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Da X-Factor al Teatro dell'Efebo: ecco i tre artisti in concerto
C’è chi ha vinto X-Factor e poi ha scelto il silenzio. Chi da quel palco è arrivato a Sanremo, continuando a cambiare pelle. E chi dentro un talent ha fatto entrare soul, jazz, rap e una Sicilia che non ha mai smesso di portarsi dietro. X-Factor li ha incrociati in anni diversi, ma forse è proprio quello che è successo dopo a raccontare meglio Santi Francesi, Casadilego e Davide Shorty. Tre storie musicali ormai lontane dal punto di partenza, tre traiettorie che a settembre, per tre giorni, finiscono curiosamente per incrociarsi in Sicilia.Ad Agrigento, dal 4 al 6 settembre, arriveranno uno dopo l’altro: le tre serate del progetto Naturalmente Agrigento - Slow&Green festival (costruito dal Comune di Agrigento con CoopCulture) vedrà in concerto al Teatro dell’Efebo, Santi Francesi (venerdì 4 settembre), Davide Shorty (sabato 5) e Casadilego (domenica 6). Ingresso libero fino a esaurimento posti, prenotazioni su www.coopculture.it4 settembre. Di strada ne hanno fatta parecchia i Santi Francesi, al secolo Alessandro De Santis e Mario Lorenzo Francese. Prima The Jab, poi Amici, la vittoria assoluta a Musicultura nel 2021 e, l’anno successivo, quella a X-Factor con Rkomi come coach. Nel 2024 sono arrivati al Festival di Sanremo con L’amore in bocca, continuando intanto a costruire un suono riconoscibile, tra elettronica e scrittura cantautorale, e trovando soprattutto nel live una dimensione molto personale. Una ricerca che li ha portati anche fuori dai luoghi consueti della musica: con Piccole Liturgie Musicali hanno scelto le atmosfere raccolte delle chiese sconsacrate di Milano e Napoli, quattro concerti andati sold out in poche ore, quasi a cercare un rapporto diverso e più intimo con il pubblico. Quest’anno hanno aperto un altro capitolo: guerrilla, poi Nebbia, arrivata quasi di sorpresa sui social, e Alma, presentata durante il guerrillas tour, sono le prime tessere di un nuovo progetto discografico. Un percorso ancora in movimento che passerà anche da Agrigento.Fai crescere la tua azienda con Repower Charging Net. I driver ricaricano e tu guadagni.Scopri di piùContenuto Sponsor5 settembre. Davide Shorty arriva invece dalla scena underground del Regno Unito, ma Palermo resta dentro la sua musica. Terzo a X-Factor nel 2015, pubblica Straniero, il primo album ufficiale, con collaborazioni con Daniele Silvestri e Tormento, poi incontra i Funk Shui Project: nascono Terapia di gruppo e La soluzione, oltre quaranta date in tutta Italia e prestigiose aperture internazionali per Chinese Man e Daniel Caesar. Ritrova Silvestri in Tempi modesti, chiama Elio per Canti ancora?! e nel 2021 approda tra le Nuove Proposte di Sanremo: arriva secondo ma fa incetta di riconoscimenti, dal Premio della Sala Stampa Lucio Dalla al Premio Enzo Jannacci fino al Lunezia. Seguono Fusion, due anni di concerti, due ospitate al Jova Beach Party e il tour Fuori Fuoco. Il nuovo album Nuova Forma, interamente prodotto dallo stesso Shorty: un'altra tappa di una ricerca che continua a mescolare soul, jazz, hip hop e cantautorato senza preoccuparsi troppo dei confini; e Lacrime di felicità proprio con Casadilego che lo ha voluto come guest anche a Palermo.6 settembre. Casadilego è quella che, dopo X-Factor, ha scelto la strada meno prevedibile. Elisa Coclite ha vinto il talent nel 2020 a 17 anni. Ma ha scelto di aspettare. “Pensiamo spesso al silenzio come a uno spazio vuoto, io ho sperimentato il contrario”, racconta oggi. Quel silenzio si è riempito di cinema e teatro – protagonista di My Soul Summer e coprotagonista di Lazarus, l’opera rock di David Bowie, con Manuel Agnelli – e di incontri musicali. Ha duettato con Ed Sheeran e aperto i concerti di Carmen Consoli, Daniele Silvestri, Max Gazzè, Ben Harper e Asaf Avidan. Pochi mesi fa l’album di esordio “Silenzio (tutto di me)”: folk americano, britannico e irlandese, di sguincio elettronica analogica e vai sul pop alternativo intimo e personale. Molti strumenti, pochissimo programming, parti registrate su nastro: musica volutamente “artigianale”, costruita sulle persone che suonano insieme. Dentro ci sono libertà, solitudini, amicizie; il suo Abruzzo, le montagne, gli alberi, il verde che è libertà. A Palermo il concerto sarà aperto dalla giovane cantante catanese Alice Giuliano.
