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Rassegna stampa del 7 maggio 2026

 


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Spunta il florovivaismo di stato. Gestirà il verde pubblico e le foreste

Un marchio unico per l’intero comparto. ItaliaOggi svela i contenuti dello schema di decreto legislativo varato in Consiglio dei ministri che attua la riforma del settore.Florovivaismo italiano legato a doppia mandata alla tutela e alla gestione del verde pubblico e delle risorse forestali. È quanto emerge dallo schema di decreto legislativo, attuativo della legge delega 102/2024, approvato il 30 aprile 2026 dal Consiglio dei ministri.Il ruolo centrale della pubblica amministrazioneUn ruolo centrale nel futuro del settore florovivaistico nazionale lo avrà la pubblica amministrazione che ai sensi dell’articolo 7 del dlgs potrà stipulare accordi quadro, di durata non superiore ai sette anni, per «progetti di realizzazione del verde urbano, corredati di un piano di manutenzione finalizzato a valorizzare la multifunzionalità delle aree verdi».Il florovivaismo non sarà, quindi, soltanto un fornitore di piante e semi, ma fornirà servizi di gestione e manutenzione del verde pubblico.Non solo, comuni e regioni potranno: «Promuovere interventi di messa a dimora di alberi a fini forestali e ornamentali, con priorità per i comuni di piccole dimensioni, al fine di incentivare le filiere produttive forestali e ornamentali presenti sul proprio territorio» (articolo 16) e il sistema florovivaistico forestale sarà chiamato a contribuire alla «fornitura di servizi eco-sistemici» (articolo 15). Il rapporto economico tra le aziende florovivaistiche e la pubblica amministrazione sarà sempre più stretto. E i comuni potranno: «Prevedere condizioni tecniche e contrattuali agevolate per l’affitto o la concessione di terreni di loro proprietà a operatori della filiera vivaistica» (articolo 17).Allo Stato la direzione strategica del settoreIl governo centrale si riserva la direzione strategica del settore vivaistico, di concerto con le organizzazioni del settore e il mondo della ricerca, attraverso il tavolo di confronto presso il ministero della sovranità alimentare e il «Piano nazionale del settore florovivaistico» che si dovrà occupare di indirizzare la ricerca, di «iniziative di comunicazione e promozione dei prodotti florovivaistici nazionali” ma anche di «strategie di realizzazione del verde urbano, fissando criteri e linee guida per la promozione di aree verdi o di foreste urbane e periurbane» (articolo 12).Sarà Ismea a occuparsi della raccolta dei dati e dell’analisi statistica degli stessi, ivi compresa la «rilevazione dei prezzi medi di mercato nazionale all’origine e all’ingrosso» (articolo 13). Il ministero dell’agricoltura potrà, inoltre, accorpare tutti i marchi esistenti nel settore florovivaistico in un unico marchio nazionale (articolo 14), oltre a individuare i «mercati all’ingrosso da utilizzare come piattaforme logistiche per lo stoccaggio, la movimentazione e la distribuzione dei prodotti vegetali» (articolo 8).Professionalità per florovivaismo e tutela del verdeIl decreto legislativo prevede, quindi una «definizione e armonizzazione delle figure professionali del settore florovivaistico, inclusi coloro che operano nel verde urbano e periurbano, nei parchi e nei giardini storici» grazie a un futuro decreto ministeriale (articolo 4).Oggi le professionalità che si possono occupare della materia sono diverse, dagli agronomi e forestali, ai periti agrari e agrotecnici, ma anche paesaggisti, architetti, ingegneri e persino geometri. Its e università potranno poi organizzare percorsi formativi dedicati.Garden Center come attività agricolaLe aziende florovivaistiche potranno aprire e gestire garden center, mantenendo la qualifica di imprenditore agricolo, a condizione che l’attività di fornitura di beni e servizi sia connessa all’attività agricola, con tutte le agevolazioni del caso in tema di tassazione dei redditi e ai fini dell’imposta sul valore aggiunto (articolo 3). 


ITALIAOGGI 

Codice dell’edilizia, l’allarme dei Comuni: “Sì alla semplificazione, ma senza tagli ad autonomia e risorse”

