai lavoratori pendolari. La proposta introduce una maggiore elasticità negli orari di ingresso e uscita, pensata per chi affronta quotidianamente spostamenti lunghi e spesso complessi.Non si tratta di una modifica marginale. Per una parte consistente del personale pubblico, soprattutto nelle grandi città o nelle aree metropolitane, il tempo di percorrenza rappresenta un fattore critico nella gestione della giornata lavorativa. La rigidità degli orari, finora, ha spesso amplificato le difficoltà legate ai trasporti, incidendo non solo sulla qualità della vita, ma anche sull’efficienza complessiva.La nuova impostazione prova a correggere questo squilibrio, introducendo margini di adattamento che potrebbero tradursi in una migliore conciliazione tra vita privata e lavoro. Resta da capire, tuttavia, come queste aperture verranno declinate concretamente nei singoli enti e quali saranno i limiti applicativi.Permessi medici, riconosciuto anche il medico di baseUn altro intervento rilevante riguarda i permessi per motivi sanitari. La bozza estende in modo esplicito la possibilità di assentarsi dal lavoro anche per le visite dal medico di base, includendole tra quelle già riconosciute.Si tratta di una modifica apparentemente semplice, ma con effetti pratici significativi. Fino a oggi, infatti, la gestione di queste situazioni è stata spesso lasciata a interpretazioni non uniformi, generando incertezze e, in alcuni casi, contenziosi. L’introduzione di una previsione chiara contribuisce a colmare un vuoto normativo e a rendere più coerente la disciplina dei permessi.In un contesto lavorativo in cui le esigenze sanitarie ordinarie fanno parte della quotidianità, questo riconoscimento rappresenta un passo verso una regolamentazione più aderente alla realtà.Congedi parentali, chiarimenti sul conteggio dei giorniLa bozza interviene anche su un tema delicato come quello dei congedi parentali, introducendo precisazioni sul calcolo delle giornate.In particolare, viene confermato che i giorni festivi compresi all’interno del periodo di congedo continuano a essere conteggiati. Tuttavia, nel caso in cui la fruizione sia frazionata, viene introdotto un correttivo: se tra due periodi di congedo si collocano più giornate non lavorative consecutive, come il fine settimana, ne verrà considerata una sola ai fini del conteggio.Questa soluzione mira a evitare penalizzazioni eccessive per i lavoratori che scelgono di utilizzare il congedo in modo discontinuo, rendendo il sistema più equilibrato. Anche in questo caso, però, sarà determinante la fase applicativa per verificarne l’effettiva efficacia.Il nodo irrisolto della pausa pranzoSe da un lato emergono aperture su flessibilità e diritti individuali, dall’altro resta particolarmente controverso il tema della pausa pranzo.La proposta prevede una riduzione della pausa minima obbligatoria nelle giornate lavorative superiori alle sei ore, portandola da 30 a 10 minuti. Tuttavia, viene mantenuto il vincolo che, per poter consumare il pasto, la pausa non possa essere inferiore a mezz’ora.È proprio su questo punto che si concentrano le principali perplessità dei sindacati. La questione non è solo formale: la durata della pausa è strettamente collegata all’erogazione dei buoni pasto. In molte realtà lavorative, soprattutto dove le attività sono organizzate in modo rigido o con carichi operativi elevati, non sempre è possibile garantire una pausa effettiva di trenta minuti.Il rischio, secondo le rappresentanze dei lavoratori, è che la nuova impostazione finisca per creare disallineamenti tra diritto teorico e possibilità concreta di esercitarlo, con possibili ricadute economiche per i dipendenti.Ovviamente siamo ancora all’inizio, e l’interlocuzione dell’Aran si può rilevare fondamentale per smussare e sistemare queste “criticità” segnalate dalle OO.SS.Carriere, formazione e lavoro agile: i punti ancora apertiOltre agli aspetti più immediati, la bozza lascerebbe irrisolte secondo i sindacati alcune questioni strutturali che riguardano l’evoluzione del lavoro pubblico.