AGRIGENTOOGGI
Aeroporto di Agrigento, Palermo ci deve una risposta
Quarant’anni di promesse, progetti, localizzazioni cambiate e occasioni perdute. Il confronto del Bibbirria Podcast con Eugenio D’Orsi, Marcello Massinelli e Angelo Principato riporta la questione al punto essenziale: capire se l’aeroporto di Agrigento si può fare e se esiste davvero la volontà politica di farlo.
Quarant’anni sono tanti. Abbastanza per progettare, finanziare, costruire e magari anche ampliare un’infrastruttura.
Ad Agrigento, invece, l’aeroporto è rimasto per decenni dentro un limbo fatto di progetti, localizzazioni, comitati, tavoli tecnici, annunci e poi lunghi silenzi.
Ogni tanto la questione ritorna, soprattutto nei momenti in cui la politica ha bisogno di parlare di sviluppo e infrastrutture. Poi tutto rallenta, si ferma o cambia direzione.
È per questo che oggi il punto non può più essere soltanto chiedere se Agrigento abbia bisogno di un aeroporto. Il punto è capire se esista un progetto realmente percorribile e chi abbia la responsabilità di portarlo avanti.
Il confronto ospitato dal Bibbirria Podcast con Eugenio D’Orsi, già presidente della Provincia, Marcello Massinelli, già presidente della Società Aeroporto Valle dei Templi, e Angelo Principato, già consigliere comunale e presidente del Comitato Civico per l’Aeroporto, ha rimesso insieme tre pezzi della stessa storia: il progetto, la sostenibilità e la mobilitazione del territorio.
D’Orsi ha riportato l’attenzione sull’ipotesi di Piano d’Oliva, nel territorio di Licata. Secondo quanto ricostruito nel corso del confronto, su quella localizzazione si sarebbe arrivati a un progetto approvato nel 2021, con un supporto tecnico fornito gratuitamente dall’ingegnere Hamel. D’Orsi ha inoltre richiamato l’esistenza di pareri favorevoli di ENAC ed ENAV.
È evidente che questi elementi debbano essere verificati attraverso gli atti. Ma proprio qui sta il punto. Se esistono un progetto, pareri e una localizzazione già individuata, allora la Regione dovrebbe dire con chiarezza che cosa manca per andare avanti.
La storia delle precedenti ipotesi, a partire da Racalmuto, dimostra quanto tempo sia stato perso attorno a localizzazioni rivelatesi poi problematiche o troppo costose. Non serve oggi riaprire una guerra tra territori. Serve capire quale soluzione abbia più senso sul piano tecnico ed economico.
Se Piano d’Oliva è quella più credibile, va verificata fino in fondo. Se non lo è, bisogna avere il coraggio di dirlo e spiegare perché.
Massinelli ha invece posto una questione forse ancora più importante: un aeroporto non basta costruirlo, bisogna saperlo gestire.
È un passaggio che spesso nel dibattito agrigentino è rimasto sullo sfondo. Un aeroporto ha bisogno di compagnie, passeggeri, collegamenti, servizi e soprattutto di un modello gestionale capace di reggere nel tempo.
Da qui l’ipotesi di coinvolgere SAC e GESAP, cioè i sistemi aeroportuali che fanno capo a Catania e Palermo. Non per immaginare Agrigento come un concorrente degli altri scali siciliani, ma come parte di una rete più ampia.
È una prospettiva che merita di essere approfondita, perché sposta il ragionamento dalla semplice domanda “quanti passeggeri sottrarrebbe Agrigento agli altri aeroporti?” a una questione più interessante: quanto nuovo traffico potrebbe generare uno scalo al servizio della Sicilia centro-meridionale?
Poi c’è il dato politico portato da Principato.
Il Comitato Civico per l’Aeroporto avrebbe raccolto 63 delibere di indirizzo, 43 nella provincia di Agrigento, con l’adesione anche di 18 Comuni sui 22 della provincia di Caltanissetta.
Numeri che raccontano una richiesta più larga del capoluogo e soprattutto trasversale rispetto agli schieramenti.