I sindaci appoggiano il riordino del Testo unico dell’edilizia, ma avvertono il Governo: la delega deve restare sull’edilizia, tutelando pianificazione territoriale e bilanci comunali.Semplificare e riordinare il Testo unico dell’edilizia è necessario, ma non può avvenire a costo di ridurre l’autonomia comunale né di compromettere le entrate locali.È il messaggio centrale lanciato dall’Anci nel corso dell’audizione alla Commissione Ambiente della Camera sul disegno di legge delega per l’adozione del codice dell’edilizia e delle costruzioni, che affida al Governo la riscrittura del Dpr 380/2001 (Testo unico edilizia).Le richieste dei Comuni sulla disciplina urbanistica«L’Anci condivide l’obiettivo di riscrivere in modo organico il Testo Unico dell’Edilizia, oggi frammentato da anni di norme stratificate. Ma la semplificazione non può ridurre le prerogative urbanistiche dei Comuni né comportare una perdita di risorse per gli enti locali» ha detto Katia Tarasconi, sindaco di Piacenza e presidente della commissione Urbanistica.I Comuni quindi, pur condividendo l’obiettivo di razionalizzare una normativa stratificata da oltre quindici anni di interventi emergenziali, chiedono che vangano tracciati dei confini chiari: la delega deve riguardare esclusivamente l’edilizia, lasciando fuori la disciplina urbanistica.I rischi per il gettito e la pianificazione territorialeIl rischio, secondo l’Associazione, è duplice. Da un lato una compressione delle prerogative comunali nella pianificazione del territorio, dall’altro una perdita di gettito derivante dalla riduzione degli oneri di urbanizzazione e del contributo di costruzione, risorse essenziali per gli investimenti locali. Una eventuale diminuzione delle entrate, si sottolinea, dovrebbe essere compensata da fondi statali per evitare effetti strutturali sui bilanci comunali.Semplificazione dei titoli abilitativi e punto unico di accessoTra gli elementi valutati positivamente, l’Anci apprezza il riordino delle categorie di intervento edilizio e dei titoli abilitativi, giudicato indispensabile per superare l’attuale frammentazione tra permessi di costruire, Scia, Cila ed edilizia libera. Una ricomposizione tassonomica chiara consentirebbe applicazioni uniformi e maggiore certezza giuridica, riducendo contenzioso e tempi procedimentali. Forte consenso anche sull’istituzione di un punto unico di accesso per le pratiche edilizie e sul divieto di richiedere ai cittadini documenti già in possesso della pubblica amministrazione.Le criticità su silenzio-assenso e cambi di destinazione d’usoPiù critiche, invece, le valutazioni sull’estensione del silenzio-assenso e sui cambi di destinazione d’uso. In particolare, l’Anci segnala che l’indifferenza funzionale dei mutamenti d’uso, se non ancorata alla pianificazione comunale e a una definizione rigorosa del «carico urbanistico», potrebbe incidere profondamente sull’assetto del territorio. Analoghe perplessità riguardano le sanatorie e la possibile attenuazione del principio di doppia conformità per gli abusi più rilevanti.



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L’intervista. Ajay Banga. Per il presidente del Gruppo Banca Mondiale, la priorità è creare impieghi per 1,2 miliardi di ragazzi nei Paesi in via di sviluppo