Tra queste, spicca la necessità di una definizione più chiara dei percorsi di carriera. Il tema è centrale in una fase in cui la Pubblica Amministrazione è chiamata a rinnovarsi profondamente, anche attraverso l’acquisizione e la valorizzazione di competenze.Analogamente, restano margini di incertezza sulla formazione e sul lavoro agile. Due ambiti che, negli ultimi anni, hanno assunto un ruolo sempre più rilevante e che richiederebbero una disciplina più organica e coerente.L’impressione è che comunque su questi fronti il confronto sia, visto anche lo stato di avanzamento iniziale della trattativa, ancora in una fase interlocutoria, con posizioni non del tutto convergenti tra le parti.Ma anche in questo caso sia il tavolo del 6 maggio, sia quelli successivi, possono sicuramente sbloccare alcuni punti.Un contratto che può fare da modelloAl di là dei singoli contenuti, il valore di questa bozza va letto anche in prospettiva. Il contratto delle funzioni centrali, infatti, rappresenta spesso un punto di riferimento per tutti gli altri comparti pubblici.Le scelte che verranno consolidate in questa sede potrebbero quindi influenzare, direttamente o indirettamente, le future trattative in altri ambiti della Pubblica Amministrazione. Per questo motivo, l’attenzione degli addetti ai lavori resta particolarmente alta.Il negoziato si presenta complesso e ancora aperto, con elementi di innovazione che convivono con criticità non trascurabili. La sfida sarà trovare un equilibrio tra esigenze organizzative, diritti dei lavoratori e sostenibilità complessiva del sistema.Il confronto entra nel vivoIl passaggio al tavolo di confronto previsto per il 6 maggio rappresenta un momento chiave per verificare la tenuta della proposta e la possibilità di arrivare a una sintesi condivisa.Molto dipenderà dalla capacità delle parti di superare i nodi ancora irrisolti, a partire dalla pausa pranzo e dalla definizione dei percorsi professionali. Temi che, più di altri, incidono sulla quotidianità lavorativa e sulle prospettive di lungo periodo dei dipendenti pubblici.In gioco non c’è solo un aggiornamento contrattuale, ma la ridefinizione di alcuni equilibri fondamentali del lavoro nella Pubblica Amministrazione. Ma la trattativa è apertissima e si confida nel buon esito degli incontri tra l’Aran e i sindacati, al fine di portare a compimento il rinnovo nei tempi prestabiliti.



ITALIAOGGI

Non è vero che al Sud ci sono troppi dipendenti pubblici: nei capoluoghi organici più deboli e servizi fragili

Uno studio del Centro di Ricerca REP svela che i capoluoghi del Sud hanno organici ridotti e spese per il personale inferiori rispetto al Centro-Nord, sfatando il mito dell'eccesso di dipendenti pubbliciL’idea che nel Mezzogiorno si concentri un eccesso di dipendenti pubblici rischia di diventare un luogo comune stantio. Infatti, per i Comuni capoluogo di provincia, i dati raccontano una storia diversa. Al Sud gli organici sono mediamente più ridotti, la spesa per il personale più bassa e la capacità amministrativa più fragile rispetto al Centro-Nord.
È questo, in sintesi, il quadro che emerge da uno studio del Centro di Ricerca sugli Enti Pubblici (REP) relativo al numero di dipendenti e alla spesa per il personale nelle pubbliche amministrazioni delle principali città italiane.
Nei capoluoghi italiani il numero medio di dipendenti comunali a tempo indeterminato è pari a 6,4 ogni 1.000 abitanti, ma dietro questa media si nascondono divari profondi. Caserta e Catanzaro scendono sotto i 3 dipendenti per 1.000 abitanti, mentre Trieste e Siena superano quota 11, con strutture amministrative più che doppie rispetto alla media nazionale.
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La geografia degli organici tra Mezzogiorno e Centro-Nord
Il dato territoriale non lascia spazio ai dubbi. Nove dei dieci capoluoghi con meno personale pro capite si trovano nel Mezzogiorno, mentre tra quelli più dotati prevalgono nettamente i Comuni del Centro-Nord. La geografia degli organici ricalca così, in modo quasi perfetto, quella della capacità amministrativa.
L’analisi del Centro di Ricerca REP mostra una relazione chiara fra dimensione degli organici e performance. I Comuni con una dotazione più ampia tendono a esprimere una maggiore capacità amministrativa, misurata tenendo conto di struttura organizzativa, abilità di programmazione e risultati. Siena, con oltre 11 dipendenti per 1.000 abitanti, raggiunge un valore pari a 63 punti su 100; Trieste si attesta a 51. All’estremo opposto Caserta e Catanzaro, entrambe sotto la soglia dei 3 addetti, non superano rispettivamente 36 e 40 punti.
La mancanza di un riferimento normativo sui fabbisogni contribuisce a spiegare queste differenze. Il sistema regola le assunzioni in funzione dei vincoli di bilancio, ma non definisce standard minimi di personale di personale in base ai servizi erogati o alla complessità amministrativa. Così Comuni di dimensioni simili finiscono per avere strutture profondamente diverse. Siena, con poco più di 53 mila abitanti, impiega 608 dipendenti, quasi quattro volte Trani, che ne ha 162. Mantova supera i 500 addetti, più del doppio di Chieti; Pordenone ne conta 476, contro i 202 di Avellino.
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Anche la spesa per il personale pro capite riflette questa frattura. La media dei capoluoghi è di circa 280 euro per abitante, ma Trento e Trieste superano i 560 euro, mentre Caserta scende a 122 euro, Catanzaro a 146, Trani a 152. Tra il valore massimo e quello minimo il divario arriva a 448 euro pro capite, segno di modelli amministrativi profondamente diversi.
Più spesa tende a significare più personale, ma il legame non è meccanico dato che incidono anche le qualifiche, la presenza di profili tecnici e le scelte organizzative. Resta però un punto fermo: i Comuni che spendono meno sono quasi sempre quelli che hanno meno personale e mostrano le maggiori difficoltà operative.
Si ribalta così una narrazione consolidata. Nei capoluoghi del Sud il tema non è l’eccesso di dipendenti pubblici, ma un sottodimensionamento che limita la capacità di progettare, gestire risorse e attuare politiche.