Negli anni l’aeroporto è stato sostenuto da amministrazioni diverse, da esponenti di centrodestra e centrosinistra, da associazioni e rappresentanti della società civile. È difficile, dunque, liquidare la questione come una rivendicazione campanilistica.
Ed è qui che la responsabilità torna inevitabilmente a Palermo.
La Regione Siciliana dovrebbe prendere gli atti, verificare i pareri, aggiornare i costi, definire il bacino di utenza, capire se esista un interesse da parte dei gestori aeroportuali e dei privati e arrivare finalmente a una conclusione.
Non serve un’altra promessa.
Serve una risposta.
Nel confronto si parla di un investimento nell’ordine dei 60-100 milioni di euro per un possibile aeroporto di terzo livello. È una cifra importante, ma da sola non dice nulla.
Va messa a confronto con il traffico potenziale, con le ricadute sul turismo, con i costi di gestione, con il possibile partenariato pubblico-privato e anche con il prezzo che questo territorio continua a pagare per la propria marginalità infrastrutturale.
Perché anche l’isolamento ha un costo.
Lo pagano le imprese che scelgono altri territori, i turisti che trovano più semplice raggiungere altre destinazioni, i professionisti che rinunciano a investire qui, i giovani che continuano ad andare via.
Naturalmente nessuno dovrebbe raccontare l’aeroporto come la soluzione di tutti i problemi dell’Agrigentino.
Una pista non ferma lo spopolamento, non sostituisce strade e ferrovie, non crea automaticamente occupazione e non riempie gli alberghi.
Ma può essere un pezzo di una strategia più ampia.
Ed è proprio per questo che il progetto merita di essere valutato seriamente, fuori dalla propaganda.
La proposta emersa durante il confronto di arrivare a un tavolo regionale può avere un senso, ma solo a una condizione: che abbia un obiettivo preciso e una scadenza.
Di tavoli ne abbiamo visti abbastanza.
Adesso servono decisioni.
D’Orsi ha rimesso sul tavolo il progetto. Massinelli ha posto il tema della sostenibilità e della gestione. Principato ha ricordato che il territorio questa infrastruttura la chiede da anni.
Manca il quarto soggetto.
La politica regionale.
Quella che deve mettere insieme autorizzazioni, risorse, gestione e territorio.
Quella che, dopo quarant’anni, deve finalmente dire se l’aeroporto di Agrigento si può fare oppure no.
Se non si può fare, lo si spieghi con atti e numeri.
Se si può fare, si dica che cosa manca.
Se il progetto di Licata non è valido, venga archiviato con motivazioni chiare.
Se invece è valido, allora sarà inevitabile chiedere perché debba restare ancora fermo.
Agrigento non chiede un favore.
Chiede una risposta.
E dopo quarant’anni, Palermo non può più rimandarla.
LENTEPUBBLICA
Capitolati IA nelle gare pubbliche: le clausole che le PA non possono più ignorare
IA nella PA, il capitolato diventa decisivo: così le nuove linee guida AgID cambiano le gare.
La vera partita dell’intelligenza artificiale nella Pubblica Amministrazione non si gioca quando il software viene acceso, ma molto prima: nel momento in cui l’ente progetta la gara e scrive il capitolato. È questa la chiave di lettura che emerge dalla bozza delle Linee guida AgID per il procurement di IA nella PA, pensate per accompagnare le amministrazioni nell’acquisizione di strumenti sempre più presenti nei servizi pubblici.
Non si tratta soltanto di comprare una tecnologia più moderna. Un sistema di IA può elaborare grandi quantità di informazioni, proporre classificazioni, generare testi, individuare anomalie o supportare il lavoro degli uffici. Ma, proprio perché può incidere sull’organizzazione, sui dati e in alcuni casi su procedimenti che coinvolgono cittadini e imprese, non può essere acquistato come un normale programma informatico.
Le linee di indirizzo invitano quindi le PA a definire con precisione, già prima dell’affidamento, quale bisogno concreto si vuole soddisfare, quali funzioni saranno affidate alla soluzione digitale e quali resteranno necessariamente nelle mani del personale pubblico. In altre parole, il contratto deve trasformare principi generali e obblighi normativi in impegni effettivamente controllabili.
Prima della gara serve una domanda chiara: a cosa serve davvero l’IA?