«Garantire lavoro ai giovani per eliminare la povertà»Creare lavoro per le centinaia di milioni di giovani che diventeranno adulti nei Paesi in via di sviluppo nei prossimi anni: un compito già difficile in tempi di quiete e di espansione e diventato ancora più complicato nell’era della policrisi. La Banca Mondiale ne ha fatto una priorità, perché creare lavoro è «il modo migliore per eliminare la povertà», come il suo presidente, Ajay Banga, sottolinea nell’intervista rilasciata nella sede del Sole 24 Ore, durante una recente visita a Milano.L’emergenza del momento è il conflitto in Iran e Medio Oriente.La guerra ha ripercussioni sul prezzo e sulla disponibilità di petrolio, gas, fertilizzanti e prodotti simili: i nostri clienti nei mercati emergenti ne risentiranno, quindi creeremo tre livelli di linee di liquidità. Il primo è il Crisis Response Toolkit, che consente ai Paesi membri di prelevare il 10% dei saldi non erogati da progetti già approvati, letteralmente in 24 ore. Un’iniezione immediata di liquidità, che ammonta a 20-25 miliardi di dollari. Se la crisi dovesse protrarsi per 5-6 mesi, potremmo riorientare i nostri progetti in cantiere e arrivare a ottenere forse 50-60 miliardi. Se dovesse protrarsi per 12-15 mesi, potremmo lavorare su nuovi progetti, attingere al nostro bilancio, aumentare la leva finanziaria e arrivare forse a 80-100 miliardi. Per contestualizzare, durante la pandemia di Covid abbiamo raccolto 70 miliardi. Ma questo non elude la questione di cosa possano fare i Paesi per diventare più favorevoli per il proprio settore privato, per incoraggiare le grandi, piccole e microimprese e i giovani. Quindi cerchiamo di rimanere concentrati sull’aiuto a superare le attuali difficoltà, ma cerchiamo anche di prenderci cura degli 1,2 miliardi di giovani che compiranno 18 anni nei prossimi 15 anni nei mercati emergenti.La crisi sta peggiorando le condizioni di rifinanziamento. Decine di economie sono già in difficoltà e devono sottrarre fondi a sanità, istruzione, lotta alla povertà per evitare il default, che potrebbe comunque arrivare. È sufficiente riformare l’architettura finanziaria o sarebbe meglio cancellare il debito?Non si attirano investitori semplicemente dicendo che riformeremo l’architettura finanziaria. I capitali privati non seguono i nostri desideri. Vanno dove trovano certezza normativa e un adeguato rapporto tra rischio e rendimento. La domanda è: come si fa a far arrivare i capitali nel proprio Paese? Noi parliamo di tre pilastri. Il primo è la creazione delle giuste infrastrutture, strade, ponti, aeroporti, energia, digitalizzazione e capitale umano: formazione, istruzione, sanità. Il 39% del nostro finanziamento annuale di 120 miliardi di dollari va alle infrastrutture. Abbiamo annunciato l’obiettivo di garantire a 300 milioni di persone in Africa l’accesso all’elettricità per scopi produttivi entro il 2030: questo significa molto più che accendere una lampadina o un ventilatore; significa avere l’opportunità di avviare un’impresa. Insieme alla Banca africana di sviluppo, abbiamo già raggiunto quasi 50 milioni di persone. Il secondo pilastro è la governance, in modo da creare un ambiente favorevole per il settore privato nazionale. A questo proposito, abbiamo creato nella nostra knowledge bank le pratiche per fornire assistenza su diritto del lavoro, diritto fondiario, diritto fallimentare e digitalizzazione dei sistemi fiscali. Operiamo in 63 Paesi nelle infrastrutture pubbliche digitali, rispetto ai cinque di due anni fa. L’obiettivo è garantire la trasparenza e consentire ai cittadini di accedere a ciò che spetta loro, senza che la corruzione si metta in mezzo. La mobilitazione di capitali privati è solo l’ultimo pilastro. Darò due cifre per dimostrare che ciò che facciamo nei primi due pilastri fa la differenza. Nei primi nove mesi di questo anno fiscale, abbiamo mobilitato 72 miliardi di dollari di capitali privati, il 53% in più rispetto all’anno scorso. Nell’intero 2023, l’anno in cui sono arrivato, abbiamo raggiunto 32 miliardi, che, tra l’altro, è stato un record. Stiamo andando nella giusta direzione, ma 72 miliardi in nove mesi non sono sufficienti. Ne servono 500 per faredavvero la differenza. E quello è il nostro obiettivo.Quindi la cancellazione del debito non è una soluzione.Il Common Framework del G20 ha preso in considerazione la cancellazione del debito. Ghana, Etiopia, Ciad e Zambia ne hanno beneficiato. E hanno subito una ristrutturazione del proprio debito, sia da parte dei creditori bilaterali che del sistema dei creditori commerciali. Siamo l’unica istituzione che in quel periodo ha prestato denaro a quei Paesi: 20 miliardi di dollari per continuare a fornire loro liquidità durante la ristrutturazione. Ha funzionato. Ma è scalabile al punto da consentire la partecipazione di 50 Paesi? È difficile. E la natura del debito è cambiata molto. Ora il debito commerciale e quello bilaterale rappresentano una quota molto ampia del debito pubblico di un Paese. Trovare un modo per convincere i creditori commerciali ad accettare una riduzione del debito insieme a quelli bilaterali non è semplice. Quello che possiamo fare è cercare di anticipare i tempi per quei Paesi che attualmente non sono insolventi, ma hanno problemi di liquidità.La Banca Mondiale sottolinea l’importanza del coinvolgimento del settore privato nella creazione di posti di lavoro nei Paesi in via di sviluppo. Che ruolo dovrebbe avere?Dobbiamo trovare un modo per consentire al settore privato di investire nei Paesi in via di sviluppo in modo da creare occupazione, perché il 90% dei posti di lavoro ovunque, anche nel mondo sviluppato, viene creato nel settore privato, e la maggior parte di questi impieghi viene generata dalle piccole e medie imprese o da imprenditori e agricoltori. I posti di lavoro sono il modo migliore per eliminare la povertà. La povertà è sia una condizione che uno stato d’animo. La condizione si può risolvere anche con denaro gratuito. Lo stato d’animo si può risolvere solo se qualcuno si sente ottimista e pieno di speranza e ha un senso di dignità. Il modo migliore per farlo è permettergli di essere una parte produttiva della società. E per me, questo deriva dai posti di lavoro creati nel settore privato. È nel settore privato che si trovano il capitale, la tecnologia, l’ingegno e l’innovazione. Il vostro Paese ne è un esempio calzante. È il vostro settore privato che ha prosperato e creato la ricchezza dell’Italia. Molte delle vostre aziende sono invidiate da numerosi Paesi.A proposito di demografia, la popolazione di molte economie avanzate è in calo. Cosa pensa delle politiche volte ad affrontare il problema incentivando le nascite, che spesso vanno di pari passo con leggi più severe sull’immigrazione?È difficile dire se il solo incentivo alle nascite possa fare la differenza. Il Giappone, la Corea del Sud e alcune parti d’Europa si trovano ad affrontare una situazione piuttosto complessa a causa del calo del tasso di natalità. La realtà è che tutti questi Paesi potrebbero comunque aver bisogno di una combinazione di immigrazione legale adeguata ai profili professionali richiesti, oltre a qualsiasi misura possa essere adottata per incentivare i tassi di natalità. Ciò su cui mi concentro è: posso aiutare i Governi con l’immigrazione legale di lavoratori qualificati? Ad esempio, stiamo collaborando in alcuni Paesi del Nord Africa con l’Italia, la Spagna e altri per aiutare a istruire e formare le persone sul posto. In questo modo, possono diventare candidati migliori per un visto di lavoro. La domanda è: come farlo nel modo giusto, in modo che l’immigrazione legale sia premiata rispetto alla situazione attuale, in cui i cittadini percepiscono l’immigrazione irregolare come una sfida per le loro società? Sono un grande sostenitore dell’immigrazione legale di persone qualificate. L’America è stata costruita su questo.Nei suoi progetti in Africa, la Banca Mondiale ha trovato un alleato nell’Italia. Come valuta la collaborazione?È una partnership piuttosto solida. L’Italia è un grande sostenitore in termini di apporti di capitale. Nella recente campagna Ida 21, è stata uno dei pochi Paesi europei ad aver effettivamente aumentato il proprio contributo in euro. L’Italia ospita inoltre il nostro ufficio a Roma, che funge sia da think tank per lo sviluppo economico sia da team che lavora per aiutare le aziende italiane ad espandersi nei Paesi in via di sviluppo, sia per la loro crescita, sia come fornitori per i nostri progetti. Infine, stiamo collaborando con diverse aziende che investono in Africa e in America Latina in settori che vanno dai biocarburanti all’agricoltura all’acqua, e stiamo valutando se possiamo aiutarle a espandersi.Il multilateralismo e le sue istituzioni simbolo, come la Banca Mondiale, sono sottoposti a pressioni sempre più intense in un’epoca caratterizzata da una concorrenza sempre più accesa tra le grandi potenze, guerre, protezionismo e nazionalismo. In che modo questo influisce sulle vostre attività?Tutti questi Paesi hanno rappresentanti nel mio consiglio di amministrazione, siedono nel mio ufficio a Washington DC e portano con sé le loro politiche interne e le loro opinioni divergenti. Il mio compito è trovare un modo per lavorare con tutto questo, per mantenere l’attenzione sia sul tema di lungo termine dell’occupazione giovanile, sia su questioni relativamente a breve termine, come la guerra in Iran o una possibile ricostruzione in Ucraina o a Gaza, un giorno. O su cosa possiamo fare in Sudan, nei Paesi afflitti da fragilità, conflitti e violenza, per i piccoli Stati insulari. Quello che ho scoperto è che il tema dell’occupazione tende a unire. Pochissimi Governi dissentiranno sul fatto che costruire un ponte, una strada, oppure fornire elettrificazione e acqua siano cose positive. Pochissimi dissentiranno sul fatto che istruzione, formazione e assistenza sanitaria siano positive. Pochissimi dissentiranno su una migliore governance e una minore corruzione o sul fatto che il settore privato debba investire nei Paesi in via di svilup po.