https://www.italiaoggi.it/enti-locali-e-pa/non-e-vero-che-al-sud-ci-sono-troppi-dipendenti-pubblici-...



ITALIAOGGI

Appalti senza copertura finanziaria: la Cassazione avverte, contratto nullo e responsabilità per l’ente

La Cassazione chiarisce che gli impegni di spesa devono basarsi su coperture finanziarie effettive, pena la nullità dei contratti di appalto. Le amministrazioni devono evitare prassi scorrette e garantire pagamenti puntuali.Gli impegni di spesa non possono essere solo un atto formale, ma fondarsi su coperture finanziarie effettive così da permettere il pagamento delle prestazioni degli appaltatori, pena la nullità stessa dei contratti di appalto. Lo chiarisce la Cassazione, Sezione I, ordinanza 31.12.2025, n. 35003.Presso molte amministrazioni è ancora operante la prassi, scorretta, di attivare contratti senza aver impegnato integralmente la spesa integralmente la spesa ed avere la concreta disponibilità finanziaria al momento del pagamento della prestazione.L’impegno, come correttamente spiega la Cassazione, non può consistere in una formale enunciazione, ma si deve fondare sull’effettiva sussistenza delle coperture finanziarie, come impone l’articolo 153, comma 5, del d.lgs 267/2000.Pertanto, impegnare la spesa di un appalto sulla base di un finanziamento regionale non interamente acquisito al bilancio espone l’ente alla nullità stessa del contratto al bilancio espone l’ente alla nullità stessa del contratto sottoscritto, quando non anche alla responsabilità aquiliana o extracontrattuale, disciplinata dall'articolo 2043 del codice civile, che obbliga chiunque cagioni ad altri un danno ingiusto con dolo o colpa a risarcirlo.Leggi anche: Contratti pubblici, ok alla proroga ma a certe condizioniLe conseguenze per l'ente e la tutela dell'appaltatoreChiedere ad un operatore economico la prestazione di un appalto senza che il contratto sia sorretto da adeguata ed efficace copertura finanziaria significa proprio esporre l’appaltatore al danno ingiusto che trasforma il rapporto da sinallagmatico in risarcitorio, esponendo l’ente, oltre tutto, alla connessa responsabilità erariale.È assolutamente vero Stato, regioni ed altri soggetti finanziatori finiscono per mettere in difficoltà gli enti locali, visto che i trasferimenti connessi a bandi o comunque progetti arrivano in ritardo e talora sono revocati in corso di gestione o comunque non resi disponibile in tempi conciliabili con quelli dell’affidamento, esecuzione e pagamento.Altrettanto vero, però, è che la PA non può porre a carico del privato disfunzioni organizzative proprie.Le amministrazioni dovrebbero comprendere una volta per tutte che nel caso di opere finanziate con contributi esterni debbono in ogni caso cercare le coperture finanziarie con risorse di bilancio proprie, da reintegrare successivamente quando i contributi risulteranno (se lo saranno) effettivamente erogati ed acquisiti al bilancio.L'obbligo di accertamento preventivo della cassaDel resto, l'articolo 183, comma 8, del d.lgs 267/2000 è chiaro e perentorio nell’imporre la condizione che la spesa possa essere impegnata solo a fronte del rispetto di un credibile programma di pagamenti tale da assicurare la sussistenza effettiva delle disponibilità di cassa: «Al fine di evitare ritardi nei pagamenti e la formazione di debiti pregressi, il responsabile della spesa che adotta provvedimenti che comportano impegni di spesa ha l'obbligo di accertare preventivamente che il programma dei conseguenti pagamenti sia compatibile con i relativi stanziamenti di cassa e con le regole del patto di stabilità interno; la violazione dell'obbligo di accertamento di cui al presente comma comporta responsabilità disciplinare ed amministrativa. Qualora lo stanziamento di cassa, per ragioni sopravvenute, non consenta di far fronte all'obbligo contrattuale, l'amministrazione adotta le opportune iniziative, anche di tipo contabile, amministrativo o contrattuale, per evitare la formazione di debiti pregressi».Possa risultare difficile quanto si voglia l’attuazione di tale norma, finalizzata comunque a garantire gli appaltatori di poter ottenere il pagamento delle proprie prestazioni e l’efficacia dei titoli negoziali alla base, essa è comunque obbligatoria e certamente rivolta all’attuazione dei principi di buona fede, correttezza, economicità ed efficienza della PA, i quali di per sè impediscono di considerare lecito contrattare con terzi senza le necessarie risorse.