Uno degli errori più frequenti nel dibattito sull’innovazione è partire dallo strumento invece che dal problema. Le indicazioni AgID ribaltano questo approccio: una Pubblica Amministrazione dovrebbe innanzitutto analizzare il proprio fabbisogno, verificare se l’uso dell’intelligenza artificiale sia proporzionato e valutare le alternative disponibili.
Non ogni attività richiede un modello generativo o un sistema complesso basato su apprendimento automatico. In alcuni casi possono bastare strumenti tradizionali, procedure meglio organizzate o soluzioni statistiche più semplici e prevedibili. La scelta deve tenere conto dell’obiettivo atteso, del contesto in cui il sistema opererà, delle competenze interne e del livello di rischio.
Un’applicazione che aiuta a ordinare richieste ripetitive non presenta gli stessi problemi di una soluzione impiegata per sostenere valutazioni che incidono su diritti, prestazioni o accesso a servizi. Per questo il capitolato non può limitarsi a descrivere le funzionalità desiderate: deve chiarire il grado di autonomia del sistema, le modalità di intervento umano e le responsabilità di chi utilizza gli output prodotti dall’algoritmo.
La titolarità della decisione, infatti, resta in capo alla PA. L’IA può supportare, segnalare, elaborare o suggerire, ma non può diventare una scatola nera alla quale affidare senza controllo una scelta amministrativa. Servono ruoli definiti, procedure di verifica e la possibilità di sospendere o correggere il funzionamento della piattaforma quando emergono criticità.
Dati, accesso e portabilità: evitare la dipendenza dal fornitore
Il cuore di qualunque sistema di intelligenza artificiale è rappresentato dai dati. Da qui la necessità di stabilire sin dall’inizio quali informazioni saranno utilizzate, da dove provengono, chi può accedervi e per quali finalità. La bozza richiama la necessità di distinguere accuratamente i dati già disponibili presso l’amministrazione da quelli eventualmente generati, arricchiti o rielaborati dalla soluzione acquistata.
Questo passaggio ha conseguenze molto pratiche. Nel contratto vanno indicati i diritti di accesso, utilizzo, conservazione, riuso e restituzione delle informazioni. Occorre inoltre disciplinare in modo esplicito l’eventuale impiego dei dati da parte del fornitore per addestrare, migliorare o sviluppare altri prodotti. Un dato pubblico non può diventare, senza regole trasparenti, materia prima per finalità estranee al servizio affidato.
La questione riguarda anche la continuità dell’azione amministrativa. Se al termine del contratto l’ente non riesce a recuperare i propri dati, a trasferirli in formati utilizzabili o a far subentrare un altro operatore, il rischio è quello del cosiddetto lock-in: una dipendenza tecnica ed economica dal fornitore che rende difficile, se non impossibile, cambiare soluzione.
Le linee guida spingono perciò verso standard aperti, formati interoperabili, architetture documentate e clausole di portabilità. Non è un dettaglio tecnico: è una garanzia per la PA, che deve poter mantenere il controllo delle proprie informazioni e continuare a erogare il servizio anche in caso di migrazione verso un’altra piattaforma o di cessazione del rapporto contrattuale.
Sicurezza e trasparenza non possono restare formule generiche
La cybersicurezza è un altro snodo centrale. Un sistema di IA può esporre l’amministrazione a rischi legati alla riservatezza dei dati, alla manipolazione degli input, alla compromissione dei modelli oppure a utilizzi impropri delle informazioni prodotte. Per questo le misure di protezione non dovrebbero comparire soltanto nelle informative o nelle dichiarazioni del fornitore, ma tradursi in requisiti tecnici e organizzativi verificabili.
La PA dovrà poter conoscere il comportamento della soluzione, disporre della documentazione necessaria, accedere alle evidenze utili per i controlli e verificare la qualità delle prestazioni nel tempo. La trasparenza, in questa prospettiva, non significa obbligare ogni amministrazione a comprendere nel dettaglio il codice sorgente di un modello, ma garantirle una visibilità adeguata su configurazioni, regole operative, log, dati trattati e limiti del sistema.
Particolare attenzione viene riservata ai sistemi più complessi, come quelli di IA generativa, spesso forniti attraverso servizi cloud o API. Qui diventano rilevanti il controllo dei costi legati al consumo, la registrazione delle operazioni, la gestione degli input e degli output, l’auditabilità e la possibilità di sostituire componenti critiche. Un contratto costruito male può trasformare un progetto innovativo in un costo crescente e poco governabile.