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Appalti, Anac aggiorna due bandi tipo L’intelligenza artificiale entra nelle gare

L’intelligenza artificiale debutta ufficialmente nelle gare pubbliche. E lo fa dalla porta principale dei bandi tipo Anac, gli strumenti che servono a standardizzare la documentazione delle stazioni appaltanti. Con due delibere approvate ad aprile e che saranno pubblicate oggi sul sito, l’Autorità anticorruzione guidata da Giuseppe Busia ha aggiornato il bando tipo n.1 per servizi e forniture sopra soglia europea e ha varato il nuovo bando tipo n.2 dedicato ai servizi di architettura e ingegneria. Le due delibere - rispettivamente la n.148 del 1 aprile e la 153 del 15 aprile - erano molto attese dal mercato e dalle amministrazioni, soprattutto dopo l’entrata in vigore del correttivo al Codice appalti che ha rimescolato le carte nel settore delle gare.L’obiettivo dell’authority è adesso quello di offrire modelli già pronti, uniformi e digitali, capaci di accelerare le procedure e abbattere il rischio di ricorsi. La novità più visibile riguarda proprio l’intelligenza artificiale. Nei nuovi modelli di domanda e nei disciplinari vengono introdotte clausole che obbligano gli operatori economici a dichiarare se abbiano utilizzato sistemi di Ai nella predisposizione dell’offerta oppure se intendano usarli nella fase esecutiva del contratto. Le dichiarazioni dovranno essere rese nel rispetto della legge italiana sull’intelligenza artificiale, la n.132 del 2025, e del regolamento europeo Ai Act. Il principio è chiaro: l’intelligenza artificiale può essere utilizzata, ma deve restare tracciabile e conforme alle regole nazionali ed europee. Un orientamento che arriva in un settore nel quale la digitalizzazione delle procedure è ormai pane quotidiano tra piattaforme telematiche, Bim e interoperabilità delle banche dati. «Quando le piattaforme renderanno disponibili una quantità significativa di documenti – perché l’Ai ha bisogno di molti dati per lavorare bene – l’intelligenza artificiale potrà essere addestrata sugli atti-tipo e diventare un supporto operativo concreto per la redazione dei documenti, la predisposizione dei bandi e la verifica della coerenza degli atti», ha spiegato il presidente Giuseppe Busia.Il provvedimento più atteso dal settore è il bando tipo n.2, approvato con delibera n.153 del 15 aprile. Si tratta del primo schema standard dedicato ai servizi di architettura e ingegneria sopra soglia europea (140mila euro), che scioglie diversi nodi che erano sorti negli ultimi mesi. A partire dalla determinazione dell’importo a base di gara e dell’importo stimato dell’appalto rilevante ai fini delle soglie europee. Un altro capitolo riguarda i requisiti di partecipazione, sia economico-finanziari sia tecnico-professionali, con particolare attenzione alla composizione del gruppo di lavoro. Dentro il bando tipo entrano poi regole sulla revisione prezzi nei servizi di ingegneria e architettura, sul Bim e sull’utilizzo dei metodi di gestione informativa digitale delle costruzioni. Uno spazio è infine riservato alla disciplina del subappalto e del cosiddetto subappalto necessario.Con la delibera n.148 del 1° aprile Anac ha poi aggiornato il bando tipo n.1 relativo ai contratti di servizi e forniture nei settori ordinari sopra soglia (140-215mila euro) da aggiudicare con il criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa. L’intervento recepisce anche «le indicazioni fornite dal Consiglio di Stato nel già citato parere n. 61 del 13 gennaio 2026 in materia di accesso agli atti di gara in caso di inversione procedimentale», spiega Anac e, cioè quando la verifica della documentazione amministrativa avviene dopo la valutazione delle offerte. «L’adozione del bando tipo consente di ottimizzare le procedure di gara facilitando il lavoro delle amministrazioni pubbliche», ha concluso Busia. Entrambi i bandi entreranno in vigore il quindicesimo giorno successivo alla pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale.