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ILSOLE24ORE

Deroghe al Patto, nuovo stop Ue «Usare la flessibilità esistente»

Eurogruppo. Il commissario all’Economia Valdis Dombrovskis torna a frenare sulle richieste italiane: «Per il momento consigliamo di attenersi a misure limitate». Scetticismo anche sugli extraprofitti
«Per il momento il nostro consiglio agli Stati membri è di attenersi a misure limitate con basso impatto a bilancio». Nella conferenza stampa serale che ieri ha seguito la riunione dell’Eurogruppo il Commissario Ue all’Economia Valdis Dombrovskis ha ribadito che per ora l’approccio comunitario non cambia. «Lavoriamo con i Paesi membri, tra cui l’Italia, per mettere a punto la risposta» più appropriata allo shock energetico, ha spiegato dopo aver sottolineato di aver incontrato in mattinata Giancarlo Giorgetti. Ma le indicazioni portate avanti nel vertice di ieri dal ministro dell’Economia italiana non superano il «no» di Bruxelles. «Per il momento», almeno.
Il titolare dei conti italiani si è presentato a Bruxelles riproponendo in successione gerarchica la triade di opzioni discussa la scorsa settimana in Parlamento. E ha indicato nella sospensione generalizzata del Patto la «soluzione più opportuna», rispetto alla quale un’attivazione coordinata delle clausole di salvaguardia nazionali sarebbe solo «l’alternativa migliore» mentre un’estensione dalla difesa all’energia delle deroghe già riconosciute lo scorso anno rimane come «terza opzione».
«Mantenere l’equilibrio non è facile ma è assolutamente necessario», ha premesso all’inizio dell’incontro con i giornalisti il presidente dell’Eurogruppo, il ministro delle Finanze greco Kyriakos Pierrakakis. E su questi presupposti si è mossa la risposta della Commissione, che con Dombrovskis ha ribadito la «necessità di utilizzare strumenti di flessibilità già esistenti» nella nuova governance economica comunitaria.
Il riferimento è prima di tutto ai margini di tolleranza contemplati dal regolamento sul Patto, che però in Italia appaiono già sostanzialmente assorbiti dalla dinamica della spesa primaria netta accelerata dall’inflazione (che incide su pensioni e acquisti della Pa). Quella arrivata ieri non è una chiusura definitiva, perché sia Pierrakakis sia Dombrovskis hanno sottolineato che l’evoluzione del quadro dipende dagli sviluppi del conflitto, in un’Europa che già è incamminata verso «una condizione di bassa crescita e alta inflazione». Per il momento, però, la priorità va data esclusivamente a «sostegni temporanei e mirati» che «non devono aumentare la domanda aggregata di energia», ha ribadito il commissario all’Economia rimarcando che in base a una prima ricognizione delle politiche nazionali gli Stati membri «potrebbero fare meglio con misure più mirate e di maggiore impatto». Gli sconti sulle accise, per esempio, certo non frenano la domanda di carburanti.
La linea promossa da Giorgetti non è in verità quella di un addio assoluto, per quanto temporaneo, a ogni vincolo di bilancio. Anche lui tiene a sottolineare che le misure da attivare «dovrebbero essere mirate e temporanee», ma «integrate in un quadro europeo comune». Il bilancio italiano, del resto, non lascia troppo spazio alle ambizioni (si veda l’articolo sotto).
Ma «siamo molto preoccupati per il potenziale impatto sulla nostra industria – ha detto il ministro ai colleghi dell’Eurozona -, a cominciare dal settore chimico seriamente colpito dalla scarsità delle materie critiche».
Simili apprensioni comunitarie sono testimoniate dalla flessibilità già concessa nel nuovo Quadro temporaneo sugli aiuti di Stato, che però interessa più da vicino i Governi che in bilancio hanno i margini necessari a sfruttarlo davvero. Non è il caso dell’Italia. Giorgetti nella riunione non critica direttamente l’asimmetria implicita in questo trattamento, ma rileva che un approccio fondato su deroghe coordinate «garantirebbe parità di condizioni tra gli Stati membri».
Uno stop da Bruxelles è arrivato anche alla proposta di una tassazione straordinaria Ue sui profitti dell’energia, caldeggiata da Giorgetti insieme ai colleghi alle Finanze di Germania, Austria, Spagna e Portogallo.
Dombrovskis, tornando a indicare le competenze nazionali sul fisco, non mostra particolari entusiasmi per una tassazione sugli extraprofitti che «è già stata applicata nella crisi precedente» ma i cui «risultati non sono stati dei migliori».
Il ministro italiano nella riunione è però tornato a premere per «una proficua collaborazione e un aiuto costruttivo» dalla Commissione nella definizione di eventuali interventi nazionali in questo ambito: a conferma che, almeno in Italia, l’opzione resta sul tavolo.