Dal collaudo al monitoraggio: l’IA va seguita per tutto il contratto
Un’altra novità di impostazione riguarda il tempo. A differenza di molte forniture informatiche tradizionali, l’intelligenza artificiale può cambiare il proprio comportamento in relazione ai dati, agli aggiornamenti e alle configurazioni. Per questo non basta verificare il sistema il giorno del collaudo: servono metriche, livelli di servizio e controlli periodici.
Il capitolato dovrebbe prevedere indicatori misurabili sulla qualità degli output, sulla disponibilità del servizio, sulla gestione degli incidenti, sui tempi di risposta e sulle eventuali anomalie. Gli uffici devono poter effettuare audit, chiedere correzioni, validare gli aggiornamenti e disporre di strumenti per monitorare le prestazioni durante l’intera esecuzione del contratto.
Le linee guida propongono inoltre di superare una lettura limitata al prezzo di acquisto. Per valutare una soluzione di IA è necessario considerare il costo lungo l’intero ciclo di vita: infrastrutture, consumi, manutenzione, addestramento, aggiornamenti, assistenza, sicurezza, personale e migrazione finale. Una proposta apparentemente economica può risultare onerosa se richiede risorse continue o vincola l’ente a tecnologie difficili da sostituire.
Il messaggio di fondo è chiaro: la PA non deve subire l’innovazione, ma governarla. Il capitolato diventa così il primo presidio di interesse pubblico, perché è il documento nel quale vengono fissati confini, diritti, responsabilità e condizioni di controllo. Prima di affidare un sistema di IA, l’amministrazione deve quindi essere in grado di rispondere a una domanda essenziale: sapremo davvero controllare ciò che stiamo acquistando?
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Riforma pensioni in Manovra 2027, partiti divisi tra età e Quota 41di Anna Fabi
Uscita a 64 anni, Quota 41 e stop agli scatti riaccendono il confronto mentre i requisiti 2027 sono già fissati e la Manovra deve ancora scegliere.
Con la Manovra 2027 ancora da definire, la riforma pensioni torna al centro del confronto politico. I requisiti del prossimo anno sono già fissati: dal 1° gennaio la pensione di vecchiaia sale a 67 anni e 1 mese e l’anticipata ordinaria richiede 42 anni e 11 mesi di contributi agli uomini e 41 anni e 11 mesi alle donne. Su questa base si confrontano tre direttrici: possibili correttivi agli scatti automatici sostenuti dalla maggioranza, la spinta della Lega su uscita a 64 anni e Quota 41 e le proposte delle opposizioni per ampliare la flessibilità e tutelare le carriere discontinue.
I requisiti per la pensione dal 2027
I requisiti pensione 2027 e 2028 sono già definiti dall’articolo 1, comma 185, della Legge 30 dicembre 2025, n. 199 e dalla Circolare INPS n. 28/2026 del 16 marzo 2026. L’adeguamento alla speranza di vita aggiunge un mese nel 2027 e porta l’incremento complessivo a tre mesi nel 2028.
Per la pensione di vecchiaia si sale quindi da 67 anni nel 2026 a 67 anni e 1 mese nel 2027. Per la pensione anticipata ordinaria il requisito raggiunge 42 anni e 11 mesi per gli uomini e 41 anni e 11 mesi per le donne. La Legge n. 199/2025 prevede deroghe specifiche per alcune categorie di lavoratori gravosi, usuranti e precoci.
Questo è il riferimento con cui confrontare le proposte politiche: una modifica applicabile già dal 2027 richiede un intervento legislativo. Mozioni parlamentari, dichiarazioni e ipotesi sulla prossima legge di Bilancio indicano gli orientamenti delle forze politiche, mentre la maturazione del diritto alla pensione segue oggi i requisiti già approvati.
Maggioranza: correttivi su età e flessibilità
La maggioranza ha formalizzato l’obiettivo di ampliare la flessibilità in uscita e valutare interventi sugli adeguamenti automatici alla speranza di vita. La mozione Schifone, Nisini, Tenerini, Cavo ed altri n. 1-00536, approvata dalla Camera il 29 gennaio 2026, impegna il Governo a proseguire nella costruzione di un sistema più flessibile e a valutare nuovi strumenti capaci di ampliare la platea dei beneficiari.
L’atto affianca alla flessibilità il rafforzamento della previdenza complementare, la valorizzazione del TFR e strumenti di accompagnamento al pensionamento. La mozione ha natura di indirizzo politico e lascia invariati i requisiti INPS fino all’eventuale approvazione di nuove norme.
Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia e Noi Moderati hanno quindi votato una linea comune che contempla anche possibili correttivi agli adeguamenti previdenziali. La scelta tecnica rimane aperta, senza una nuova età pensionabile o una formula alternativa corredata da requisiti numerici già approvati.
Lega: uscita a 64 anni e Quota 41
La Lega ha rilanciato due ipotesi di pensione anticipata in vista della Manovra 2027: una maggiore possibilità di uscita intorno ai 64 anni e una nuova versione di Quota 41. Il sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon ha riproposto pubblicamente nel maggio 2026 l’obiettivo dei 64 anni insieme alla richiesta di intervenire sugli aumenti dell’età pensionabile.
Le ricostruzioni giornalistiche di agosto associano all’uscita a 64 anni un possibile ricalcolo interamente contributivo dell’assegno. Per Quota 41 flessibile circola invece l’ipotesi di una riduzione del 2% per ogni anno di anticipo rispetto alla vecchiaia, fino al 10% nelle simulazioni con uscita a 62 anni. Questi parametri non figurano, al 18 agosto 2026, in un testo governativo o parlamentare depositato per la Manovra e hanno quindi natura di ipotesi politica.
La distinzione sui 64 anni è sostanziale. Nel 2027 la pensione anticipata contributiva consente già l’uscita a 64 anni e 1 mese, con almeno 20 anni e 1 mese di contribuzione effettiva e una soglia minima di assegno, per chi ha il primo accredito contributivo dal 1° gennaio 1996. L’eventuale ampliamento ai lavoratori del sistema misto allargherebbe invece il canale a chi possiede contributi anteriori al 1996.
PD, M5S e AVS: stop agli scatti e più tutele
PD, M5S e AVS hanno portato in Aula una linea alternativa centrata sulla sterilizzazione degli aumenti automatici e su canali più ampi per chi ha carriere fragili o svolge lavori gravosi. La mozione Braga, Riccardo Ricciardi, Zanella ed altri n. 1-00532, respinta dalla Camera il 29 gennaio 2026, chiedeva di rivedere l’incremento dei requisiti e di superare il meccanismo periodico legato alla speranza di vita.
Nel testo figuravano anche la trasformazione di APE Sociale in canale strutturale con estensione agli autonomi, il recupero di Opzione Donna e maggiori tutele per usuranti e gravosi, insieme al riconoscimento previdenziale del lavoro di cura e a una pensione di garanzia per i giovani con carriere discontinue. La stessa mozione proponeva una revisione più ampia della flessibilità, compresa la possibilità di quote variabili con riduzioni o maggiorazioni dell’assegno in relazione all’età di uscita. Dopo il voto della Camera queste proposte rappresentano un indirizzo politico dell’opposizione e non modificano la disciplina pensionistica vigente.
Ipotesi e conseguenze pratiche
Al 18 agosto 2026 il confronto sulla riforma pensioni 2027 comprende misure collocate a livelli giuridici differenti. La distinzione permette di capire quali requisiti possono già essere utilizzati per programmare l’uscita e quali dipendono dalle scelte della prossima Manovra.
Misura Stato e conseguenze
Aumento dei requisiti pensionistici È previsto dalla normativa vigente: la pensione di vecchiaia sale a 67 anni e 1 mese e l’anticipata ordinaria a 42 anni e 11 mesi di contributi per gli uomini e 41 anni e 11 mesi per le donne.
Correttivi agli adeguamenti e maggiore flessibilità Sono indicati nella mozione di maggioranza n. 1-00536 approvata dalla Camera. Si tratta di un indirizzo al Governo che richiede nuove norme per modificare i requisiti applicabili.
Uscita a 64 anni e Quota 41 flessibile Sono proposte sostenute dalla Lega nel confronto sulla riforma. Platea, requisiti, eventuale ricalcolo contributivo e riduzioni dell’assegno dipendono dall’approvazione di una specifica disciplina.
Stop agli scatti, pensione di garanzia e nuove tutele Sono misure sostenute da PD, M5S e AVS nella mozione n. 1-00532, respinta dalla Camera. Non producono effetti sui requisiti pensionistici vigenti.
Esempi caso per caso
I quattro casi mostrano che le proposte sulla riforma pensioni avrebbero effetti molto diversi in base a età, anzianità contributiva e data del primo versamento. Lo stesso intervento può anticipare l’uscita di pochi mesi per un lavoratore e aprire un canale oggi precluso per un altro.