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Incentivi, riforma rinviata alla manovra Mimit contro Ragioneria

Imprese. Il ministero di Urso scrive alle commissioni parlamentari: «Il testo bollinato svuota il riassetto». Il Mef: «Considerati i rischi sulle finanze pubbliche»La riforma degli incentivi alle imprese diventa un caso di governo. Da un lato il ministero delle Imprese e del made in Italy (Mimit), che ha proposto il decreto legislativo, dall’altro la Ragioneria dello Stato che lo ha bollinato. A parlare di un provvedimento svuotato rispetto allo schema iniziale è direttamente la Direzione generale per gli incentivi alle imprese del Mimit, con una memoria depositata nelle commissioni Industria del Senato e Attività produttive della Camera, che stanno svolgendo una serie di audizioni in vista della formulazione del parere. La direzione del ministero guidato da Adolfo Urso sottolinea che c’è una «differenza sostanziale» tra lo schema di decreto legislativo approvato in via preliminare dal Consiglio dei ministri, il 27 marzo, e il testo poi bollinato dalla Ragioneria Generale dello Stato il 31 marzo.«In primo luogo, sotto il profilo dei contenuti, il decreto risulta totalmente svuotato e privato della sua parte centrale e pregnante – prosegue la nota inviata alle commissioni -. Con l’attuale versione viene infatti disposto uno stralcio completo delle precise disposizioni che avrebbero regolato la razionalizzazione e il riordino dell’offerta di incentivi del Mimit». Con rinvio al disegno di legge di bilancio, successivo all’entrata in vigore del decreto.Il Dlgs, insieme al Codice degli incentivi già varato, costituisce un impegno previsto dal Pnrr. L’obiettivo del decreto è abrogare una serie di misure a basso tiraggio e dirottare le risorse su strumenti più efficaci. La parte iniziale del provvedimento non ha subito modifiche. La nuova architettura prevede di riorganizzare gli incentivi del Mimit partendo da cinque strumenti: il Fondo di garanzia per le piccole e medie imprese, il Fondo di sostegno al venture capital, la Nuova Sabatini, gli incentivi per il settore dell’aerospazio, il Fondo per la crescita sostenibile con un ampliamento del suo raggio di azione a nuove sezioni (ricerca, sviluppo e innovazione; start up d’impresa; investimenti produttivi per la transizione verde e digitale; accesso al credito e al mercato dei capitali). Una disciplina quadro per ciascuna sezione e singoli bandi attuativi dovrebbero completare l’architettura. Le modifiche della Ragioneria si sono invece concentrate sull’articolo 9 con cui il Mimit definiva le “Disposizioni contabili e finanziarie per l’attuazione degli interventi del Fondo crescita sostenibile”, in pratica come convogliare in questo contenitore le risorse che deriveranno dalle misure abrogate. Ora viene tutto rinviato alla legge di bilancio. Fonti qualificate del ministero dell’Economia difendono la scelta operata dalla Ragioneria, dettata dal compito di vigilanza delle finanze pubbliche e, si fa notare, dalla necessità di evitare che in futuro, in tema di incentivi, si possano replicare, con le dovute proporzioni, esperienze traumatiche come quelle del superbonus. Sotto il profilo tecnico, sono diverse le obiezioni sollevate dalla Ragioneria soprattutto in riferimento all’articolo 9, dove si prevede la soppressione di incentivi richiamando genericamente il fatto che confluiscano nel Fondo crescita, senza considerare che risorse iscritte in bilancio quali fattori legislativi possono essere modificate solo con norme primarie e che una riforma di tale portata deve decorrere da un nuovo esercizio finanziario. Di qui la necessità di attendere la legge di bilancio.Secondo la direzione del Mimit, però, con la versione modificata del Dlgs non si supera «in alcun modo il quadro attualmente vigente sul piano normativo e di allocazione delle risorse» e dunque non viene attuato «alcun sostanziale riordino della disciplina, anzi, con l’effetto immediato di incrementare ulteriormente la complessità del panorama degli incentivi alle imprese».Il ministero di Urso, in riferimento al rinvio alla legge di bilancio, parla anche di anomalia sotto il profilo della procedura di delegazione del Parlamento al governo. E solleva infine altri due punti. Definisce «incomprensibile la scelta di lasciare nel testo del decreto alcune delle abrogazioni proposte», in riferimento ad aspetti del funzionamento stesso del Fondo crescita sostenibile e alle misure per aree di crisi industriale complessa, stralciando tutte le altre. Perché in questo modo «si determina un vuoto legislativo suscettibile di compromettere la regolare e continuativa attuazione di rilevanti misure in capo alla Direzione generale per gli incentivi alle imprese nelle more della definizione del riordino». Poi (al netto, va detto, di modifiche in extremis) c’è una possibile e non banale ricaduta sul Pnrr, dal momento che la riforma degli incentivi è una milestone fissata al 30 giugno 2026, mentre il rinvio alla legge di bilancio comporta un inevitabile slittamento a fine anno.In questo contesto, diventa difficile anche inquadrare quale contributo possa arrivare dalle audizioni in corso. Confindustria, sempre con una memoria trasmessa alle commissioni, esprime un giudizio positivo sulla razionalizzazione delle misure volta a evitare la notevole frammentazione in atto. Ma chiede una serie di correttivi: maggiore chiarezza sulla continuità di alcuni strumenti (Accordi per l’innovazione, credito d’imposta per la quotazione delle Pmi, credito d’imposta per gli investimenti in R&S); garanzie sulla pluriennalità degli interventi; un regime transitorio per gli incentivi che saranno abrogati e forme di cofinanziamento regionale; il coinvolgimento delle associazioni di impresa nel Tavolo permanente degli incentivi presso il Mimit. Tra le audizioni si è svolta anche quella dell’a.d. di Invitalia, Bernardo Mattarella, che sottolinea l’importanza di mettere in sinergia strumenti nazionali e regionali. Italian Tech Alliance, con il presidente, Francesco Cerruti, chiede di definire nello specifico entità e tempistiche dei rifinanziamenti di misure a supporto delle startup come Smart & Start, Voucher 3I, Fondo per il Trasferimento Tecnologico.