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ILSOLE24ORE

Secondo il Tar il canone provinciale sul viadotto autostradale non è dovuto

La prima sezione del Tar Abruzzo, con la sentenza 231 depositata il 20 aprile 2026, ha stabilito che non è dovuto il canone unico provinciale, né la relativa sanzione, in caso di omesso pagamento alla Provincia da parte dalla società concessionaria autostradale in relazione ai «pontoni autostradali sovrastanti le strade provinciali».
In via pregiudiziale, il Tar ha respinto le eccezioni sul difetto di giurisdizione, sollevate dalla Provincia richiamando l’ordinanza 28766/2025 delle Sezioni unite della Cassazione, relativa a una controversia su un caso analogo.
Nel caso di specie, l’oggetto del contendere non era l’ammontare del canone dovuto, bensì il potere della Pubblica amministrazione di esigerlo: la concessionaria aveva impugnato un regolamento della Provincia nella parte in cui tale strumento normativo veniva interpretato da quest’ultima come idoneo a legittimarla ad assoggettare ad autorizzazione l’occupazione del suolo provinciale. In altre parole, la Provincia, con il verbale di accertamento e contestazione impugnato, si è attribuita, in base a un proprio regolamento, il potere di introdurre il canone unico per l’utilizzo del suolo provinciale, senza tener conto che la normativa statale in materia di concessioni autostradali aveva legittimato la concessionaria all’utilizzo dello stesso.
Il Tar ha affermato che i viadotti non integrano un’occupazione abusiva (come invece sostenuto dalla Provincia): sono su un’infrastruttura che, prima di essere riconducibile al demanio provinciale, va ricondotta al demanio statale. La mera interferenza col soprassuolo provinciale non può giuridicamente integrare un rapporto di utilizzazione del bene, ossia un uso qualificato tale da comportarne una effettiva sottrazione all’uso pubblico, con conseguente insussistenza del presupposto impositivo e sanzionatorio.
Inoltre, la natura privatistica della concessionaria autostradale non incide sulla qualificazione giuridica dell’infrastruttura, che conserva la propria natura di bene demaniale statale (con esenzione dal canone unico patrimoniale) e quindi tale posizione è ben distinta dal soggetto che occupi un bene provinciale per finalità privatistiche, per le quali è invece dovuto il canone.
Va però segnalato il costante contrario orientamento della Cassazione espresso in materia di Tosap/Cosap sui viadotti autostradali. La tassa di occupazione del suolo pubblico è stata come noto sostituita dal canone unico patrimoniale, oggetto della disamina del Tar, con presupposti tuttavia del tutto analoghi a quelli dei prelievi sostituiti. E la Cassazione, da ultimo con l’ordinanza 3633/2026, ha ribadito che l’occupazione del soprassuolo comunale o provinciale effettuata con i viadotti autostradali rientra a pieno titolo nel presupposto impositivo, perché la natura demaniale del suolo comunale non viene meno per il solo fatto della realizzazione della rete autostradale.
In conclusione, il riparto di giurisdizione non è neutro: quando la controversia ricade nell’ambito della giustizia amministrativa, si registrano maggiori probabilità di accoglimento rispetto ai casi devoluti al giudice ordinario.

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