Uomo con 42 anni e 10 mesi di contributi nel 2027
Con le regole già fissate, un uomo che raggiunge 42 anni e 10 mesi di contributi nel 2027 deve maturare un ulteriore mese per perfezionare il requisito dell’anticipata ordinaria, prima della relativa finestra di decorrenza. Un eventuale ritorno al requisito contributivo del 2026 anticiperebbe di un mese la maturazione del diritto rispetto alla disciplina oggi prevista.
Lavoratore del sistema misto a 64 anni
L’attuale pensione anticipata contributiva è riservata ai contributivi puri e quindi esclude un lavoratore di 64 anni con contributi anteriori al 1996. Una nuova uscita a 64 anni estesa al sistema misto potrebbe incidere direttamente sul suo caso, soprattutto se accompagnata dal ricalcolo contributivo ipotizzato nel confronto politico. Finché manca una norma, la pianificazione previdenziale deve basarsi sui canali già approvati.
Lavoratore di 62 anni con 41 anni di contributi
Avere 41 anni di contributi oggi consente di utilizzare Quota 41 soltanto ai lavoratori precoci appartenenti alle categorie tutelate e nel rispetto dei requisiti previsti. Un’eventuale formula aperta a una platea più ampia interesserebbe soprattutto chi ha iniziato a lavorare molto giovane e raggiunge una lunga anzianità contributiva prima dell’età ordinaria di pensionamento.
Giovane con carriera discontinua
Per chi alterna lavoro, periodi scoperti e redditi bassi, la proposta con l’effetto potenzialmente più ampio nel lungo periodo è la pensione di garanzia indicata dalle opposizioni. Il progetto riguarda l’adeguatezza futura dell’assegno e lo lega agli anni di contribuzione effettiva e figurativa, al lavoro di cura e all’età di pensionamento. Una prestazione INPS con queste caratteristiche deve ancora essere istituita.
Calcolo in base alle regole vigenti
Chi deve programmare l’uscita nel 2027 può seguire il confronto politico utilizzando come base i requisiti già approvati. PensAMi dell’INPS confronta i possibili scenari di accesso secondo la normativa vigente, mentre le formule discusse per la Manovra potranno essere considerate nel calcolo soltanto dopo un eventuale intervento legislativo.
Il simulatore PMI.it per il calcolo della pensione e della data di decorrenza permette di stimare importo lordo e netto e prima uscita utile sulla posizione contributiva individuale, offrendo un riferimento personale con cui confrontare le ipotesi discusse per il 2027.
Buoni pasto, a chi spettano e con quali agevolazioni su tasse e contributidi Anna Fabi
Requisiti, maturazione per orario e configurazione di lavoro, soglie di esenzione, regole di utilizzo e alternative previste quando il buono non è erogabile
Tra i servizi di welfare aziendale più graditi tra i lavoratori, in molti casi obbligatori, spiccano senz’altro i buoni pasto: utilizzabili per la pausa pranzo in zona ufficio e spendibili presso ristoratori ed esercenti convenzionati che trattano generi alimentari, vengono rilasciati ai dipendenti con contratto di assunzione, tanto che siano lavoratori full-time quanto che siano in part-time, con determinati vincoli di orario.
A chi spettano i buoni pasto
Le aziende sono obbligate ad erogare i buoni pasto se espressamente previsti dai contratti collettivi applicati o dalla contrattazione di secondo livello o individuale; fuori da queste ipotesi l’erogazione è una scelta del datore di lavoro e il buono ha natura di fringe benefit. I buoni pasto vengono in genere rilasciati a quei lavoratori che superano l’ora del pasto e di norma nei giorni di presenza, sempre che si superi l’orario della pausa pranzo in base al proprio contratto.
Di norma, in base ai contratti collettivi nazionali di lavoro (CCNL) il buono matura quando il dipendente svolge almeno 6 ore lavorative al giorno, o almeno 3 ore di straordinario dopo la ripresa, con una pausa pranzo non inferiore a 30 minuti seguita da una ripresa dell’attività lavorativa.
I buoni pasto possono essere rilasciati anche ai lavoratori a tempo parziale con orario di lavoro che copre la fascia oraria di un pasto o una distanza tra abitazione e azienda che rende impossibile il consumo del pasto a casa propria. La Cassazione (sent. n. 22702/2014) ha riconosciuto il diritto al buono anche quando il lavoratore ha terminato il turno e i tempi di percorrenza non gli consentono di raggiungere l’abitazione entro la fascia oraria della pausa.