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Niente scivoli verso la vecchiaia e l’anticipata contributive

Gli scivoli di accompagnamento alla pensione, costituiti dall’isopensione e dall’assegno straordinario dei fondi settoriali di solidarietà, al momento sono quasi del tutto inaccessibili ai lavoratori che avranno la pensione calcolata con il sistema contributivo. Inps, infatti, sta rigettando le richieste relative a persone che, dopo il periodo di esodo dall’azienda, accederanno alla pensione anticipata o a quella di vecchiaia contributive, in quanto ritiene di non poter certificare il raggiungimento del requisito di importo minimo richiesto da queste due tipologie di pensionamento.Finora isopensione e assegno straordinario sono stati utilizzati a beneficio di lavoratori soggetti al sistema misto di calcolo della pensione (in parte retributivo e in parte contributivo) che prevede, a oggi, il pensionamento di vecchiaia con almeno 67 anni di età e 20 anni di contributi, mentre la pensione anticipata ordinaria si consegue con almeno 42 anni e 10 mesi di contributi se uomini, 41 anni e 10 mesi se donne, indipendentemente dall’età. Quando azienda e dipendente intraprendono il percorso di accompagnamento alla pensione, Inps certifica che il lavoratore raggiungerà i requisiti di pensionamento entro il periodo di esodo, con tutele automatiche nel caso di innalzamento dei requisiti per effetto della speranza di vita.Chi è soggetto al metodo di calcolo interamente contributivo (tipicamente chi ha il primo contributo pensionistico accreditato non prima del 1996):può accedere alla pensione anticipata ordinaria con gli stessi requisiti dei “misti”;se vuole andare in pensione di vecchiaia a 67 anni, oltre ad avere 20 anni di contributi, deve avere maturato un importo della pensione almeno pari all’assegno sociale;inoltre può accedere alla pensione anticipata contributiva, che si raggiunge con 3 anni di età in meno, quindi oggi a 64 anni, più 20 anni di contributi, più un importo minimo pari almeno a 3 volte l’assegno sociale (2,8 volte se donna con un figlio; 2,6 volte con almeno due figli). Dal 2030 l’importo minimo passerà da 3 a 3,2 volte l’assegno sociale.Ebbene, Inps rigetta le domande di scivolo verso la vecchiaia e l’anticipata contributive perché, sostiene, non si può determinare con certezza oggi l’importo della pensione futura. Anche perché non c’è la sicurezza che il valore soglia non venga modificato nel corso del tempo.In effetti va rilevato che, prima della legge di Bilancio 2024 (articolo 1, comma 125, legge 213/2023), l’importo minimo per l’anticipata contributiva era pari, per tutti, a 2,8 volte l’assegno sociale, mentre per la vecchiaia era di 1,5 volte. A fronte di tutto ciò, l’istituto di previdenza attende dal Governo indicazioni su come procedere.Tuttavia, per i fondi del credito e assicurativo (che più utilizzano gli assegni straordinari) nelle circolari 56/2015 e 90/2015 e per l’isopensione nella circolare 119/2013, lo stesso Inps ha indicato che lo scivolo può essere utilizzato per accompagnare a tale tipo di pensionamento. Però, oltre dieci anni fa, quando sono state scritte le circolari, i pensionamenti con il metodo interamente contributivo erano teorici, in quanto, per motivi anagrafici, i lavoratori non maturavano i requisiti.Ora che iniziano ad avvicinarsi alla pensione i nati dalla fine degli anni ’60 in poi che, se laureati o per altri motivi, hanno iniziato a versare contributi dal 1996, la questione diventa rilevante e deve essere risolta in modo da garantire a tutti un accesso a tali forme di esodo attualmente impiegate ogni anno per migliaia di lavoratori.

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LENTEPUBBLICA

Dipendenti pubblici: il ruolo dell'Ufficio per i procedimenti disciplinari e le sanzioni

Nella Pubblica Amministrazione il rispetto delle regole interne non rappresenta soltanto un principio organizzativo, ma un elemento essenziale per garantire trasparenza, correttezza amministrativa ed efficienza dei servizi ai cittadini. Quando un dipendente pubblico commette un illecito disciplinare, entra in gioco un organismo spesso poco conosciuto fuori dagli ambienti amministrativi ma centrale nella gestione del personale: l’Ufficio per i Procedimenti Disciplinari, meglio noto con l’acronimo UPD.Si tratta della struttura incaricata di gestire le violazioni più rilevanti compiute dai lavoratori pubblici, con competenze che possono arrivare fino all’adozione del licenziamento disciplinare nei casi più gravi. Negli ultimi anni il ruolo dell’UPD ha assunto un peso sempre maggiore anche alla luce delle numerose riforme della Pubblica Amministrazione, delle norme anticorruzione e dell’attenzione crescente verso responsabilità, controlli interni e corretto utilizzo delle risorse pubbliche.Cos’è l’UPD e perché è obbligatorio nella Pubblica AmministrazioneL’Ufficio per i Procedimenti Disciplinari è previsto dal D.Lgs. 165/2001, il Testo Unico sul pubblico impiego, in particolare dall’articolo 55-bis. Ogni amministrazione pubblica deve dotarsi di questa struttura per assicurare la gestione regolare delle contestazioni disciplinari che non riguardano semplici infrazioni di lieve entità.L’obiettivo del legislatore è stato quello di separare la funzione disciplinare dalla normale gestione gerarchica del personale, evitando conflitti interni e garantendo una maggiore imparzialità nelle decisioni. Per questo motivo l’UPD viene spesso collocato in posizione di staff rispetto ai vertici dell’ente e opera con una significativa autonomia organizzativa e decisionale.In pratica, l’ufficio interviene quando la condotta contestata al dipendente può comportare conseguenze più pesanti rispetto al semplice richiamo verbale. Non si tratta dunque di un organo simbolico o meramente burocratico, ma di uno strumento che incide concretamente sulla carriera e sul rapporto di lavoro dei dipendenti pubblici.Quando interviene l’Ufficio per i Procedimenti DisciplinariNon tutte le violazioni vengono gestite direttamente dall’UPD. Le mancanze meno gravi, infatti, possono essere affrontate dal responsabile della struttura presso cui lavora il dipendente. È il caso, ad esempio, del rimprovero verbale per comportamenti marginali o irregolarità di scarsa rilevanza.L’intervento dell’UPD scatta invece quando la possibile sanzione supera questo livello minimo. In tali situazioni il procedimento disciplinare diventa più strutturato e richiede specifiche garanzie procedurali.L’ufficio riceve la segnalazione dell’illecito, valuta la documentazione disponibile e avvia formalmente il procedimento con la contestazione dell’addebito al dipendente interessato. Da quel momento si apre una fase istruttoria che rappresenta uno degli aspetti più delicati dell’intero sistema disciplinare pubblico.L’attività istruttoria: verifiche, prove e audizioniUno dei compiti principali dell’UPD consiste nell’accertare i fatti in maniera approfondita. L’ufficio può acquisire documenti, raccogliere testimonianze, verificare relazioni di servizio e analizzare eventuali segnalazioni interne o esterne.In questa fase assume particolare importanza il principio del contraddittorio. Il dipendente coinvolto, infatti, deve essere messo nelle condizioni di conoscere gli addebiti contestati e di difendersi.La normativa riconosce espressamente il diritto a essere convocati per un’audizione prima dell’adozione della sanzione definitiva. Durante questo passaggio il lavoratore può esporre le proprie ragioni, produrre documentazione difensiva e farsi assistere da un rappresentante sindacale oppure da un legale di fiducia.Si tratta di una tutela fondamentale, soprattutto nei procedimenti che possono avere conseguenze molto pesanti sul rapporto di lavoro e sulla reputazione professionale del dipendente pubblico.I tempi da rispettare: il limite dei 120 giorniUno degli aspetti più rilevanti della disciplina riguarda i termini procedurali. L’UPD non può lasciare aperti i procedimenti per periodi indefiniti. La legge stabilisce infatti che il procedimento disciplinare debba essere concluso entro 120 giorni dalla contestazione dell’addebito.Il rispetto delle tempistiche è essenziale perché serve a garantire certezza giuridica e tutela sia per l’amministrazione sia per il dipendente coinvolto. Procedimenti troppo lunghi rischierebbero infatti di trasformarsi in una forma di pressione indiretta o di creare situazioni di instabilità organizzativa.Per questo motivo gli enti pubblici sono chiamati a organizzare l’attività dell’UPD in modo efficiente, evitando ritardi e garantendo la corretta gestione delle pratiche disciplinari.Le sanzioni disciplinari previste nella PALe conseguenze per il dipendente possono cambiare sensibilmente in base alla gravità della condotta contestata. Il sistema disciplinare della Pubblica Amministrazione prevede infatti un ventaglio di sanzioni progressive.Tra le misure più leggere rientra il rimprovero scritto, conosciuto anche come censura, che comporta un’annotazione formale nel fascicolo personale del lavoratore. Anche se può sembrare una sanzione marginale, questa misura può incidere sulla valutazione professionale e sui percorsi di carriera interni.Esiste poi la possibilità di applicare una multa attraverso trattenute economiche sullo stipendio, generalmente entro il limite massimo corrispondente a quattro ore di retribuzione.Nei casi più seri si può arrivare alla sospensione dal servizio con privazione della retribuzione. In queste situazioni il dipendente viene temporaneamente allontanato dall’attività lavorativa, con effetti economici e professionali tutt’altro che trascurabili.La sanzione più grave resta naturalmente il licenziamento disciplinare, previsto per comportamenti di particolare rilevanza come assenteismo fraudolento, falsificazione di documenti, condotte penalmente rilevanti o violazioni gravissime dei doveri d’ufficio.Il delicato equilibrio tra disciplina e tutela dei lavoratoriIl sistema disciplinare della Pubblica Amministrazione si basa su un equilibrio complesso. Da un lato esiste l’esigenza di garantire correttezza, legalità e buon andamento dell’azione amministrativa. Dall’altro è necessario evitare abusi e assicurare piena tutela ai dipendenti sottoposti a procedimento.Non a caso la normativa prevede una serie di garanzie procedurali precise. L’obbligo di contestazione formale degli addebiti, il diritto alla difesa, la possibilità di assistenza sindacale e il rispetto dei termini rappresentano strumenti essenziali per evitare decisioni arbitrarie.Inoltre l’attività dell’UPD non si limita a una funzione “punitiva”. In molti casi il corretto funzionamento dei procedimenti disciplinari contribuisce anche a rafforzare il clima organizzativo interno, aumentando la fiducia dei cittadini verso le istituzioni pubbliche.Perché il ruolo dell’UPD è diventato sempre più strategicoNegli ultimi anni il tema della responsabilità dei dipendenti pubblici è tornato frequentemente al centro del dibattito politico e amministrativo. Le riforme sulla trasparenza, la digitalizzazione dei controlli, le norme anticorruzione e la crescente attenzione dell’opinione pubblica verso l’efficienza della PA hanno ampliato il peso degli organismi disciplinari interni.Oggi l’UPD rappresenta uno dei principali strumenti attraverso cui le amministrazioni cercano di prevenire comportamenti scorretti e tutelare l’immagine dell’ente.Anche l’evoluzione giurisprudenziale ha contribuito a definire meglio confini e responsabilità di questi uffici, chiarendo l’importanza del rispetto rigoroso delle procedure e dei diritti difensivi del personale coinvolto.In un contesto in cui la Pubblica Amministrazione è chiamata a coniugare efficienza, legalità e trasparenza, il funzionamento corretto dell’Ufficio per i Procedimenti Disciplinari continua dunque ad assumere un ruolo sempre più centrale nella gestione del lavoro pubblico.