I buoni pasto spettano ai lavoratori subordinati anche se l’orario giornaliero non prevede una pausa per il pasto e a chi ha instaurato con il committente un rapporto continuativo di collaborazione. Questi principi sono affermati dall’Agenzia delle Entrate con specifica Risoluzione del 2006 e con la risposta ad interpello del 2021.
Buoni pasto durante le ferie
La prassi aziendale esclude la maturazione del buono nei giorni di ferie, sul presupposto che manchi la prestazione lavorativa. La giurisprudenza si è mossa in direzione diversa: la Cassazione (ord. n. 25840/2024) ha incluso i buoni pasto nella retribuzione feriale, in applicazione dell’art. 7 della direttiva 2003/88/CE e delle pronunce della Corte di giustizia dell’Unione europea. Il principio è che durante le ferie va mantenuto ogni importo collegato all’esecuzione delle mansioni e correlato allo status personale e professionale del lavoratore, perché una riduzione della retribuzione nel periodo feriale può dissuadere il dipendente dal fruire del riposo. Su questo la Corte esclude che i CCNL possano introdurre restrizioni.
La Cassazione (ord. n. 18529 dell’8 giugno 2026) ha successivamente precisato che la retribuzione feriale deve essere comparabile a quella ordinaria senza obbligo di identità: l’esclusione di voci variabili è legittima quando non produce un effetto dissuasivo sulla fruizione del riposo, e la verifica si fa misurando l’incidenza della parte esclusa sulla retribuzione annua lorda, non sulla busta paga del mese. Nel caso deciso un’incidenza del 3,37% è stata ritenuta insufficiente a scoraggiare le ferie. Sulla natura delle voci il criterio non cambia, quindi le componenti stabili della busta paga seguono il lavoratore anche nel periodo di riposo.
Quando matura il buono pasto
La spettanza dipende dalla configurazione dell’orario più che dal tipo di contratto. Le situazioni più frequenti si risolvono così.
La maturazione dei buoni pasto in smart working la maturazione dipende dagli accordi individuali o collettivi e dalle policy aziendali: l’Agenzia delle Entrate ha chiarito che l’esenzione fiscale opera a prescindere dall’articolazione dell’orario e dalla modalità di svolgimento della prestazione, quindi il buono erogato a chi lavora da remoto gode dello stesso trattamento di quello erogato in presenza.
Agvolazioni e tasse sui buoni pasto
Il buono pasto è uno strumento di contrattazione spesso utilizzato per incrementare la soddisfazione dei lavoratori integrandone la RAL, con un trattamento fiscale che lo rende più efficiente di un aumento retributivo di pari valore netto.
Il valore del buono non concorre alla formazione del reddito di lavoro dipendente entro soglie giornaliere differenziate per formato: 4 euro per i ticket cartacei e 10 euro per quelli elettronici e digitali, dopo l’innalzamento disposto dall’art. 1, comma 14, della L. 30 dicembre 2025, n. 199, che ha modificato l’art. 51, comma 2, lettera c), del TUIR. La parte eccedente è imponibile ai fini IRPEF e contributivi. Per il datore di lavoro il costo è integralmente deducibile dal reddito d’impresa.
Regole di utilizzo dei buoni pasto
Il D.M. 7 giugno 2017, n. 122, all’art. 4, fissa i limiti che valgono per qualunque emittente e formato. I buoni non sono cedibili, non sono commercializzabili, non sono convertibili in denaro e sono utilizzabili soltanto dal titolare, quindi il dipendente non può trasferirli a un collega o a un familiare.
Sono inoltre utilizzabili esclusivamente per l’intero valore facciale, senza diritto al resto da parte dell’esercente, e sono cumulabili fino a otto nell’ambito della stessa spesa. Il limite degli otto buoni riguarda la spendibilità e va tenuto distinto dalla soglia giornaliera di esenzione, che opera invece sull’erogazione.
Alternative al buono pasto
Laddove vige l’obbligatorietà, le alternative sono la mensa aziendale, la mensa esterna convenzionata e l’indennità sostitutiva di mensa, erogata come voce della busta paga.
L’indennità è imponibile per intero, sia per il lavoratore sia per il datore di lavoro, con un’unica eccezione prevista dall’art. 51, comma 2, lettera c), del TUIR: per gli addetti a cantieri edili e ad altre strutture lavorative a carattere temporaneo prive di servizi di ristorazione l’indennità non concorre al reddito fino a 5,29 euro giornalieri. Fuori da queste ipotesi il buono pasto produce, a parità di costo per l’impresa, un netto sensibilmente più alto.