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ILSOLE24ORE

Pensioni anticipate in aumento (nonostante la stretta del governo)

Nel primo trimestre dell’anno le uscite anticipate crescono del 2% rispetto al 2025. Anche se sono stati cancellati Quota 103 e Opzione Donna

Nonostante la stretta operata dalla legge di Bilancio 2026, crescono le uscite con la pensione anticipata con decorrenza tra gennaio e marzo 2026: in 55.137 hanno scelto di avvalersi di questa possibilità, il 2% in più rispetto al primo trimestre 2025. Nel confronto tra i due periodi l’importo medio si è attestato a 2.081 euro (+1%).Proviamo a chiarire quali fattori hanno potuto incidere su questo aumento che sembra in contrasto con l’eliminazione di Quota 103 e Opzione Donna, i principali canali di accesso all’uscita anticipata, previsto dalla Manovra 2026.Le ragioni di questa crescita
Da notare anzitutto che i requisiti 2026 per l’uscita anticipata sono rimasti invariati rispetto al 2025: per gli uomini 42 anni e 10 mesi di contributi (per le donne 41 anni e 10 mesi di contributi), con una finestra mobile di 3 mesi prima della decorrenza della pensione (per l’anticipata ordinaria).
Cancellata Quota 103 e Opzione donna, l’unica misura agevolata di uscita anticipata confermata dalla legge di Bilancio 2026 è l’Ape sociale che ha tra i criteri di accesso aver 63 anni e 5 mesi di età, 30 o 36 anni di contributi (a seconda della categoria) e l’appartenenza ad una di queste categorie: disoccupati, caregiver, invalidi civili almeno al 74%, addetti a lavori gravosi o usuranti.
Sull’aumento registrato dall’Inps, possono aver inciso scelte personali: chi aveva il requisito per la pensione anticipata nel 2025, magari ha scelto di pensionarsi anticipatamente con decorrenza 2026, ad esempio perché preoccupato dall’aumento dell’età pensionabile che in base alla Manovra 2026 scatterà nel 2027-2028 (rispettivamente 1 mese e ulteriori 2 mesi).
Tra le ragioni va considerato che molte decorrenze di gennaio–marzo 2026 sono pensioni con le “vecchie regole” di chi ha cristallizzato il diritto, non nuove uscite visto che Quota 103 resta esercitabile anche nel 2026 da chi ha maturato i requisiti (62 anni + 41 contributi) entro il 31 dicembre 2025. Analogamente Opzione Donna (58 anni per le dipendenti, 59 per le autonome e 35 anni di contributi) resta esercitabile da chi aveva i requisiti entro il 31 dicembre 2024. In sostanza il diritto maturato, può essere esercitato anche in anni successivi alla maturazione. Come già detto, va anche considerato che la pensione anticipata ordinaria prevede una finestra di 3 mesi; pertanto è possibile aver maturato il requisito nell’ultimo trimestre 2025 ed averlo esercitato nel primo trimestre 2026.L’uscita anticipata è un canale più usato dagli uomini
 Dalla lettura dei flussi di pensionamento rilevati dall’Inps emerge anche che le donne che hanno la pensione anticipata con decorrenza primo trimestre 2026 sono 17.451 ed hanno avuto un importo medio di 1.825 euro (rispettivamente +5% e +1% sulle uscite anticipate con decorrenza primo trimestre 2025). Gli uomini sono 37.686 con un importo medio di 2.199 euro (nessuna variazione numerica ed aumento dell’1% dell’importo su gennaio-marzo 2025). Tra le categorie il ricorso maggiore si registra tra coltivatori Diretti e Coloni/Mezzadri (fondo di gestione Cdcm +8%) e commercianti (+6%).184mila nuove pensioni nel primo trimestre: + 9% sul 2025
 Le nuove pensioni con decorrenza primo trimestre 2026 nel complesso sono state 184.480 con un importo medio di 1.406 euro: rispetto al primo trimestre 2025 sono cresciute numericamente del 9% e per gli importi del 4%. Nel totale delle gestioni gli uomini sono 88.999 con un valore medio dell’assegno pensionistico pari a 1.406 euro (in crescita rispettivamente del 9% e del 4% sul 2025), le donne sono 95.481 per 1.406 euro di importo (in aumento, rispettivamente, del 10% e del 4% sul 2025)Pensione di vecchiaia: donne in media con assegno inferiore di 500 euro
 Guardando alle diverse tipologie spicca la crescita di tutte le tipologie: l’aumento maggiore riguarda le uscite con la pensione di vecchiaia (67 anni d’età e 20 anni di contributi): con decorrenza primo trimestre 2026 sono usciti in 65.380 ed hanno ottenuto un importo medio di 1.295 euro. Rispetto alle pensioni di vecchiaia con decorrenza 2025, l’Inps ne conta il 16% in più e gli importi sono cresciuti del 13% nel primo trimestre 2026. I maschi sono stati 35.105 ed hanno avuto mediamente 1.525 euro (pari a, rispettivamente, + 18% e +13% sul primo trimestre 2025), le donne 30.275 con assegno di 1.027 euro (pari a, rispettivamente, + 14% e +13% sul 2025). +9% e +6% sul 2025).

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